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da Vatican.va
Visita Pastorale del Santo Padre a Matera per la conclusione del 27° Congresso Eucaristico Nazionale (25 Set 2022)
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Domenica, 25 settembre 2022
 

7.00 Decollo dall’eliporto del Vaticano
8.30 Atterraggio nel Campo-scuola di Atletica Leggera "Raffaele Duni" a Matera (Viale delle Nazioni Unite, 20-30) in forma privata

Trasferimento in auto allo Stadio comunale.

8.45 Stadio comunale XXI Settembre:

il Santo Padre è accolto da: 

- Card.

Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana;
- S.E.

Mons.

Antonio Giuseppe Caiazzo, Arcivescovo di Matera-Irsina;
- On.

Vito Bardi, Presidente della Regione Basilicata;
- Dott.

Sante Capponi, Prefetto di Matera;
- Dott.

Domenico Bennardi, Sindaco di Matera;
- Dott.

Piero Marrese, Presidente Provincia di Matera. 
 

9.00 Nello Stadio: Concelebrazione Eucaristica

* Omelia del Santo Padre
* Angelus

- Parole di ringraziamento del Card.

Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Il Papa dona un calice per la Diocesi di Matera a S.E.

Mons.

Antonio Giuseppe Caiazzo.
 

11.00 Al termine della celebrazione, il Santo Padre si congeda dalle Autorità che Lo hanno accolto all'arrivo.

Trasferimento in auto al Campo-scuola di Atletica Leggera.
 

11.15 Decollo da Matera
12.45 Atterraggio nell'eliporto del Vaticano.

 

Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 8 luglio 2022

Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 6 settembre 2022

 

 

Visita Pastorale a Matera per la conclusione del 27° Congresso Eucaristico Nazionale: Angelus, 25 Set 2022
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Al termine di questa Celebrazione, desidero ringraziare tutti voi che vi avete preso parte, rappresentando il Popolo santo di Dio che è in Italia.

E sono grato al Cardinale Zuppi che se n’è fatto portavoce.

Mi congratulo con la Comunità diocesana di Matera-Irsina per lo sforzo organizzativo e di accoglienza; e ringrazio tutti coloro che hanno collaborato per questo Congresso Eucaristico.

Ora, prima di concludere, ci rivolgiamo alla Vergine Maria, Donna eucaristica.

A Lei affidiamo il cammino della Chiesa in Italia, perché in ogni comunità si senta il profumo di Cristo Pane vivo disceso dal Cielo.

Io oserei oggi chiedere per l’Italia: più nascite, più figli.

E invochiamo la sua materna intercessione per i bisogni più urgenti del mondo.

Penso, in particolare, al Myanmar.

Da più di due anni quel nobile Paese è martoriato da gravi scontri armati e violenze, che hanno causato tante vittime e sfollati.

Questa settimana mi è giunto il grido di dolore per la morte di bambini in una scuola bombardata.

Si vede che è la moda, bombardare le scuole, oggi, nel mondo! Che il grido di questi piccoli non resti inascoltato! Queste tragedie non devono avvenire!

Maria, Regina della Pace, conforti il martoriato popolo ucraino e ottenga ai capi delle Nazioni la forza di volontà per trovare subito iniziative efficaci che conducano alla fine della guerra.

Mi unisco all’appello dei Vescovi del Camerun per la liberazione di alcune persone sequestrate nella Diocesi di Mamfe, tra cui cinque sacerdoti e una religiosa.

Prego per loro e per le popolazioni della provincia ecclesiastica di Bamenda: il Signore doni pace ai cuori e alla vita sociale di quel caro Paese.

Oggi, in questa domenica, la Chiesa celebra la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, sul tema “Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati”.

Rinnoviamo l’impegno per edificare il futuro secondo il disegno di Dio: un futuro in cui ogni persona trovi il suo posto e sia rispettata; in cui i migranti, i rifugiati, gli sfollati e le vittime della tratta possano vivere in pace e con dignità.

Perché il Regno di Dio si realizza con loro, senza esclusi.

È anche grazie a questi fratelli e sorelle che le comunità possono crescere a livello sociale, economico, culturale e spirituale; e la condivisione di diverse tradizioni arricchisce il Popolo di Dio.

Impegniamoci tutti a costruire un futuro più inclusivo e fraterno! I migranti vanno accolti, accompagnati, promossi e integrati.

 

Visita Pastorale a Matera per la conclusione del 27° Congresso Eucaristico Nazionale: Concelebrazione Eucaristica (25 Set 2022)
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Ci raduna attorno alla sua mensa il Signore, facendosi pane per noi: «È il pane della festa sulla tavola dei figli, […] crea condivisione, rafforza i legami, ha gusto di comunione» (Inno XVII Congresso Eucaristico Nazionale, Matera 2022).

Eppure, il Vangelo che abbiamo appena ascoltato ci dice che non sempre sulla tavola del mondo il pane è condiviso: questo è vero; non sempre emana il profumo della comunione; non sempre è spezzato nella giustizia.

Ci fa bene fermarci davanti alla scena drammatica descritta da Gesù in questa parabola che abbiamo ascoltato: da una parte un ricco vestito di porpora e di bisso, che sfoggia la sua opulenza e banchetta lautamente; dall’altra parte, un povero, coperto di piaghe, che giace sulla porta sperando che da quella mensa cada qualche mollica di cui sfamarsi.

E davanti a questa contraddizione – che vediamo tutti i giorni – davanti a questa contraddizione ci chiediamo: a che cosa ci invita il sacramento dell’Eucaristia, fonte e culmine della vita del cristiano?

Anzitutto, l’Eucaristia ci ricorda il primato di Dio.

Il ricco della parabola non è aperto alla relazione con Dio: pensa solo al proprio benessere, a soddisfare i suoi bisogni, a godersi la vita.

E con questo ha perso anche il nome.

Il Vangelo non dice come si chiamava: lo nomina con l’aggettivo “un ricco”, invece del povero dice il nome: Lazzaro.

Le ricchezze ti portano a questo, ti spogliano anche del nome.

Soddisfatto di sé, ubriacato dal denaro, stordito dalla fiera delle vanità, nella sua vita non c’è posto per Dio perché egli adora solo sé stesso.

Non a caso, di lui non si dice il nome: lo chiamiamo “ricco”, lo definiamo solo con un aggettivo perché ormai ha perduto il suo nome, ha perduto la sua identità che è data solo dai beni che possiede.

Com’è triste anche oggi questa realtà, quando confondiamo quello che siamo con quello che abbiamo, quando giudichiamo le persone dalla ricchezza che hanno, dai titoli che esibiscono, dai ruoli che ricoprono o dalla marca del vestito che indossano.

È la religione dell’avere e dell’apparire, che spesso domina la scena di questo mondo, ma alla fine ci lascia a mani vuote: sempre.

A questo ricco del Vangelo, infatti, non è rimasto neanche il nome.

Non è più nessuno.

Al contrario, il povero ha un nome, Lazzaro, che significa “Dio aiuta”.

Pur nella sua condizione di povertà e di emarginazione, egli può conservare integra la sua dignità perché vive nella relazione con Dio.

Nel suo stesso nome c’è qualcosa di Dio e Dio è la speranza incrollabile della sua vita.

Ecco allora la sfida permanente che l’Eucaristia offre alla nostra vita: adorare Dio e non sé stessi, non noi stessi.

Mettere Lui al centro e non la vanità del proprio io.

Ricordarci che solo il Signore è Dio e tutto il resto è dono del suo amore.

Perché se adoriamo noi stessi, moriamo nell’asfissia del nostro piccolo io; se adoriamo le ricchezze di questo mondo, esse si impossessano di noi e ci rendono schiavi; se adoriamo il dio dell’apparenza e ci inebriamo nello spreco, prima o dopo la vita stessa ci chiederà il conto.

Sempre la vita ci chiede il conto.

Quando invece adoriamo il Signore Gesù presente nell’Eucaristia, riceviamo uno sguardo nuovo anche sulla nostra vita: io non sono le cose che possiedo o i successi che riesco a ottenere; il valore della mia vita non dipende da quanto riesco a esibire né diminuisce quando vado incontro ai fallimenti e agli insuccessi.

Io sono un figlio amato, ognuno di noi è un figlio amato; io sono benedetto da Dio; Lui mi ha voluto rivestire di bellezza e mi vuole libero, mi vuole libera da ogni schiavitù.

Ricordiamoci questo: chi adora Dio non diventa schiavo di nessuno: è libero.

Riscopriamo la preghiera di adorazione, una preghiera che si dimentica con frequenza.

Adorare, la preghiera di adorazione, riscopriamola: essa ci libera e ci restituisce alla nostra dignità di figli, non di schiavi.

Oltre al primato di Dio, l’Eucaristia ci chiama all’amore dei fratelli.

Questo Pane è per eccellenza il Sacramento dell’amore.

È Cristo che si offre e si spezza per noi e ci chiede di fare altrettanto, perché la nostra vita sia frumento macinato e diventi pane che sfama i fratelli.

Il ricco del Vangelo viene meno a questo compito; vive nell’opulenza, banchetta abbondantemente senza neanche accorgersi del grido silenzioso del povero Lazzaro, che giace stremato alla sua porta.

Solo alla fine della vita, quando il Signore rovescia le sorti, finalmente si accorge di Lazzaro, ma Abramo gli dice: «Tra noi e voi è stato fissato un grande abisso» (Lc 16,26).

Ma l’hai fissato tu: tu stesso.

Siamo noi, quando nell’egoismo fissiamo degli abissi.

Era stato il ricco a scavare un abisso tra lui e Lazzaro durante la vita terrena e adesso, nella vita eterna, quell’abisso rimane.

Perché il nostro futuro eterno dipende da questa vita presente: se scaviamo adesso un abisso con i fratelli e le sorelle –, ci “scaviamo la fossa” per il dopo; se alziamo adesso dei muri contro i fratelli e le sorelle, restiamo imprigionati nella solitudine e nella morte anche dopo.

Cari fratelli e sorelle, è doloroso vedere che questa parabola è ancora storia dei nostri giorni: le ingiustizie, le disparità, le risorse della terra distribuite in modo iniquo, i soprusi dei potenti nei confronti dei deboli, l’indifferenza verso il grido dei poveri, l’abisso che ogni giorno scaviamo generando emarginazione, non possono – tutte queste cose – lasciarci indifferenti.

E allora oggi, insieme, riconosciamo che l’Eucaristia è profezia di un mondo nuovo, è la presenza di Gesù che ci chiede di impegnarci perché accada un’effettiva conversione: conversione dall’indifferenza alla compassione, conversione dallo spreco alla condivisione, conversione dall’egoismo all’amore, conversione dall’individualismo alla fraternità.

Fratelli e sorelle, sogniamo. Sogniamo una Chiesa così: una Chiesa eucaristica.

Fatta di donne e uomini che si spezzano come pane per tutti coloro che masticano la solitudine e la povertà, per coloro che sono affamati di tenerezza e di compassione, per coloro la cui vita si sta sbriciolando perché è venuto a mancare il lievito buono della speranza.

Una Chiesa che si inginocchia davanti all’Eucaristia e adora con stupore il Signore presente nel pane; ma che sa anche piegarsi con compassione e tenerezza dinanzi alle ferite di chi soffre, sollevando i poveri, asciugando le lacrime di chi soffre, facendosi pane di speranza e di gioia per tutti.

Perché non c’è un vero culto eucaristico senza compassione per i tanti “Lazzaro” che anche oggi ci camminano accanto.

Tanti!

Fratelli, sorelle, da questa città di Matera, “città del pane”, vorrei dirvi: ritorniamo a Gesù, ritorniamo all’Eucaristia.

Torniamo al gusto del pane, perché mentre siamo affamati di amore e di speranza, o siamo spezzati dai travagli e dalle sofferenze della vita, Gesù si fa cibo che ci sfama e ci guarisce.

Torniamo al gusto del pane, perché mentre nel mondo continuano a consumarsi ingiustizie e discriminazioni verso i poveri, Gesù ci dona il Pane della condivisione e ci manda ogni giorno come apostoli di fraternità, apostoli di giustizia, apostoli di pace.

Torniamo al gusto del pane per essere Chiesa eucaristica, che mette Gesù al centro e si fa pane di tenerezza, pane di misericordia per tutti.

Torniamo al gusto del pane per ricordare che, mentre questa nostra esistenza terrena va consumandosi, l’Eucaristia ci anticipa la promessa della risurrezione e ci guida verso la vita nuova che vince la morte.

Pensiamo oggi sul serio al ricco e a Lazzaro.

Succede ogni giorno, questo.

E tante volte anche – vergogniamoci – succede in noi, questa lotta, fra noi, nella comunità. E quando la speranza si spegne e sentiamo in noi la solitudine del cuore, la stanchezza interiore, il tormento del peccato, la paura di non farcela, torniamo ancora al gusto del pane.

Tutti siamo peccatori: ognuno di noi porta i propri peccati.

Ma, peccatori, torniamo al gusto dell’Eucaristia, al gusto del pane.

Torniamo a Gesù, adoriamo Gesù, accogliamo Gesù.

Perché Lui è l’unico che vince la morte e sempre rinnova la nostra vita.

 

Visita del Santo Padre ad Assisi in occasione dell’evento “Economy of Francesco” (24 Set 2022)
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Carissime e carissimi giovani, buongiorno! Saluto tutti voi che siete venuti, che avete avuto la possibilità di essere qui, ma anche vorrei salutare tutti coloro che non sono potuti arrivare qui, che sono rimasti a casa: un ricordo a tutti! Siamo uniti, tutti: loro dal loro posto, noi qui.

Ho atteso da oltre tre anni questo momento, da quando, il primo maggio 2019, vi scrissi la lettera che vi ha chiamati e poi vi ha portati qui ad Assisi.

Per tanti di voi – lo abbiamo appena ascoltato – l’incontro con l’Economia di Francesco ha risvegliato qualcosa che avevate già dentro.

Eravate già impegnati nelcreare una nuova economia; quella lettera vi ha messo insieme, vi ha dato un orizzonte più ampio, vi ha fatto sentire parte di una comunità mondiale di giovani che avevano la vostra stessa vocazione.

E quando un giovane vede in un altro giovane la sua stessa chiamata, e poi questa esperienza si ripete con centinaia, migliaia di altri giovani, allora diventano possibili cose grandi, persino sperare di cambiare un sistema enorme, un sistema complesso come l’economia mondiale.

Anzi, oggi quasi parlare di economia sembra cosa vecchia: oggi si parla di finanza, e la finanza è una cosa acquosa, una cosa gassosa, non la si può prendere.

Una volta, una brava economista a livello mondiale mi ha detto che lei ha fatto un’esperienza di incontro tra economia, umanesimo e religione.

Ed è andato bene, quell’incontro.

Ha voluto fare lo stesso con la finanza e non è riuscita.

State attenti a questa gassosità delle finanze: voi dovete riprendere l’attività economica dalle radici, dalle radici umane, come sono state fatte.

Voi giovani, con l’aiuto di Dio, lo sapete fare, lo potete fare; i giovani hanno fatto altre volte nel corso della storia tante cose.

State vivendo la vostra giovinezza in un’epoca non facile: la crisi ambientale, poi la pandemia e ora la guerra in Ucraina e le altre guerre che continuano da anni in diversi Paesi, stanno segnando la nostra vita.

La nostra generazione vi ha lasciato in eredità molte ricchezze, ma non abbiamo saputo custodire il pianeta e non stiamo custodendo la pace.

Quando voi sentite che i pescatori di San Benedetto del Tronto in un anno hanno tirato fuori dal mare 12 tonnellate di sporcizia e plastiche e cose così, vedete come non sappiamo custodire l’ambiente.

E di conseguenza non custodiamo neppure la pace.

Voi siete chiamati a diventare artigiani e costruttori della casa comune, una casa comune che “sta andando in rovina”.

Diciamolo: è così.

Una nuova economia, ispirata a Francesco d’Assisi, oggi può e deve essere un’economia amica della terra, un’economia di pace.

Si tratta di trasformare un’economia che uccide (cfr Esort.

ap.

Evangelii gaudium, 53) in un’economia della vita, in tutte le sue dimensioni.

Arrivare a quel “buon vivere”, che non è la dolce vita o passarla bene, no.

Il buon vivere è quella mistica che i popoli aborigeni ci insegnano di avere in rapporto con la terra.

Ho apprezzato la vostra scelta di modellare questo incontro di Assisi sulla profezia.

Mi è piaciuto quello che avete detto sulle profezie.

La vita di Francesco d’Assisi, dopo la sua conversione, è stata una profezia, che continua anche nel nostro tempo.

Nella Bibbia la profezia ha molto a che fare con i giovani.

Samuele quando fu chiamato era un fanciullo, Geremia ed Ezechiele erano giovani; Daniele era un ragazzo quando profetizzò l’innocenza di Susanna e la salvò dalla morte (cfr Dn 13,45-50); e il profeta Gioele annuncia al popolo che Dio effonderà il suo Spirito e «diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie» (3,1).

Secondo le Scritture, i giovani sono portatori di uno spirito di scienza e di intelligenza.

Fu il giovane Davide a umiliare l’arroganza del gigante Golia (cfr 1 Sam 17,49-51).  In effetti, quando alla comunità civile e alle imprese mancano le capacità dei giovani è tutta la società che appassisce, si spegne la vita di tutti.

Manca creatività, manca ottimismo, manca entusiasmo, manca il coraggio per rischiare.

Una società e un’economia senza giovani sono tristi, pessimiste, ciniche.

Se voi volete vedere questo, andate in queste università ultra-specializzate in economia liberale, e guardate la faccia dei giovani e delle giovani che studiano lì.

Ma grazie a Dio voi ci siete: non solo ci sarete domani, ci siete oggi; voi non siete soltanto il “non ancora”, siete anche il “già”, siete il presente.

Un’economia che si lascia ispirare dalla dimensione profetica si esprime oggi in una visione nuova dell’ambiente e della terra.

Dobbiamo andare a questa armonia con l’ambiente, con la terra.

Sono tante le persone, le imprese e le istituzioni che stanno operando una conversione ecologica.

Bisogna andare avanti su questa strada, e fare di più.

Questo “di più” voi lo state facendo e lo state chiedendo a tutti.

Non basta fare il maquillage, bisogna mettere in discussione il modello di sviluppo.

La situazione è tale che non possiamo soltanto aspettare il prossimo summit internazionale, che può non servire: la terra brucia oggi, ed è oggi che dobbiamo cambiare, a tutti i livelli.

In questo ultimo anno voi avete lavorato sull’economia delle piante, un tema innovativo.

Avete visto che il paradigma vegetale contiene un diverso approccio alla terra e all’ambiente.

Le piante sanno cooperare con tutto l’ambiente circostante, e anche quando competono, in realtà stanno cooperando per il bene dell’ecosistema.

Impariamo dalla mitezza delle piante: la loro umiltà e il loro silenzio possono offrirci uno stile diverso di cui abbiamo urgente bisogno.

Perché, se parliamo di transizione ecologica ma restiamo dentro il paradigma economico del Novecento, che ha depredato le risorse naturali e la terra, le manovre che adotteremo saranno sempre insufficienti o ammalate nelle radici.

La Bibbia è piena di alberi e di piante, dall’albero della vita al granello di senape.

E San Francesco ci aiuta con la sua fraternità cosmica con tutte le creature viventi.

Noi uomini, in questi ultimi due secoli, siamo cresciuti a scapito della terra.

È stata lei a pagare il conto! L’abbiamo spesso saccheggiata per aumentare il nostro benessere, e neanche il benessere di tutti, ma di un gruppetto.

È questo il tempo di un nuovo coraggio nell’abbandono delle fonti fossili d’energia, di accelerare lo sviluppo di fonti a impatto zero o positivo.

E poi dobbiamo accettare il principio etico universale – che però non piace – che i danni vanno riparati.

Questo è un principio etico, universale: i danni vanno riparati.

Se siamo cresciuti abusando del pianeta e dell’atmosfera, oggi dobbiamo imparare a fare anche sacrifici negli stili di vita ancora insostenibili.

Altrimenti, saranno i nostri figli e i nostri nipoti a pagare il conto, un conto che sarà troppo alto e troppo ingiusto.

Io sentivo uno scienziato molto importante a livello mondiale, sei mesi fa, che ha detto: “Ieri mi è nata una nipotina.

Se continuiamo così, poveretta, entro trent’anni dovrà vivere in un mondo inabitabile”.

Saranno i figli e i nipoti a pagare il conto, un conto che sarà troppo alto e troppo ingiusto.

Occorre un cambiamento rapido e deciso.

Questo lo dico sul serio: conto su di voi! Per favore, non lasciateci tranquilli, dateci l’esempio! E io vi dico la verità: per vivere su questa strada ci vuole coraggio e alcune volte ci vuole qualche pizzico di eroicità.

Ho sentito, in un incontro, un ragazzo, 25enne, appena uscito come ingegnere di alto livello, non trovava lavoro; alla fine l’ha trovato in un’industria che non sapeva bene cosa fosse; quando ha studiato cosa doveva fare – senza lavoro, in condizione di lavorare – ha rifiutato, perché si fabbricavano le armi.

Questi sono gli eroi di oggi, questi.

La sostenibilità, poi, è una parola a più dimensioni.

Oltre a quella ambientale ci sono anche le dimensioni sociale, relazionale e spirituale.

Quella sociale incomincia lentamente ad essere riconosciuta: ci stiamo rendendo conto che il grido dei poveri e il grido della terra sono lo stesso grido (cfr Enc.

Laudato si’, 49).

Pertanto, quando lavoriamo per la trasformazione ecologica, dobbiamo tenere presenti gli effetti che alcune scelte ambientali producono sulle povertà.

Non tutte le soluzioni ambientali hanno gli stessi effetti sui poveri, e quindi vanno preferite quelle che riducono la miseria e le diseguaglianze.

Mentre cerchiamo di salvare il pianeta, non possiamo trascurare l’uomo e la donna che soffrono.

L’inquinamento che uccide non è solo quello dell’anidride carbonica, anche la diseguaglianza inquina mortalmente il nostro pianeta.

Non possiamo permettere che le nuove calamità ambientali cancellino dall’opinione pubblica le antiche e sempre attuali calamità dell’ingiustizia sociale, anche delle ingiustizie politiche.

Pensiamo, per esempio, a un’ingiustizia politica; il povero popolo martoriato dei Rohingya che vaga da una parte all’altra perché non può abitare nella propria patria: un’ingiustizia politica.

C’è poi una insostenibilità delle nostre relazioni: in molti Paesi le relazioni delle persone si stanno impoverendo.

Soprattutto in Occidente, le comunità diventano sempre più fragili e frammentate.

La famiglia, in alcune regioni del mondo, soffre una grave crisi, e con essa l’accoglienza e la custodia della vita.

Il consumismo attuale cerca di riempire il vuoto dei rapporti umani con merci sempre più sofisticate – le solitudini sono un grande affare nel nostro tempo! –, ma così genera una carestia di felicità.

E questa è una cosa brutta.

Pensate all’inverno demografico, per esempio, come è in rapporto con tutto questo.

L’inverno demografico dove tutti i Paesi stanno diminuendo grandemente, perché non si fanno figli, ma conta più avere un rapporto affettivo con i cagnolini, con i gatti e andare avanti così.

Bisogna riprendere a procreare.

Ma anche in questa linea dell’inverno demografico c’è la schiavitù della donna: una donna che non può essere madre perché appena incomincia a salire la pancia, la licenziano; alle donne incinte non è sempre consentito lavorare.

C’è infine una insostenibilità spirituale del nostro capitalismo.

L’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, prima di essere un cercatore di beni è un cercatore di senso.

Noi tutti siamo cercatori di senso.

Ecco perché il primo capitale di ogni società è quello spirituale, perché è quello che ci dà le ragioni per alzarci ogni giorno e andare al lavoro, e genera quella gioia di vivere necessaria anche all’economia.

Il nostro mondo sta consumando velocemente questa forma essenziale di capitale accumulata nei secoli dalle religioni, dalle tradizioni sapienziali, dalla pietà popolare.

E così soprattutto i giovani soffrono per questa mancanza di senso: spesso di fronte al dolore e alle incertezze della vita si ritrovano con un’anima impoverita di risorse spirituali per elaborare sofferenze, frustrazioni, delusioni e lutti.

Guardate la percentuale di suicidi giovanili, com’è salito: e non li pubblicano tutti, nascondono la cifra.

La fragilità di molti giovani deriva dalla carenza di questo prezioso capitale spirituale – io dico: voi avete un capitale spirituale? Ognuno si risponda dentro – un capitale invisibile ma più reale dei capitali finanziari o tecnologici.

C’è un urgente bisogno di ricostituire questo patrimonio spirituale essenziale.

La tecnica può fare molto; ci insegna il “cosa” e il “come” fare: ma non ci dice il “perché”; e così le nostre azioni diventano sterili e non riempiono la vita, neanche la vita economica.

Trovandomi nella città di Francesco, non posso non soffermarmi sulla povertà.

Fare economia ispirandosi a lui significa impegnarsi a mettere al centro i poveri.

A partire da essi guardare l’economia, a partire da essi guardare il mondo.

Senza la stima, la cura, l’amore per i poveri, per ogni persona povera, per ogni persona fragile e vulnerabile, dal concepito nel grembo materno alla persona malata e con disabilità, all’anziano in difficoltà, non c’è “Economia di Francesco”.

Direi di più: un’economia di Francesco non può limitarsi a lavorare per o con i poveri.

Fino a quando il nostro sistema produrrà scarti e noi opereremo secondo questo sistema, saremo complici di un’economia che uccide.

Chiediamoci allora: stiamo facendo abbastanza per cambiare questa economia, oppure ci accontentiamo di verniciare una parete cambiando colore, senza cambiare la struttura della casa? Non si tratta di dare pennellate di vernice, no: bisogna cambiare la struttura.

Forse la risposta non è in quanto noi possiamo fare, ma in come riusciamo ad aprire cammini nuovi perché gli stessi poveri possano diventare i protagonisti del cambiamento.

In questo senso ci sono esperienze molto grandi, molto sviluppate in India e nelle Filippine.

San Francesco ha amato non solo i poveri, ha amato anche la povertà.

Questo modo di vivere austero, diciamo così.

Francesco andava dai lebbrosi non tanto per aiutarli, andava perché voleva diventare povero come loro.

Seguendo Gesù Cristo, si spogliò di tutto per essere povero con i poveri.

Ebbene, la prima economia di mercato è nata nel Duecento in Europa a contatto quotidiano con i frati francescani, che erano amici di quei primi mercanti.

Quella economia creava ricchezza, certo, ma non disprezzava la povertà.

Creare ricchezza senza disprezzare la povertà.

Il nostro capitalismo, invece, vuole aiutare i poveri ma non li stima, non capisce la beatitudine paradossale: “beati i poveri” (cfr Lc 6,20).

Noi non dobbiamo amare la miseria, anzi dobbiamo combatterla, anzitutto creando lavoro, lavoro degno.

Ma il Vangelo ci dice che senza stimare i poveri non si può combattere nessuna miseria.

Ed è invece da qui che dobbiamo partire, anche voi imprenditori ed economisti: abitando questi paradossi evangelici di Francesco.

Quando io parlo con la gente o confesso, io domando sempre: “Lei dà l’elemosina ai poveri?” – “Sì, sì, sì!” – “E quando lei dà l’elemosina al povero, lo guarda negli occhi?” – “Eh, non so …” – “E quando tu dai l’elemosina, tu butti la moneta o tocchi la mano del povero?”.

Non guardano gli occhi e non toccano; e questo è un allontanarsi dallo spirito di povertà, allontanarsi dalla vera realtà dei poveri, allontanarsi dall’umanità che deve avere ogni rapporto umano.

Qualcuno mi dirà: “Papa, siamo in ritardo, quando finisci?”: finisco adesso.

E alla luce di questa riflessione, vorrei lasciarvi tre indicazioni di percorso per andare avanti.

La prima: guardare il mondo con gli occhi dei più poveri.

Il movimento francescano ha saputo inventare nel Medioevo le prime teorie economiche e persino le prime banche solidali (i “Monti di Pietà”), perché guardava il mondo con gli occhi dei più poveri.

Anche voi migliorerete l’economia se guarderete le cose dalla prospettiva delle vittime e degli scartati.

Ma per avere gli occhi dei poveri e delle vittime bisogna conoscerli, bisogna essere loro amici.

E, credetemi, se diventate amici dei poveri, se condividete la loro vita, condividerete anche qualcosa del Regno di Dio, perché Gesù ha detto che di essi è il Regno dei cieli, e per questo sono beati (cfr Lc 6,20).

E lo ripeto: che le vostre scelte quotidiane non producano scarti.

La seconda: voi siete soprattutto studenti, studiosi e imprenditori, ma non dimenticatevi del lavoro, non dimenticatevi dei lavoratori.

Il lavoro delle mani.

Il lavoro è già la sfida del nostro tempo, e sarà ancora di più la sfida di domani.

Senza lavoro degno e ben remunerato i giovani non diventano veramente adulti, le diseguaglianze aumentano.

A volte si può sopravvivere senza lavoro, ma non si vive bene.

Perciò, mentre create beni e servizi, non dimenticatevi di creare lavoro, buon lavoro e lavoro per tutti.

La terza indicazione è: incarnazione.

Nei momenti cruciali della storia, chi ha saputo lasciare una buona impronta lo ha fatto perché ha tradotto gli ideali, i desideri, i valori in opere concrete.

Cioè, li ha incarnati.

Oltre a scrivere e fare congressi, questi uomini e donne hanno dato vita a scuole e università, a banche, a sindacati, a cooperative, a istituzioni.

Il mondo dell’economia lo cambierete se insieme al cuore e alla testa userete anche le mani.

I tre linguaggi.

Si pensa: la testa, il linguaggio del pensiero, ma non solo, unito al linguaggio del sentimento, del cuore.

E non solo: unito al linguaggio delle mani.

E tu devi fare quello che senti e pensi, sentire quello che fai e pensare quello senti e fai.

Questa è l’unione dei tre linguaggi.

Le idee sono necessarie, ci attraggono molto soprattutto da giovani, ma possono trasformarsi in trappole se non diventano “carne”, cioè concretezza, impegno quotidiano: i tre linguaggi.

Le idee sole si ammalano e noi finiremo in orbita, tutti, se sono solo idee.

Le idee sono necessarie, ma devono diventare “carne”.

La Chiesa ha sempre respinto la tentazione gnostica – gnosi, quello della idea sola –, che pensa di cambiare il mondo solo con una diversa conoscenza, senza la fatica della carne.

Le opere sono meno “luminose” delle grandi idee, perché sono concrete, particolari, limitate, con luce e ombra insieme, ma fecondano giorno dopo giorno la terra: la realtà è superiore all’idea (cfr Esort.

ap.

Evangelii gaudium, 233).

Cari giovani, la realtà è sempre superiore all’idea: state attenti a questo.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per il vostro impegno: grazie.

Andate avanti, con l’ispirazione e l’intercessione di San Francesco.

E io – se siete d’accordo – vorrei concludere con una preghiera.

Io la leggo e voi con il cuore la seguite:

Padre, Ti chiediamo perdono per aver ferito gravemente la terra, per non aver rispettato le culture indigene, per non avere stimato e amato i più poveri, per aver creato ricchezza senza comunione.

Dio vivente, che con il tuo Spirito hai ispirato il cuore, le braccia e la mente di questi giovani e li hai fatti partire verso una terra promessa, guarda con benevolenza la loro generosità, il loro amore, la loro voglia di spendere la vita per un ideale grande.

Benedicili, Padre, nelle loro imprese, nei loro studi, nei loro sogni; accompagnali nelle difficoltà e nelle sofferenze, aiutali a trasformarle in virtù e in saggezza.

Sostieni i loro desideri di bene e di vita, sorreggili nelle loro delusioni di fronte ai cattivi esempi, fa’ che non si scoraggino e continuino nel cammino.

Tu, il cui Figlio unigenito si fece carpentiere, dona loro la gioia di trasformare il mondo con l’amore, con l’ingegno e con le mani.

Amen.

E grazie tante.

 

Visita del Santo Padre ad Assisi in occasione dell’evento “Economy of Francesco” (24 Set 2022)
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Sabato, 24 settembre 2022

9.00 Decollo dall’eliporto del Vaticano
9.30 Atterraggio nel Piazzale antistante il Pala-Eventi di Santa Maria degli Angeli. 

In auto, il Santo Padre raggiunge il Pala-Eventi, dove è accolto da: 

-  tre giovani, in rappresentanza dei Giovani partecipanti all’evento;
-  Card.

Michael Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale;
-  S.E.

Mons.

Domenico Sorrentino, Arcivescovo-Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, e di Foligno;
-  Dott.ssa Donatella Tesei, Presidente Regione Umbria;
-  Dott.

Armando Gradone, Prefetto di Perugia;
-  Dott.ssa Stefania Proietti, Sindaco di Assisi e Presidente della Provincia di Perugia;
-  Membri del Comitato Promotore dell’Evento:
       - Prof.

Luigino Bruni;
       - Dott.ssa Francesca di Maolo;
       - Suor Alessandra Smerilli.
-  Rappresentanti delle Famiglie Francescane di Assisi e della Pro Civitate Christiana

10.00 Il Santo Padre raggiunge il palco. 

L’incontro con i giovani ha il seguente svolgimento:
- momento artistico-teatrale;
- benvenuto e introduzione;
- otto Giovani raccontano esperienze.

* Discorso del Santo Padre 

- lettura e firma del “Patto”;
- il Santo Padre saluta i Giovani presenti sul Palco.

11.30 Al termine dell’incontro, il Santo Padre in auto raggiunge il Piazzale antistante il Teatro
11.45 Decollo da Santa Maria degli Angeli
12.15 Atterraggio nell’eliporto del Vaticano

 

Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 8 luglio 2022

Ai partecipanti all'incontro di Deloitte Global (22 Set 2022)
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Care amiche, cari amici, benvenuti!

Ringrazio il Signor Renjen per le parole con cui ha presentato il vostro lavoro: assistere il mondo imprenditoriale nel fare le scelte opportune nelle diverse situazioni.

Ho saputo che in ogni momento della giornata ci sono 350.000 persone che lavorano per la vostra Società impegnate a fornire consulenza e assistenza ad altre organizzazioni.

Una grande responsabilità!

Oggi il mondo sta soffrendo a causa del peggioramento delle condizioni ambientali; molte popolazioni o gruppi sociali vivono in maniera non dignitosa sul piano dell’alimentazione, della salute, dell’istruzione e di altri diritti fondamentali.

L’umanità è globalizzata e interconnessa, ma permangono povertà, ingiustizia e diseguaglianze.

Quali sono dunque le condizioni perché un consulente, un coordinatore di consulenti, un professionista esperto possa contribuire a invertire o almeno a correggere la rotta? Come impostare il proprio lavoro in modo da poter camminare verso un mondo più abitabile, più giusto e più fraterno? Provo a suggerirne tre.

Il primo suggerimento è di tenere viva la consapevolezza che voi potete lasciare un segno.

Si tratta di fare in modo che sia un segno buono, che vada nella direzione di uno sviluppo umano integrale.

Le vostre conoscenze, le vostre esperienze, le vostre competenze e la vastità della rete delle vostre relazioni costituiscono un immenso patrimonio immateriale che aiuta imprenditori, banchieri, managers, amministratori pubblici a capire il contesto, a immaginare il futuro e a prendere decisioni.

Dunque, aiutare a conoscere per aiutare a decidere.

Questo attribuisce alla vostra organizzazione e a ciascuna e ciascuno di voi la capacità di orientare le scelte, di influenzarne i criteri, di valutare le priorità per le aziende, le università, gli organismi sovranazionali, i governi nazionali e locali, e per coloro che prendono decisioni a livello politico.

Voi siete ben consapevoli di questo vostro “potere”.

Ad esso dovrebbe affiancarsi costantemente la volontà di indirizzare le vostre analisi e le vostre proposte verso scelte coerenti con il paradigma dell’ecologia integrale.

Una buona domanda da porsi per valutare ciò che funziona e ciò che non funziona sarebbe: quale mondo vogliamo lasciare ai nostri figli e nipoti?

Il secondo suggerimento che vi darei è di assumere ed esercitare la vostra responsabilità culturale, che vi deriva anch’essa dal patrimonio di intelligenze e di connessioni di cui disponete.

Per responsabilità culturale intendo due cose: assicurare un’adeguata qualità professionale, e inoltre una qualità antropologica ed etica che vi permetta di suggerire risposte coerenti con la visione evangelica dell’economia e della società, in altre parole, con la dottrina sociale cattolica.

Si tratta di valutare gli effetti diretti e indiretti delle decisioni, l’impatto sull’attività ma, ancora prima, sulle comunità, sulle persone, sull’ambiente.

«Le varie culture, che hanno prodotto la loro ricchezza nel corso dei secoli, devono essere preservate perché il mondo non si impoverisca.

E questo senza trascurare di stimolarle a lasciar emergere da sé stesse qualcosa di nuovo nell’incontro con altre realtà» (Enc.

Fratelli tutti, 134).

Terzo suggerimento: valorizzare le diversità.

Tutti gli organismi creati dall’uomo – le istituzioni, le imprese, le banche, le associazioni, i movimenti – hanno il diritto, se onestamente e correttamente gestiti, di poter salvaguardare e sviluppare la propria identità.

Qualcuno parla di “biodiversità imprenditoriale” – è bello il termine –: come garanzia di libertà di impresa e libertà di scelta dei clienti, dei consumatori, dei risparmiatori e degli investitori; e anche come condizione indispensabile di stabilità, di equilibrio, di ricchezza umana.

È quanto avviene nella natura e può avvenire anche negli “ecosistemi” economici.

Negli ultimi quindici anni il mondo è passato attraverso crisi gravi e continue.

Non abbiamo potuto terminare di affrontare la crisi finanziaria del 2007 che abbiamo dovuto affrontare quella del debito sovrano e delle economie reali, poi la pandemia, quindi la guerra in Ucraina con conseguenze e minacce globali.

Intanto però il Pianeta ha continuato a soffrire per gli effetti del cambiamento climatico; intanto guerre crudeli e nascoste si continuavano a combattere in diverse regioni; intanto decine di milioni di persone continuavano ad essere forzate a migrare dalle proprie terre.

Mentre una parte di uomini e donne miglioravano il proprio vivere quotidiano, un’altra parte risentiva di scelte senza scrupoli diventando le principali vittime di una sorta di contro-sviluppo.

San Paolo VI ha chiarito efficacemente che il nuovo nome della pace è lo sviluppo nella giustizia sociale (cfr Enc.

Populorum progressio, 76-80).

Cosa può fare il consulente di decisioni in questo contesto difficile e incerto? Può fare molto.

Può impostare le sue analisi e le sue proposte secondo uno sguardo e una visione integrali: infatti, lavoro dignitoso delle persone, cura della casa comune, valore economico e sociale, impatto positivo sulle comunità sono realtà tra loro connesse.

Il consulente di oggi, consapevole del proprio ruolo, è chiamato a proporre e argomentare indirizzi nuovi per sfide nuove.

Gli schemi vecchi hanno funzionato solo in parte, in contesti diversi.

Chiamerei questa nuova generazione di consulenti “consulenti integrali”.

Si tratta di esperti e professionisti che tengono conto delle connessioni tra i problemi e le loro rispettive soluzioni e che accolgono il concetto dell’antropologia relazionale: quella che «aiuta l’uomo anche a riconoscere la validità di strategie economiche che mirino anzitutto alla qualità globale della vita raggiunta, prima ancora che all’accrescimento indiscriminato dei profitti, ad un benessere che se vuol essere tale è sempre integrale, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.

Nessun profitto è infatti legittimo quando vengono meno l’orizzonte della promozione integrale della persona umana, della destinazione universale dei beni e dell’opzione preferenziale per i poveri» [1], e aggiungiamo: la cura della nostra casa comune.

Il mio auspicio è che voi possiate aiutare le organizzazioni a rispondere a questa chiamata.

Avete le giuste competenze per collaborare a costruire quel ponte necessario tra il presente paradigma economico, basato su consumi eccessivi e che sta vivendo la sua ultima fase, con il paradigma emergente, un paradigma strutturato sull’inclusione, la sobrietà, la cura e il benessere.

Vi incoraggio a diventare “consulenti integrali”: per cooperare a ri-orientare il modo di stare su questo nostro Pianeta che abbiamo fatto ammalare, nel clima e nelle disuguaglianze.

Cari amici, vi ringrazio di questo incontro e vi auguro buon lavoro.

Benedico voi e le vostre famiglie, specialmente i bambini, i malati e gli anziani, che sono la nostra saggezza.

E vi chiedo per favore di pregare per me.

E se qualcuno di voi non prega o non crede, almeno mandatemi “buone onde”, ne ho bisogno! Grazie.

_________________________________________________

 

[1] Congr.

Dottr.

Fede – Dicast.

Serv.

Svil.

Um.

Integr., Oeconomicae et pecuniariae quaestiones.

Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico-finanziario (6 gennaio 2018), 10.

Ai partecipanti al Congresso Tomistico Internazionale, promosso dalla Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino (22 Set 2022)
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Parole a braccio del Santo Padre

Discorso del Santo Padre consegnato

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PAROLE DEL SANTO PADRE

A me piace questo incontro dopo tanti anni perché si tratta di riflettere su un maestro.

A volte, quando si riflette su una persona che è stata creatrice di scuole, filosofiche o teologiche, si rischia di strumentalizzare il maestro per dire le cose che sembrano a me, e con il tomismo è successo questo.

Tante interpretazioni - penso a una per esempio - casistiche, del tomismo, che è stato schiavo del pensiero casistico.

Ricordo quella di uno spagnolo che ha scritto tanti libri, un tale Losada, credo che si chiamasse così, non ricordo bene, che per spiegare il “continuo metafisico” secondo San Tommaso, inventò i “puncta inflata”.

Così un’interpretazione di tipo casistico, di tipo opportunistico diminuisce e rende ridicolo il pensiero del maestro.

Quando noi vogliamo spiegare il pensiero di un maestro, il primo passo è la contemplazione, per essere noi ricevuti in quel pensiero magisteriale.

Il secondo, con timidezza, è la spiegazione.

E alla fine, con tanta cautela, l’interpretazione, ma questa con molta cautela.

Il maestro è un grande, il maestro è uno che fa scuola e che ha creato una scuola.

Il maestro è uno che mette in moto tutta una corrente di pensieri.

Mai usare il maestro per le cose che penso io, ma mettere le cose che penso alla luce del maestro, che sia la luce del maestro a interpretare questo.

Mi permetto di raccontarvi un’esperienza di un domenicano.

Nel Sinodo sulla famiglia c’erano punti che non erano chiari sulla dottrina cattolica e anche interpretazioni di San Tommaso che non erano chiare.

In quel tempo eravamo proprio in discussione perché non trovavamo la strada.

È stato un domenicano, il Cardinale Schönborn, che ci ha dato una lezione di teologia tomistica - ma a un’altezza! –, perché lui capiva Tommaso e lo ha spiegato senza usarlo, con grandezza.

Abbiamo vissuto quell’esperienza di quel grande domenicano, che è stato Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Ce ne sarebbero altre…, ma voglio menzionare questo.

Da una parte tante interpretazioni che riducono il pensiero del maestro e poi l’esperienza di uno che lo ha aperto: “No, questo dice Tommaso”, e provato da quello che diceva.

Questo è meraviglioso, questa è una cosa molto grande.

Per questo vi chiedo: prima di parlare di San Tommaso, prima di parlare del tomismo, prima di insegnare, bisogna contemplare: contemplare il maestro, capire oltre il pensiero intellettuale cosa ha vissuto il maestro e cosa ha voluto dirci il maestro.

Il segnale è quando io riduco la figura di un maestro alla figura di un pensatore, rovino il pensiero; gli tolgo la forza, gli tolgo la vita.

E San Tommaso è stato una luce al pensiero della Chiesa, e noi lo dobbiamo difendere da tutti questi “riduzionismi intellettualistici” che imprigionano la grandezza del suo pensiero magisteriale.

Questo è quello che volevo dirvi, oltre al discorso che ognuno di voi porterà.

Ma ho voluto soffermarmi a dirvi questo: è un maestro, non è un intellettuale come tanti, no, è diverso.

Vi ringrazio tanto.

E adesso mi piacerebbe darvi la benedizione e poi salutare coloro che vogliono salutare.

Se qualcuno non mi vuole salutare, non lo obbligo!

_________________________________________

DISCORSO CONSEGNATO

Signori Cardinali,

Illustri Accademici, Signore e Signori!

Sono lieto di accogliere tutti voi, venuti a Roma da diverse parti del mondo per celebrare l’undicesimo Congresso Tomistico Internazionale.

Ringrazio il Cardinale Luis Ladaria per le cortesi parole che mi ha rivolto.

Saluto Padre Serge-Thomas Bonino, Presidente della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino, e tutti gli Accademici presenti.

Esprimo anche la mia gratitudine al Cardinale Gianfranco Ravasi che, in veste di Presidente del Consiglio di coordinamento delle Accademie pontificie, ha accompagnato per tanti anni la vita dell’Accademia.

L’anno prossimo ricorrerà il settimo centenario della canonizzazione di San Tommaso d’Aquino, avvenuta ad Avignone nel 1323.

Tale evento ci ricorda che questo grandissimo teologo – il “Dottore comune” della Chiesa – è prima di tutto un santo, un fedele discepolo della Sapienza incarnata.

Per questo, nell’orazione colletta della sua memoria chiediamo a Dio, «che lo ha reso grande per la ricerca della santità di vita e la passione per la sacra dottrina», di «donarci di comprendere i suoi insegnamenti e di imitare i suoi esempi».

E qui troviamo anche il vostro programma spirituale: imitare il Santo e lasciarvi illuminare e guidare dal Dottore e Maestro.

La stessa orazione mette in risalto la passione di fra Tommaso per la sacra dottrina.

In effetti, egli fu un uomo appassionato della Verità, un ricercatore instancabile del volto di Dio.

Il suo biografo riferisce che già da bambino avrebbe chiesto: «Che cosa è Dio?» [1].

Questa domanda ha accompagnato Tommaso e lo ha motivato per tutta la vita.

Tale ricerca della verità su Dio è mossa e permeata dall’amore.

Così egli scrive: «Spinto da un’ardente volontà di credere, l’uomo ama la verità che crede, la considera nella sua intelligenza e l’abbraccia con le ragioni che può trovare a tale scopo» [2].

Perseguire umilmente, sotto la guida dello Spirito Santo, l’ intellectus fidei non è opzionale per il credente, ma è parte del dinamismo stesso della sua fede.

Bisogna che la Parola di Dio, già accolta nel cuore, raggiunga l’intelligenza per “rinnovare il nostro modo di pensare” (cfr Rm 12,2), affinché valutiamo tutte le cose alla luce della Sapienza eterna.

Pertanto, la ricerca appassionata di Dio è contemporaneamente preghiera e contemplazione, cosicché San Tommaso è modello della teologia che nasce e cresce nell’atmosfera dell’adorazione.

Questa ricerca della verità su Dio usa le due “ali” della fede e della ragione.

Come sappiamo, il modo in cui San Tommaso ha saputo coordinare le due luci delle fede e della ragione rimane esemplare.

San Paolo VI scriveva: «Il punto centrale e quasi il nocciolo della soluzione che San Tommaso diede al problema del nuovo confronto tra la ragione e la fede con la genialità del suo intuito profetico, è stato quello della conciliazione tra la secolarità del mondo e la radicalità del Vangelo, sfuggendo così alla innaturale tendenza negatrice del mondo e dei suoi valori, senza peraltro venir meno alle supreme e inflessibili esigenze dell’ordine soprannaturale» [3].

Il cristiano, dunque, non teme di avviare un dialogo razionale sincero con la cultura del proprio tempo, convinto, secondo la formula dell’ Ambrosiaster cara a Tommaso, che «ogni verità, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo» [4].

Nell’orazione colletta già citata noi chiediamo la grazia non solo di imitare il Santo ma anche di «comprendere i suoi insegnamenti».

In effetti, San Tommaso è la fonte di una tradizione di pensiero della quale è stata riconosciuta «la novità perenne» [5].

Il tomismo non deve essere un oggetto da museo, ma una fonte sempre viva, secondo il tema del vostro Congresso: “ Vetera novis augere.

Le risorse della tradizione tomista nel contesto attuale”.

Occorre promuovere, secondo l’espressione di Jacques Maritain, un “tomismo vivente”, capace di rinnovarsi per rispondere alle domande odierne.

Così, il tomismo va avanti seguendo un doppio movimento vitale di “sistole e diastole”.

Sistole, perché bisogna prima concentrarsi sullo studio dell’opera di San Tommaso nel suo contesto storico-culturale, per individuarne i principi strutturanti e coglierne l’originalità.

Dopo, però, viene la diastole: rivolgersi nel dialogo al mondo odierno, per assimilare criticamente ciò che di vero e giusto c’è nella cultura del tempo.

Tra tante dottrine illuminanti dell’Aquinate, vorrei soltanto richiamare l’attenzione, come ho fatto nell’Enciclica Laudato si’, sulla fecondità del suo insegnamento circa la creazione.

Non a caso, lo scrittore inglese Chesterton ha chiamato l’Aquinate “Tommaso del Creatore”.

La creazione è per San Tommaso la primissima manifestazione della stupenda generosità di Dio, anzi, della sua gratuita misericordia [6].

È la chiave dell’amore, dice Tommaso, che ha aperto la mano di Dio e la tiene sempre aperta [7].

Egli contempla poi la bellezza di Dio che risplende nella diversità ordinata delle creature.

L’universo delle creature visibili e invisibili non è né un blocco monolitico né pura diversità informe, ma forma un ordine, un tutto, in cui tutte le creature sono legate perché tutte vengono da Dio e vanno a Dio, e perché esse agiscono le une sulle altre creando così una fitta rete di relazioni.

«San Tommaso d’Aquino ha sottolineato sapientemente che la molteplicità e la varietà provengono dall’intenzione del primo agente, il Quale ha voluto che ciò che manca a ciascuna cosa per rappresentare la bontà divina sia supplito dalle altre cose, perché la sua bontà non può essere adeguatamente rappresentata da una sola creatura.

Per questo, abbiamo bisogno di cogliere la varietà delle cose nelle loro molteplici relazioni.

Dunque, si capisce meglio l’importanza e il significato di qualsiasi creatura, se la si contempla nell’insieme del piano di Dio» [8].

Per tutto questo, cari fratelli e sorelle, nella scia dei miei predecessori vi raccomando: Andate a Tommaso! Non abbiate paura di accrescere e arricchire con le cose nuove le cose antiche e sempre feconde.

Vi auguro buon lavoro e di cuore vi benedico.

E vi chiedo per favore di pregare per me.

Grazie!

 _____________________________________________

[1] Petrus Calo, Vita s.

Thomas Aquinatis, in Fontes vitae s.

Thomae Aquinatis, a cura di D.

Prümmer e M.-H.

Laurent, Toulouse, s.

d., p.

19.

[2] Summa theologiae, IIa-IIae, q.

2, a.

10.

[3] Lett.

ap.

Lumen Ecclesiae (20 novembre 1974), 8: AAS 66 (1974), 680.

[4] Ambrosiaster, In I Cor 12,3: PL 17, 258.

Cfr S.Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, Ia-IIae, q.

109, a.

1, ad 1.

[5] S.Giovanni Paolo II, Lett.

Enc.

Fides et ratio (14 settembre 1998), 43-44.

[6] Cfr.

san Tommaso d’Aquino, In IV Sent., d.

46, q.

2, a.

2, qla.

2, ad 1; Summa theologiae, Ia, q.

21, a.

4, ad 4.

[7] Cfr S.

Tommaso d’Aquino, In II Sent., Prologus.

[8] Lett.

Enc.

Laudato si’ (24 maggio 2015), 86.

Ai Canonici Regolari Premostratensi, in occasione del IX centenario della fondazione dell'Abbazia di Prémontré (22 Set 2022)
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Cari fratelli e sorelle, benvenuti!

Ringrazio l’Abate Generale per le sue parole.

Saluto tutti voi, lieto di incontrarvi, con un anno di ritardo.

L’anno scorso, infatti, avete celebrato i 900 anni della prima professione di San Norberto e dei suoi primi compagni, a Prémontré, nel giorno di Natale del 1121.

Questo evento segnava la nascita dell’Ordine dei Premostratensi.

Quel piccolo paesino nel nord della Francia divenne così la fucina in cui prese forma la vostra proto-comunità.

Già nel primo secolo di vita il neonato Ordine conobbe una crescita straordinaria, in tutta Europa.

Le diverse comunità, associate a quella di Prémontré, avevano ciascuna la propria fisionomia, il proprio stile.

Così, l’Ordine del quale Norberto pose le basi si concretizzò in una federazione di comunità autonome e stabili.

Del resto, i Canonici Regolari fanno professione in una determinata Chiesa, radicata in un luogo preciso.

La storia degli Ordini religiosi evidenzia spesso una certa tensione tra il fondatore e la sua fondazione.

E questo è buono, perché quando non c’è la tensione, il fondatore prende tutto con sé e l’istituto muore con il fondatore.

La tensione fa crescere la comunità, l’ordine religioso.

San Norberto, ad esempio, fu un missionario, predicatore itinerante e, da arcivescovo di Magdeburgo, pianificò l’evangelizzazione dei confini dell’allora impero germanico.

Viene dunque da chiedersi come il carisma missionario di San Norberto potesse attuarsi in comunità stabili e legate a un determinato luogo.

Nei prossimi anni, molte abbazie e monasteri del vostro Ordine celebreranno il loro nono centenario di fondazione.

Questo fatto rende ancora più utile, anzi necessaria una vostra riflessione.

L’organizzazione dell’Ordine ha favorito una grande stabilità nei secoli.

Molti dei vostri monasteri e abbazie sono profondamente legati agli eventi felici e alle prove, all’intera storia di una particolare regione.

Questa simbiosi ci fa già intuire come stabilità e missione, vita in un luogo ed evangelizzazione possano camminare di pari passo.

La presenza di una comunità di sorelle o fratelli è come un faro luminoso nell’ambiente circostante.

Eppure, la gente sa anche che le comunità religiose non sempre rispondono pienamente alla vita a cui sono chiamate.

L’esperienza cristiana concreta è fatta di buoni propositi e di errori, consiste nel ricominciare ancora e ancora.

Non bisogna avere vergogna di questo! È la strada.

Non per nulla, nella vostra professione canonicale, voi promettete di condurre una vita di conversione e di comunione.

Senza conversione non c’è comunione.

E proprio questo ricominciare e convertirsi alla fraternità è una chiara testimonianza del Vangelo, più di tante prediche.

La comune e fedele celebrazione della Liturgia delle Ore e dell’Eucaristia vi riporta continuamente alla fonte della comunione.

La liturgia è al centro della spiritualità dei Canonici Regolari, e coinvolge tutto il popolo di Dio.

D’altronde, la preghiera della Chiesa non conosce confini.

La fedeltà alla preghiera comune, che è la preghiera di Cristo, ha in sé un grande valore apostolico.

Aiuta ad aprire i cuori e le menti a tutti; e questa apertura si esprime nel carattere pubblico e accessibile delle celebrazioni nelle vostre chiese.

Fedeli e passanti sono i benvenuti e sono coinvolti nella comunità orante.

La cultura della convivenza fraterna, della preghiera comunitaria, che fa posto anche alla preghiera personale, è il fondamento di una vera “ospitalità missionaria”, che mira a far sì che gli “estranei” diventino fratelli e sorelle.

Nel corso della storia, molti Premostratensi sono stati missionari, incarnando più chiaramente lo spirito missionario di San Norberto.

La storia della missione è una storia di coraggio e di abnegazione, per amore.

A poco a poco, è cresciuta la consapevolezza che la missione, nel vostro Ordine, poteva comportare la costituzione di nuove comunità stabili in terra di missione.

E così nuovi monasteri e abbazie sorsero in contesti molto diversi da quello europeo.

La sfida era puntare sull’essenziale e sottoporre le forme tradizionali a una giusta critica, per distinguere ciò che è necessario e universale e ciò che può e deve essere adattato alle circostanze.

Oggi, le vostre fondazioni storiche in Europa sono invitate a ripensare la loro propria storia.

Nella misura in cui rivivrete, per così dire, i vostri inizi, potrete capire qual è la vostra ispirazione fondamentale.

Non dimentichiamolo: essere un Ordine significa imparare gli uni dagli altri; significa che le comunità federate, nella loro autonomia, debbono coltivare un interesse fraterno per tutte le altre comunità.

Questo è per voi un modo di vivere la cattolicità della Chiesa.

Ogni comunità mantiene la propria identità, spesso determinata dalle sue origini e dalla sua storia, e quindi nessuna comunità può pretendere di imporre la propria identità alle altre.

Piuttosto si tratta di riconoscere quanto si condivide come espressione del carisma comune.

I Canonici Regolari sono missionari perché, in virtù del loro carisma, cercano sempre di partire dal Vangelo e dai bisogni concreti della gente.

Il popolo non è un’astrazione.

È fatto di persone che conosciamo: comunità, famiglie, individui con un volto concreto.

Esse sono legate all’abbazia o al monastero perché vivono e lavorano nella stessa regione.

A volte condividono una lunga storia comune con le vostre comunità.

E occorre avere capacità di inserirsi culturalmente nel popolo, dialogare con il popolo, non rinnegare il popolo dal quale siamo venuti.

Questo è un carisma che ci fa “atterrare” continuamente nella realtà.

Concretamente, lo slancio missionario di una casa premostratense si traduce nelle scelte concrete in campo sociale, economico, culturale.

L’attività economica di una comunità religiosa è finalizzata al sostentamento dei suoi membri, alla loro formazione e al loro apostolato.

Per molti di voi c’è spesso da provvedere alla manutenzione e conservazione di un patrimonio culturale e architettonico.

L’attività economica serve alla missione e alla realizzazione del carisma: non è mai fine a sé stessa, ma orientata verso una meta spirituale.

Non può mai contraddire lo scopo a cui serve.

Ciò significa che quando si scelgono le modalità di guadagno, bisogna chiedersi: qual è l’impatto sulla gente del territorio? Quali saranno le conseguenze per i poveri, per i nostri ospiti, per i visitatori? Le nostre scelte sono espressione della semplicità evangelica? Favoriscono l’accoglienza e la vita fraterna? Qui si vede come le decisioni sul campo economico devono essere armonizzate dalla missione, dalla gente, dalla comunità, non al rovescio.

Quando in un ordine religioso, anche in una diocesi può darsi, prende il sopravvento l’attività economica, si dimentica la gente e si dimentica quello che ha detto Gesù: che non si può servire a due padroni (cfr Lc 16,13).

“O tu servi a Dio – e io mi aspettato che dicesse ‘o al diavolo’, no, non dice al diavolo – o ai soldi”.

L’idolatria dei soldi.

Questo ci allontana dalla vera vocazione.

Per questo, sempre bisogna porsi queste domande, sulle conseguenze.

Quali saranno le conseguenze per i poveri, per i nostri ospiti, per i visitatori che vedono la nostra attività economica? Le nostre scelte economiche sono espressione della semplicità evangelica o siamo degli imprenditori? Favoriscono l’accoglienza e la vita fraterna? E non si possono servire due padroni.

State attenti.

Il diavolo, di solito, entra dalle tasche.

Occorre anche chiedersi quali sono le conseguenze sull’ambiente.

La stabilità della comunità e la sua lunga esperienza aiutano a prevedere le conseguenze delle scelte a lungo termine.

La sostenibilità è un criterio-chiave, come pure la giustizia sociale.

Come datore di lavoro, un’abbazia o un monastero può prendere in considerazione l’assunzione di persone che hanno difficoltà a trovare lavoro o collaborare con un’agenzia specializzata per l’impiego sociale.

Una saggia apertura nella condivisione di beni culturali, giardini e aree naturali può contribuire al dinamismo di un’area più ampia.

Del resto, fa parte della vostra tradizione tenere conto dell’ambiente e delle persone che con voi lo abitano.

Questo crea le condizioni per una pastorale efficace e per un annuncio credibile del Vangelo.

Le scelte economiche e sociali non sono separate dalla missione.

Anche i contatti con gli enti pubblici e varie società, come pure gli investimenti di una comunità, possono contribuire a sviluppare buone iniziative.

Che i contatti reciproci all’interno dell’Ordine tengano aperto il vostro sguardo, suscitino solidarietà tra le comunità e l’attenzione al contesto in cui ciascuna di esse vive e testimonia il Vangelo.

Insieme a questa premura per la buona gestione, occorre esercitare quella per quanti sono al di fuori della rete sociale, per coloro che sono emarginati a causa dell’estrema povertà o fragilità e, per questo, difficili da raggiungere.

Alcune necessità possono essere alleviate solo attraverso la carità, primo passo verso una migliore integrazione nella società.

Molti Premostratensi hanno servito come parroci, insegnanti e missionari.

Vivono nella memoria delle vostre comunità, così come delle parrocchie, delle scuole e dei paesi in cui hanno servito.

Sono loro che costituiscono la linfa vitale della vostra tradizione, come riecheggiava nel motto del vostro Giubileo: “Insieme, con Dio, con il popolo”.

Seguendo le orme di San Norberto, la pietà dei Premostratensi ha riservato un posto sempre più centrale all’Eucaristia, sia nella solenne e raccolta celebrazione comunitaria, sia nell’adorazione silenziosa.

Proprio come è presente per noi nel Sacramento, così il Signore vuole essere presente attraverso di noi nella vita di coloro che incontriamo.

Possiate voi, fratelli e sorelle, diventare ciò che celebrate, ricevete e adorate: il corpo di Cristo, e in Lui un focolare di comunione a cui molti possono riscaldarsi.

La prima professione di Norberto e dei suoi discepoli, nel giorno del Santo Natale, lega per sempre il vostro Ordine al Mistero dell’Incarnazione.

La semplicità e la povertà di Betlemme vi ispirino il senso della fratellanza umana.

La presenza materna di Maria Santissima vi guidi nel cammino della fede e della carità premurosa.

La sua preghiera con i discepoli ha accompagnato la nascita della Chiesa apostolica, che da sempre ha ispirato il vostro modo di vivere.

Possa la Madre di Cristo e della Chiesa aiutarci a diventare pienamente umani, per essere testimoni credibili del Vangelo della salvezza.

Lo Spirito Santo vi illumini nel vostro cammino e nel vostro servizio alla Chiesa.

Di cuore benedico tutti voi e le vostre comunità.

E, come ha detto l’Abate Generale, pregate per me.

Grazie!

Udienza Generale del 21 Set 2022 - Catechesi: Il Viaggio Apostolico in Kazakhstan
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Catechesi: Il Viaggio Apostolico in Kazakhstan

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La settimana scorsa, da martedì a giovedì, mi sono recato in Kazakhstan, vastissimo Paese dell’Asia centrale, in occasione del settimo Congresso dei Leaders delle religioni mondiali e tradizionali.

Rinnovo al Signor Presidente della Repubblica e alle altre Autorità del Kazakhstan la mia gratitudine per la cordiale accoglienza che mi è stata riservata e per il generoso impegno profuso nell’organizzazione.

Così pure ringrazio di cuore i Vescovi e tutti i collaboratori per il grande lavoro che hanno fatto, e soprattutto per la gioia che mi hanno dato di poterli incontrare e di vederli tutti insieme.

Come dicevo, il motivo principale del viaggio è stato di prendere parte al Congresso dei Leader delle religioni mondiali e tradizionali.

Questa iniziativa è portata avanti da vent’anni dalle Autorità del Paese, che si presenta al mondo come luogo di incontro e di dialogo, in questo caso a livello religioso, e quindi come protagonista nella promozione della pace e della fratellanza umana.

È stata la settima edizione di questo congresso: un Paese che ha 30 anni di indipendenza, ha fatto già 7 edizioni di questi congressi, uno ogni tre anni.

Questo significa mettere le religioni al centro dell’impegno per la costruzione di un mondo in cui ci si ascolta e ci si rispetta nella diversità.

E questo non è relativismo, no: è ascoltare e rispettare.

E di questo va dato atto al Governo kazako, che, dopo essersi liberato dal giogo del regime ateistico, ora propone una strada di civiltà, condannando nettamente fondamentalismi ed estremismi.

È una posizione equilibrata e di unità.

Il Congresso ha discusso e approvato la Dichiarazione finale, che si pone in continuità con quella firmata ad Abu Dhabi nel febbraio 2019 sulla fratellanza umana.

Mi piace interpretare questo passo avanti come frutto di un cammino che parte da lontano: penso naturalmente allo storico Incontro interreligioso per la pace convocato da San Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986, tanto criticato dalla gente che non aveva lungimiranza; penso allo sguardo lungimirante di San Giovanni XXIII e San Paolo VI; e anche a quello di grandi anime di altre religioni – mi limito a ricordare il Mahatma Gandhi.

Ma come non fare memoria di tanti martiri, uomini e donne di ogni età, lingua e nazione, che hanno pagato con la vita la fedeltà al Dio della pace e della fraternità? Lo sappiamo: i momenti solenni sono importanti, ma poi è l’impegno quotidiano, è la testimonianza concreta che costruisce un mondo migliore per tutti.

Oltre al Congresso, questo viaggio mi ha dato modo di incontrare le e Autorità del Kazakhstan e la Chiesa che vive in quella terra.

Dopo aver visitato il Signor Presidente della Repubblica – che ancora ringrazio per la sua gentilezza –, ci siamo recati nella nuova Sala da Concerti, dove ho potuto parlare ai Governanti, ai rappresentanti della società civile e al Corpo diplomatico.

Ho messo in risalto la vocazione del Kazakhstan ad essere Paese dell’incontro: in esso, infatti, convivono circa centocinquanta gruppi etnici e si parlano più di ottanta lingue.

Questa vocazione, che è dovuta alle sue caratteristiche geografiche e alla sua storia,  - questa vocazione di essere paese di incontro, di culture, di lingue - è stata accolta e abbracciata come un cammino, che merita di essere incoraggiato e sostenuto.

Come pure ho auspicato che possa proseguire la costruzione di una democrazia sempre più matura, in grado di rispondere effettivamente alle esigenze dell’intera società.

È un compito arduo, che richiede tempo, ma già bisogna riconoscere che il Kazakhstan ha fatto scelte molto positive, come quella di dire “no” alle armi nucleari e quella di buone politiche energetiche e ambientali.

Questo è stato coraggioso.

In un momento di questa tragica guerra dove alcuni pensano alle armi nucleari - una pazzia - questo paese già dall’inizio dice “no” alle armi nucleari.

Per quanto riguarda la Chiesa, mi ha tanto rallegrato incontrare una comunità di persone contente, gioiose, con entusiasmo.

I cattolici sono pochi in quel Paese così vasto.

Ma questa condizione, se vissuta con fede, può portare frutti evangelici: anzitutto la beatitudine della piccolezza, dell’essere lievito, sale e luce contando unicamente sul Signore e non su qualche forma di rilevanza umana.

Inoltre la scarsità numerica invita a sviluppare le relazioni con i cristiani di altre confessioni, e anche la fraternità con tutti.

Dunque piccolo gregge, sì, ma aperto, non chiuso, non difensivo, aperto e fiducioso nell’azione dello Spirito Santo, che soffia liberamente dove e come vuole.

Abbiamo ricordato anche quella parte grigia, i martiri: i martiri di quel Popolo santo di Dio - perché ha sofferto decenni di oppressione ateistica, fino alla liberazione 30 anni fa - uomini e donne che hanno sofferto tanto per la fede nel lungo periodo della persecuzione.

Assassinati, torturati, carcerati per la fede.

Con questo gregge piccolo ma gioioso abbiamo celebrato l’Eucaristia, sempre a Nur Sultan, nel piazzale di Expo 2017, circondato da architetture ultra-moderne.

Era la festa della Santa Croce.

E questo ci fa riflettere: in un mondo nel quale progresso e regresso si intrecciano, la Croce di Cristo rimane l’ancora di salvezza: segno della speranza che non delude perché fondata sull’amore di Dio, misericordioso e fedele.

A Lui va il nostro ringraziamento per questo viaggio, e la preghiera affinché esso sia ricco di frutti per il futuro del Kazakhstan e per la vita della Chiesa pellegrina in quella terra.

Grazie.

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Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier la délégation du Secours Catholique, Caritas France, et le groupe du diocèse de Chalon.

Je vous encourage à rendre grâce avec moi pour le voyage accompli la semaine dernière au Kazakhstan.

Puisse-t-il se révéler riche de fruits pour l’avenir de ce pays et pour la vie de l’Église pèlerine sur cette terre.

Ces moments solennels vécus durant le Congrès et les diverses rencontres sont importants, mais il nous faut ensuite nous rappeler que c'est l'engagement au quotidien, qui construisent un monde meilleur pour tous.

Que Dieu bénisse vos familles et vos communautés !

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare la delegazione del Soccorso Cattolico, Caritas Francia e il gruppo della diocesi di Chalon.

Vi esorto a rendere grazie con me per il viaggio compiuto la scorsa settimana in Kazakistan.

Possa rivelarsi ricco di frutti per il futuro di questo Paese e per la vita della Chiesa pellegrina su questa terra.

Questi momenti solenni vissuti durante il Congresso e i vari incontri sono importanti; tuttavia, è l'impegno quotidiano che costruisce un mondo migliore per tutti.

Dio benedica le vostre famiglie e le vostre comunità!]

I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially the groups from England, Denmark, Norway, Jerusalem and the United States of America.

In a particular way my greeting goes to the new seminarians of the Venerable English College as they begin their priestly formation here in Rome.

I invoke upon each of you, and your families, joy and peace in our Lord Jesus Christ.

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’udienza odierna, specialmente quelli provenienti da Inghilterra, Danimarca, Norvegia, Gerusalemme e Stati Uniti d’America.

In particolare, saluto i nuovi seminaristi del Venerabile Collegio Inglese all’inizio della loro formazione sacerdotale qui a Roma.

Su ciascuno di voi, e sulle vostre famiglie, invoco la gioia e la pace del Signore Gesù.]

Liebe Pilger, deutscher Sprache, während meiner Reise nach Kasachstan haben wir das Fest Kreuzerhöhung gefeiert.

Blicken wir voll Vertrauen auf das Kreuz unseres Herrn, der uns Liebe, Mitgefühl und Vergebung lehrt und uns ermutigt, die Kreuze unseres Lebens anzunehmen.

Der Herr segne euch!

[Cari pellegrini di lingua tedesca, durante il mio viaggio in Kazakistan abbiamo celebrato la festa dell’Esaltazione della Croce.

Guardiamo con fiducia alla Croce di nostro Signore, che ci insegna l’amore, la compassione e il perdono e ci incoraggia ad abbracciare le croci della nostra vita.

Dio vi benedica!]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española que están en la Plaza.

El lema del Viaje apostólico a Kazajistán fue «Mensajeros de la paz y la unidad».

Que Cristo resucitado nos conceda la gracia de ser portadores de su paz y constructores de unidad en cada uno de nuestros ambientes.

Que Dios los bendiga.

Muchas gracias. 

Dirijo uma cordial saudação aos peregrinos de língua portuguesa, especialmente a quantos vieram do Brasil – o grupo de magistrados, a associação Regina Fidei e a organização Nossa Senhora da Estrada –, convidando todos a permanecer fiéis a Cristo Jesus.

Ele desafia-nos a sair do nosso mundo limitado e estreito para o Reino de Deus e a verdadeira liberdade.

O Espírito Santo vos ilumine para poderdes levar a Bênção de Deus a todos os homens.

A Virgem Mãe vele sobre o vosso caminho e vos proteja.

[Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua portoghese, in particolare a quanti sono venuti dal Brasile – il gruppo di magistrati, l’associazione Regina Fidei e l’organizzazione Nossa Senhora da Estrada – invitando tutti a rimanere fedeli a Cristo Gesù.

Egli ci sfida a uscire dal nostro mondo piccolo e ristretto verso il Regno di Dio e la vera libertà.

Lo Spirito Santo vi illumini affinché possiate portare la Benedizione di Dio a tutti gli uomini.

La Vergine Madre vegli sul vostro cammino e vi protegga.]

أُحَيِّي المؤمِنينَ الناطِقينَ باللغَةِ العربِيَّة.

أنْ نكونَ قطيعًا صغيرًا في بلدٍ شاسعٍ يجبُ ألَّا يُخيفُنا هذا الأمر، بلْ يدعُونا إلى أنْ نعيشَ هذا الواقِعَ بإيمان، حتَّى نستطيعَ أنْ نكونَ خميرةً ومِلحًا ونورًا للآخرين، ونحنُ واثِقُونَ بِعَمَلِ الرُّوحِ القُدُس، الَّذي يَهِبُّ بحريَّةٍ حيثُما شاء وكيفَما شاء.

باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba.

Essere piccolo gregge in un paese vasto non dovrebbe impaurirci, ma piuttosto invitarci a vivere questa realtà con fede, affinché possiamo diventare lievito, sale e luce per gli altri, e fiduciosi nell’azione dello Spirito Santo, che soffia liberamente dove e come vuole.

Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Pozdrawiam serdecznie Polaków.

Dziękuję wam za dar modlitwy, którą towarzyszyliście mi podczas mojej pielgrzymki do Kazachstanu.

Witam szczególnie uczestników obchodów 40.

rocznicy powstania Fundacji Jana Pawła II, ustanowionej przez tegoż mojego Poprzednika.

Dziękuję za waszą obecność i zachęcam was, abyście propagowali w świecie jego dziedzictwo duchowe, naśladując świętość jego życia.

Niech Bóg wam błogosławi.

[Saluto cordialmente i polacchi.

Vi sono grato per il dono della preghiera con cui mi avete accompagnato durante il mio Viaggio in Kazakhstan.

Saluto in modo particolare i partecipanti alle celebrazioni del 40° anniversario della Fondazione Giovanni Paolo II, istituita dal medesimo mio Predecessore.

Vi ringrazio per la vostra presenza e vi incoraggio a diffondere nel mondo la sua eredità spirituale, imitandone la santità di vita.

Dio vi benedica.]

Radosno pozdravljam hrvatske hodočasnike, osobito vjernike Vojnog ordinarijata u Republici Hrvatskoj: članove Ministarstva obrane, Ministarstva unutarnjih poslova te Ministarstva branitelja kao i članove Vatrogasne zajednice, zajedno s njihovim obiteljima, u pratnji biskupa Vojnog ordinarija i svećenika.

Dragi prijatelji, hodočašće koje trenutno vršite povodom dvadeset i pete obljetnice Vojnog ordinarijata, neka vam dade obnovljenu nadu i radost vjere, kako biste mogli nastaviti davati dragocjen doprinos vašega rada u društvu u kojemu živite.

Neka vas na vašemu putu prati stalni zagovor Blažene Djevice Marije.

Neka do svih vas doprije i moj blagoslov.

Hvaljen Isus i Marija.

[Saluto con gioia i pellegrini croati, in particolare i fedeli dell’Ordinariato militare in Croazia: i membri del Ministero della Difesa, del Ministero degli Interni e del Ministero dei Veterani di guerra, come anche i Vigili del fuoco, insieme alle loro famiglie, accompagnati dal Vescovo Ordinario militare e dai sacerdoti.

Cari amici, il pellegrinaggio che state compiendo in occasione del venticinquesimo anniversario dell’Ordinariato militare, vi dia una rinnovata speranza e la gioia della fede, affinché possiate continuare ad offrire il prezioso contributo del vostro lavoro nella società in cui vivete.

L’intercessione della Beata Vergine Maria vi accompagni sempre nel vostro cammino.

A voi tutti la mia benedizione.

Siano lodati Gesù e Maria!]

Zo srdca vítam slovenských veriacich.

Osobitne pozdravujem farské skupiny, ako aj účastníkov Sestnástej púte Ordinariátu ozbrojených síl a ozbrojených zborov Slovenskej republiky, vedených Monsignorom Františkom Rábekom.

Bratia a sestry, dnes slávime sviatok svätého Matúša, Apoštola a Evanjelistu.

Jeho veľkodušná odpoveď na Kristovo povolanie nech osvecuje váš kresťanský život.

S týmto želaním žehnám vás i vaše rodiny vo vlasti.

Pochválený buď Ježiš Kristus!

[Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua slovacca.

In particolare saluto i gruppi parrocchiali come pure i partecipanti al Sedicesimo pellegrinaggio dell’Ordinariato delle forze armate e dei corpi armati della Repubblica Slovacca, guidati da Monsignor František Rábek.

Fratelli e sorelle, oggi celebriamo la festa di San Matteo, Apostolo ed Evangelista.

La sua generosa risposta alla chiamata di Cristo illumini la vostra vita cristiana.

Con tali voti benedico voi e le vostre famiglie in Patria.

Sia lodato Gesù Cristo!]

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APPELLI

Oggi, ricorre la Giornata Mondiale dell’Alzheimer, una malattia che colpisce tante persone le quali, a causa di questa patologia, sono spesso poste ai margini della società.

Preghiamo per i malati di Alzheimer, per le loro famiglie e per coloro che se ne prendono amorevolmente cura, affinché siano sempre più sostenuti e aiutati. Associo anche alla preghiera gli uomini e le donne emodializzati dialisi e trapianto, qui convenuti con una rappresentanza.

 

E anche vorrei fare presente la terribile situazione della martoriata Ucraina.

Il Cardinale Krajewski è andato lì per la quarta volta.

Ieri mi ha telefonato, lui sta spendendo tempo lì, aiutando nella zona di Odessa, dando tanta vicinanza.

Mi ha raccontato il dolore di questo popolo, le azioni selvagge, le mostruosità, i cadaveri torturati che trovano.

Uniamoci a questo popolo così nobile e martire.

 

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

In particolare, saluto i partecipanti al corso promosso dall’Università della Santa Croce, come pure i Missionari della carità contemplativi e le Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore che celebrano i rispettivi Capitoli generali.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, ai giovani, ai malati, agli anziani e agli sposi novelli, che sono tanti, è bello sposarsi! La festa dell’evangelista San Matteo, che la Chiesa Universale celebra oggi, mi offre lo spunto per esortare tutti a porsi alla scuola del Vangelo.

Troverete nelle parole di Cristo la luce e il sostegno per il vostro cammino.

Grazie.

Angelus, 18 Set 2022
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La parabola che il Vangelo della Liturgia odierna ci presenta (cfr Lc 16,1-13), ci appare un po’ difficile da comprendere.

Gesù racconta una storia di corruzione: un amministratore disonesto, che ruba e poi, scoperto dal suo padrone, agisce con furbizia per venire fuori da quella situazione.

Ci chiediamo: in che consiste questa furbizia – è un corrotto quello che la usa –, e cosa vuole dirci Gesù?

Dal racconto vediamo che questo amministratore corrotto finisce nei guai perché ha approfittato dei beni del suo padrone; ora dovrà rendere conto e perderà il suo lavoro.

Ma lui non si dà per vinto, non si rassegna al suo destino e non fa la vittima; al contrario, agisce subito con furbizia, cerca una soluzione, è intraprendente.

Gesù prende spunto da questa storia per lanciarci una prima provocazione: «I figli di questo mondo – dice – verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (v.

8).

Capita cioè che, chi si muove nelle tenebre, secondo certi criteri mondani, sa cavarsela anche in mezzo ai guai, sa essere più furbo degli altri; invece, i discepoli di Gesù, cioè noi, a volte siamo addormentati, oppure siamo ingenui, non sappiamo prendere l’iniziativa per cercare vie d’uscita nelle difficoltà (cfr Evangelii gaudium, 24).

Per esempio, penso ai momenti di crisi personale, sociale, ma anche ecclesiale: a volte ci lasciamo vincere dallo scoraggiamento, o cadiamo nella lamentela e nel vittimismo.

Invece – dice Gesù – si potrebbe anche essere scaltri secondo il Vangelo, essere svegli e attenti per discernere la realtà, essere creativi per cercare soluzioni buone, per noi e per gli altri.

Ma c’è anche un altro insegnamento che Gesù ci offre.

Infatti, in cosa consiste la furbizia dell’amministratore? Egli decide di fare uno sconto a quelli che sono in debito, e così se li fa amici, sperando che possano aiutarlo quando il padrone lo caccerà.

Prima accumulava le ricchezze per sé stesso, adesso le usa per farsi degli amici che possano aiutarlo in futuro.

Sulla stessa via, rubare.

E Gesù, allora, ci offre un insegnamento sull’uso dei beni: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne» (v.

9).

Per ereditare la vita eterna, cioè, non serve accumulare i beni di questo mondo, ma ciò che conta è la carità che avremo vissuto nelle nostre relazioni fraterne.

Ecco allora l’invito di Gesù: non usate i beni di questo mondo solo per voi stessi e per il vostro egoismo, ma servitevene per generare amicizie, per creare relazioni buone, per agire nella carità, per promuovere la fraternità ed esercitare la cura verso i più deboli.

Fratelli e sorelle, anche nel mondo di oggi ci sono storie di corruzione come quella del Vangelo; condotte disoneste, politiche inique, egoismi che dominano le scelte dei singoli e delle istituzioni, e tante altre situazioni oscure.

Ma a noi cristiani non è permesso scoraggiarci o, ancora peggio, lasciar correre, restare indifferenti.

Al contrario, siamo chiamati ad essere creativi nel fare il bene, con la prudenza e la scaltrezza del Vangelo, usando i beni di questo mondo – non solo quelli materiali, ma tutti i doni che abbiamo ricevuto dal Signore – non per arricchire noi stessi, ma per generare amore fraterno e amicizia sociale.

Questo è molto importante: con il nostro atteggiamento generare amicizia sociale.

Preghiamo Maria Santissima, che ci aiuti a essere come lei poveri in spirito e ricchi di carità vicendevole.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Ringrazio Dio per il viaggio che ho potuto compiere nei giorni scorsi in Kazakhstan, in occasione del settimo Congresso dei Leader delle Religioni mondiali e tradizionali.

Mi propongo di parlarne nell’Udienza generale di mercoledì prossimo.

Sono addolorato per i recenti combattimenti tra l’Azerbaigian e l’Armenia.

Esprimo la mia spirituale vicinanza alle famiglie delle vittime, ed esorto le parti a rispettare il cessate-il-fuoco, in vista di un accordo di pace.

Non dimentichiamo: la pace è possibile quando tacciono le armi e incomincia il dialogo! E continuiamo a pregare per il martoriato popolo ucraino e per la pace in ogni terra insanguinata dalla guerra.

Desidero assicurare la mia preghiera per le popolazioni delle Marche colpite da una violenta inondazione.

Prego per i defunti e per i loro familiari, per i feriti e per chi ha subito gravi danni.

Il Signore dia forza a quelle comunità!

Saluto tutti voi, romani e pellegrini di diversi Paesi.

In particolare, saluto le Religiose di Maria Immacolata di varie comunità in Africa, America Latina, Asia ed Europa; come pure i fedeli di Siviglia e il Gruppo Secolare Nostra Signora del Cenacolo.

Saluto il gruppo di Caturano, diocesi di Capua; i ragazzi della Cresima di Gazzaniga (Bergamo) e quelli di Soliera (Modena); i membri della comunità “Figli in Cielo”; le Pro Loco del Lazio e il gruppo di medici veterinari della provincia di Verona, con i loro familiari.

Saluto anche i giovani di “Economy of Francesco”, che oggi sono qui in piazza: andate sempre avanti! Ci vedremo a breve ad Assisi.

Un pensiero speciale rivolgo ai poveri e ai volontari della “Casa di Zaccheo”, a Mesagne: il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.

Auguro a tutti una buona domenica.

Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Buon pranzo e arrivederci!

Ai Pellegrini delle Diocesi di Alessandria e di Spoleto (17 Set 2022)
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Ringrazio Mons.

Gallese e Mons.

Boccardo per le loro presentazioni.

Mi rivolgerò prima ai pellegrini di Alessandria – in ordine alfabetico!

Cari fratelli e sorelle della Diocesi di Alessandria, il 450° anniversario della morte di San Pio V, unico Papa piemontese, nato a Bosco Marengo, nell’attuale territorio della Diocesi di Alessandria, offre lo spunto per qualche considerazione molto attuale.

Papa Pio V, al secolo Antonio Ghislieri, ha affrontato in soli sei anni di pontificato molte sfide pastorali e di governo.

Fu un riformatore della Chiesa, che fece scelte coraggiose.

Da allora, è cambiato lo stile del governo della Chiesa e sarebbe un errore anacronistico valutare certe opere di San Pio V con la mentalità di oggi.

Così pure dobbiamo fare attenzione a non ridurlo a un ricordo nostalgico, a una memoria imbalsamata, ma coglierne l’insegnamento e la testimonianza.

Con questo sguardo, possiamo notare che l’asse portante di tutta la sua vita è stata la fede.

Come possiamo declinare oggi i suoi insegnamenti? In primo luogo, ci invitano a essere cercatori della verità.

Gesù è la Verità, in senso non solo universale ma anche comunitario e personale; e la sfida è quella di vivere oggi la ricerca della verità nella vita quotidiana della Chiesa, delle comunità cristiane.

Questa ricerca non può che attuarsi attraverso un discernimento personale e comunitario a partire dalla Parola di Dio (cfr Evangelii gaudium30.50.175).

Questo impegno, attuato nel discernimento, fa crescere una comunità nella conoscenza sempre più intima di Gesù Cristo; e allora Lui, la verità, il Signore, diventa il fondamento della vita comunitaria, intessuta di legami d’amore.

L’amore si esplicita in azioni di condivisione, dalla dimensione fisica a quella spirituale, azioni che danno visibilità al segreto che portiamo nei nostri “vasi di creta” (cfr 2Cor 4,7).

La Parola di Dio prende vita in particolare nella celebrazione eucaristica, sia nella “mensa della Parola”, sia nella “mensa dell’Eucaristia”, dove in qualche modo tocchiamo la carne di Cristo.

San Pio V si è occupato di riformare la Liturgia della Chiesa, e dopo quattro secoli il Concilio Vaticano II ha attuato un’ulteriore riforma per meglio aderire alle esigenze del mondo di oggi.

In questi anni si è molto parlato di Liturgia, soprattutto delle sue forme esteriori.

Ma l’impegno maggiore va posto affinché la celebrazione eucaristica diventi effettivamente la fonte della vita della comunità (cfr Sacrosanctum Concilium, 10).

La Liturgia infatti, di fronte ai crocevia del cammino delle comunità, come pure alle croci delle nostre vite personali, ci inserisce nel sacerdozio di Cristo, dandoci una modalità nuova che San Paolo sintetizza così: «Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24).

Al termine della Liturgia, dopo aver toccato la Carne eucaristica di Cristo, la comunità evangelizzatrice viene inviata e «si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo» (Evangelii gaudium, 24).

E poi non possiamo dimenticare l’impegno di San Pio V per raccomandare la preghiera, in particolare quella del Rosario.

Infatti, «i primi passi della Chiesa nel mondo sono stati scanditi dalla preghiera.

Gli scritti apostolici e la grande narrazione degli Atti degli Apostoli ci restituiscono l’immagine di una Chiesa in cammino, una Chiesa operosa, che però trova nelle riunioni di preghiera la base e l’impulso per l’azione missionaria» (Catechesi, 25 novembre 2020).

In tal modo, cari amici di Alessandria, vi ho richiamato alle quattro coordinate che ci guidano nel cammino ecclesiale, secondo At 2,42: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere».

Seguire l’insegnamento degli Apostoli, la dottrina della Chiesa; vivere in comunione, non in guerra fra noi; vivere eucaristicamente, spezzare il pane, e pregare: bello, vero? Si può fare.

Vi invito a camminare insieme nel rinnovamento pastorale della vostra Diocesi, che nei prossimi giorni inizierà la costituzione delle Unità Pastorali.

Che «tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno.

No, non si può, si deve cambiare sempre.

Ora non ci serve una semplice amministrazione.

Costituiamoci in tutte le regioni della terra in uno stato permanente di missione» (Evangelii gaudium, 25).

Questo cammino sinodale chiede una faticosa ma feconda crescita nella comunione fraterna, tra vescovo, presbiteri e laici.

Il Signore benedica i vostri passi e li renda fecondi di frutti che incoraggino tutti i fedeli.

* * *

Ed ora mi rivolgo a voi, ragazzi e ragazze della Diocesi di Spoleto-Norcia.

Voi siete il gruppo della Cresima: o l’avete già ricevuta, o la riceverete prossimamente.

Sono molto contento che ci siate anche voi a questa udienza.

Ci date un senso di famiglia più completa, perché rappresentate la nuova generazione; siete come tanti fiori che stanno sbocciando.

Ma poi, e soprattutto, perché siete giovani discepoli di Gesù: questa è la realtà più grande, che ci riempie di gioia!

Il cammino del Sacramento della Confermazione, o Cresima, è bellissimo, perché fa rivivere l’esperienza dei primi discepoli di Gesù: Simone, Andrea, Giacomo, Giovanni, e poi Maria di Magdala, Marta e Maria di Betania, e gli altri.

Anche voi potete aggiungere a questi nomi i vostri nomi, ciascuno il proprio, che avete ricevuto nel Battesimo.

E a questo proposito vorrei farvi una domanda, ad ognuno di voi.

State attenti.

Tu conosci la data del tuo Battesimo? Cosa rispondete? Sì o no? Quelli che la conoscono alzino la mano.

Pochi.

Pensaci.

Conosci il giorno in cui sei stato o stata battezzato o battezzata? No.

Ciascuno risponda dentro di sé… Nessuno di voi, tre o quattro o cinque la ricordava.

E gli altri che non ricordavano questa data, quando tornate a casa, chiedetela ai vostri genitori, o ai nonni, o ai padrini: “Quando sono stato battezzato?”.

D’accordo? Sembra che non siete d’accordo… D’accordo? [rispondono: “Sì!”] Ma siete vivi o morti, voi? D’accordo o non d’accordo? [applausi] Cosa dovete fare appena arrivati a casa? [rispondono: “Chiedere la data del nostro battesimo”] “In quale giorno sono stato battezzato?”.

È importante! È importante specialmente per voi cresimati o cresimandi, perché la Cresima conferma il Battesimo.

Per questo si chiama Confermazione.

La vita cristiana è una casa che si costruisce sulle fondamenta del Battesimo.

Sempre.

A undici anni, a vent’anni, a quarant’anni, a ottant’anni.

Il fondamento è sempre quello: il Battesimo.

Per questo è importante ricordare il giorno in cui siamo stati battezzati, e anche festeggiarlo, nel cuore! D’accordo? Ma ricordate bene il giorno! E non dimenticarlo mai: è stato l’inizio della mia vita cristiana, della mia amicizia con Dio.

Ho detto prima che la vita cristiana è una casa da costruire.

Voi venite da un territorio dove molti edifici sono stati rovinati o danneggiati dal terremoto.

Sapete bene la differenza tra una casa solida, che resiste alle scosse, e una casa fragile, che crolla.

Anche Gesù, come sapete, ha usato questa immagine.

Quando voleva far capire che nel Regno di Dio si entra non con belle parole: “Signore, Signore!”, ma facendo la volontà di Dio, mettendola in pratica nella nostra vita (cfr Mt 7,24-27).

Ha detto: “Chi entra così, costruisce la casa sulla roccia”.

Voi oggi mi avete portato una pietra dell’antica Abbazia di Sant’Eutizio, perché sia benedetta e posta come simbolo della sua ricostruzione.

Ecco ragazzi e ragazze, oggi io benedico ognuno di voi perché diventi una pietra viva per costruire la comunità cristiana: pietra viva nella famiglia, pietra viva nella parrocchia, pietra viva nella compagnia degli amici, pietra viva nell’ambiente dello sport… e così via.

Ma essere vivi, non morti.

Vivi! Essere pietre vive: questo è possibile con la forza dello Spirito Santo, che nella Cresima vi conferma come battezzati, figli di Dio e membri della Chiesa.

Dunque, vi lascio queste due parole: Battesimo – quando sono stato battezzato o battezzata - e pietra viva.

Battesimo e pietra.

Andate avanti con questo: per costruire la casa sulla roccia!

E questo lo dico a tutti, anche a voi della Diocesi di Alessandria.

E tutti vi benedico di cuore.

La Madonna vi accompagni sempre.

E per, favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Grazie!

Ai Partecipanti al Capitolo Generale dei Cistercensi della Stretta Osservanza (Trappisti) (16 Set 2022)
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Ringrazio l’Abate Generale per le parole di saluto e di introduzione.

So che state svolgendo la seconda parte del vostro Capitolo Generale, presso la Porziuncola di S.

Maria degli Angeli: un luogo così ricco di grazia che sicuramente avrà contribuito a ispirare le vostre giornate.

Mi rallegro con voi per la buona riuscita della prima parte del Capitolo, tenutasi nel medesimo luogo, durante la quale è stato anche eletto il nuovo Abate Generale.

Lei, Padre, si è messo subito in viaggio per visitare le dodici regioni in cui si trovano i vostri monasteri.

Mi piace pensare che questa “visitazione” sia avvenuta con la santa premura che ci mostra la Vergine Maria nel Vangelo.

«Si alzò e andò in fretta», dice Luca (1,39), e questa espressione merita sempre di essere contemplata, per poterla imitare, con la grazia dello Spirito Santo.

A me piace pregare la Madonna che è “in fretta”: “Signora, Lei è in fretta, vero?”.

E Lei capisce quel linguaggio.

Il Padre Abate dice che in questo viaggio ha “raccolto i sogni dei superiori”.

Mi ha colpito questo modo di esprimersi, e lo condivido di cuore.

Sia perché, come sapete, anch’io intendo il “sognare” in questo senso positivo, non utopistico ma progettuale; sia perché qui non si tratta dei sogni di un individuo, fosse pure il superiore generale, ma di una condivisione, di una “colletta” di sogni che emergono dalle comunità, e che immagino siano oggetto di discernimento in questa seconda parte del Capitolo.

Essi sono sintetizzati in questo modo: sogno di comunione, sogno di partecipazione, sogno di missione e sogno di formazione.

Vorrei proporvi alcune riflessioni su queste quattro “strade”.

Prima di tutto, desidero fare una nota, per così dire, di metodo.

Una indicazione che mi viene dall’impostazione ignaziana ma che, in fondo, credo di avere in comune con voi, uomini chiamati alla contemplazione alla scuola di San Benedetto e di San Bernardo.

Si tratta, cioè, di interpretare tutti questi “sogni” attraverso Cristo, immedesimandoci in Lui mediante il Vangelo e immaginando – in senso oggettivo, contemplativo – come Gesù ha sognato queste realtà: la comunione, la partecipazione, la missione e la formazione.

In effetti, questi sogni ci edificano come persone e come comunità nella misura in cui non sono i nostri, ma i suoi, e noi li assimiliamo nello Spirito Santo.

I suoi sogni.

E qui allora si apre lo spazio di una bella e gratificante ricerca spirituale: la ricerca dei “sogni di Gesù”, cioè dei suoi desideri più grandi, che il Padre suscitava nel suo cuore divino-umano.

Ecco, in questa chiave di contemplazione evangelica vorrei mettermi in “risonanza” con i vostri quattro grandi sogni.

Il Vangelo di Giovanni ci consegna questa preghiera di Gesù al Padre: «La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa.

Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me» (17,22-23).

Questa Parola santa ci permette di sognare con Gesù la comunione dei suoi discepoli, la nostra comunione in quanto “suoi” (cfr Esort.

ap.

Gaudete et exsultate, 146).

Questa comunione – è importante precisarlo – non consiste in una nostra uniformità, omogeneità, compatibilità, più o meno spontanea o forzata, no; consiste nella nostra comune relazione a Cristo, e in Lui al Padre nello Spirito.

Gesù non ha avuto paura della diversità che c’era tra i Dodici, e dunque nemmeno noi dobbiamo temere la diversità, perché lo Spirito Santo ama suscitare differenze e farne un’armonia.

Invece, i nostri particolarismi, i nostri esclusivismi, quelli sì, dobbiamo temerli, perché provocano divisioni (cfr Esort.

ap.

Evangelii gaudium, 131).

Dunque, il sogno di comunione proprio di Gesù ci libera dall’uniformità e dalle divisioni, tutte e due cose brutte.

Un’altra parola la prendiamo dal Vangelo di Matteo.

In polemica con gli scribi e i farisei, Gesù dice ai suoi discepoli: «Voi non fatevi chiamare “rabbi”, perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli.

E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste.

E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo» (23,8-10).

Qui possiamo contemplare il sogno di Gesù di una comunità fraterna, dove tutti partecipano sulla base del comune rapporto filiale con il Padre e in quanto discepoli di Gesù.

In particolare, una comunità di vita consacrata può essere segno del Regno di Dio testimoniando uno stile di fraternità partecipativa tra persone reali, concrete, che, con i loro limiti, scelgono ogni giorno, confidando nella grazia di Cristo, di vivere insieme.

Anche gli strumenti attuali di comunicazione possono e devono essere al servizio di una partecipazione reale – non solo virtuale – alla vita concreta della comunità (cfr Evangelii gaudium, 87).

Il Vangelo ci consegna anche il sogno di Gesù di una Chiesa tutta missionaria: «Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20).

Questo mandato riguarda tutti, nella Chiesa.

Non ci sono carismi che sono missionari e altri che non lo sono.

Tutti i carismi, in quanto dati alla Chiesa, sono per l’evangelizzazione del popolo, cioè missionari; naturalmente in modi diversi, molto diversi, secondo la “fantasia” di Dio.

Un monaco che prega nel suo monastero fa la sua parte nel portare il Vangelo in quella terra, nell’insegnare alla gente che vive lì che abbiamo un Padre che ci ama e in questo mondo siamo in cammino verso il Cielo.

Dunque, la domanda è: come si può essere Cistercensi di stretta osservanza e far parte di «una Chiesa in uscita» (Evangelii gaudium, 20)? In cammino, ma è un cammino di uscita.

Come vivete voi la «dolce e confortante gioia di evangelizzare» (S.

Paolo VI, Esort.

ap.

Evangelii nuntiandi, 75)? Sarebbe bello sentirlo da voi, contemplativi.

Per ora, ci basta ricordare che «in qualunque forma di evangelizzazione il primato è sempre di Dio» e che «in tutta la vita della Chiesa si deve sempre manifestare che l’iniziativa è di Dio, che “è lui che ha amato noi” (1 Gv 4,10)» (Evangelii gaudium, 12).

Infine, i Vangeli ci mostrano Gesù che si prende cura dei suoi discepoli, li educa con pazienza, spiegando loro, in disparte, il significato di alcune parabole; e illuminando con la parola la testimonianza del suo modo di vivere, dei suoi gesti.

Ad esempio, quando Gesù, dopo aver lavato i piedi dei discepoli, dice loro: «Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,15), il Maestro sogna la formazione dei suoi amici secondo la via di Dio, che è l’umiltà e il servizio.

E poi quando, poco dopo, afferma: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso» (Gv 16,12), Gesù fa capire che i discepoli hanno un cammino da fare, una formazione da ricevere; e promette che il Formatore sarà lo Spirito Santo: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (v.

13).

E tanti potrebbero essere i riferimenti evangelici che attestano il sogno di formazione nel cuore del Signore.

Mi piace riassumerli come un sogno di santità, rinnovando questo invito: «Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità.

Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo.

Non ti scoraggiare, perché hai la forza dello Spirito Santo affinché sia possibile, e la santità, in fondo, è il frutto dello Spirito Santo nella tua vita (cfr Gal 5,22-23)» (Esort.

ap.

Gaudete et exsultate, 15).

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio di essere venuti e vi auguro di concludere nel migliore dei modi il vostro Capitolo.

La Madonna vi accompagni.

Di cuore benedico voi e tutti i vostri confratelli sparsi nel mondo.

E vi chiedo per favore di pregare per me.

Ai Membri del Consiglio di Amministrazione della Fondazione "Populorum Progressio" (16 Set 2022)
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Ringrazio Mons.

del Río per la sua introduzione; saluto Mons.

Cabrejos, Presidente del CELAM, e Suor Alessandra Smerilli, Segretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale; e saluto ciascuno e ciascuna di voi.

San Paolo VI, il 26 marzo 1969, data in cui ricorreva il secondo anniversario della sua Enciclica Populorum progressio, istituì un Fondo per aiutare i contadini poveri e per promuovere la riforma agraria, la giustizia sociale e la pace in America Latina, secondo gli orientamenti offerti dagli Episcopati di quel continente.

Nel 1992, in occasione del quinto centenario dell’inizio dell’evangelizzazione del continente americano, si riunì la IV Assemblea Generale dell’Episcopato Latinoamericano, in tale occasione San Giovanni Paolo II volle istituire una Fondazione autonoma “Populorum Progressio” finalizzata a promuovere lo sviluppo integrale delle comunità dei contadini più poveri d’America Latina.

Così scriveva: «Questo vuole essere un gesto d’amore solidale della Chiesa verso quanti sono nell’abbandono e necessitano maggiormente di protezione, come lo sono le popolazioni indigene, meticce e afro-americane.

[…] La Fondazione si dispone a collaborare con tutti coloro che, consci della sofferente condizione dei popoli latinoamericani, desiderano contribuire al loro sviluppo integrale, facendo in modo che la dottrina sociale della Chiesa trovi una giusta e opportuna applicazione» (Chirografo istitutivo della Fondazione “Populorum Progressio”, 13 febbraio 1992).

Desidero esprimere la mia gratitudine a quanti in questi trent’anni hanno lavorato per questa Fondazione, che ora cambia forma ma – voglio sottolinearlo – mantiene la sua missione e rimane un’opera della carità del Papa.

Molte famiglie in America Latina e nei Caraibi sopravvivono in condizioni subumane.

Come sottolinea il Documento conclusivo di Aparecida, «gli esclusi non sono solo “sfruttati”, ma “soprannumero”, “scarti”» (n.

65).

L’Assemblea ecclesiale del Continente, che ancora è in sviluppo, è stata un’opportunità per ascoltare il grido dei poveri, e il Sinodo sull’Amazzonia ci ha avvicinato alla realtà di esclusione in cui vivono le comunità indigene e afro-discendenti.

I quattro sogni che ho voluto condividere con l’Amazzonia si estendono all’intero continente e a tutta l’umanità.

È necessario che «di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole» (Enc. Fratelli tutti, 6).

Percorrendo il cammino sinodale dobbiamo crescere come Chiesa “samaritana” che conforta, si impegna e si china a toccare le piaghe della carne sofferente di Cristo nel popolo (cfr Esort.

ap. Evangelii gaudium, 24).

Egli ha voluto identificarsi con i più poveri ed emarginati, e ci offre la sua presenza misericordiosa in essi (cfr Mt 25,31-46).

Il nostro auspicio è che queste iniziative di solidarietà dimostrino che è possibile cambiare, che la realtà non è bloccata.

Se vengono intraprese con saggezza e coerenza, saranno un segno che speriamo possano motivare molti.

La riforma della Curia Romana che stiamo portando avanti, e che ha trovato espressione nella Praedicate Evangelium, ci sta mettendo di fronte a una serie di cambiamenti necessari.

Tra essi quello che concerne la Fondazione Populorum progressio, che compie 30 anni e ha servito la causa dei poveri nel Continente, secondo il volere di San Paolo VI, confermato da San Giovanni Paolo II.

In questo contesto si rende necessario promuovere un maggior legame con le Chiese locali, al fine di rendere più efficaci i programmi di sviluppo integrale nelle comunità indigene e afro-discendenti più trascurate, immerse nella miseria e nell’abbattimento.

I poveri non devono essere visti come destinatari di un’opera di beneficenza.

Devono essere parte attiva del discernimento dei bisogni più urgenti.

«Non abbiamo bisogno di un progetto di pochi indirizzato a pochi, o di una minoranza illuminata o testimoniale che si appropri di un sentimento collettivo» (Evangelii gaudium, 239).

È importante liberarci da mentalità paternalistiche, che allargano il divario tra quanti sono chiamati a formare una sola famiglia.

Già Giovanni Paolo II, nel Messaggio per il decimo anniversario della Fondazione, sottolineò come «è degno di nota il fatto che le Chiese particolari dell’America Latina partecipino ugualmente al finanziamento dei progetti.

Inoltre, una caratteristica del lavoro della Fondazione è che le persone che esercitano la responsabilità di approvare i progetti e di decidere della distribuzione dei fondi provengono dalle stesse aree in cui le iniziative vengono realizzate» (14 giugno 2002).

Per tali ragioni, desiderando che l’aiuto allo sviluppo dei progetti rimanga espressione della carità del Papa, ma non abbia il suo centro nella Curia Romana, e anche nella linea della semplificazione, ho affidato al CELAM il compito di aiutarci nell’analisi dei progetti e nella loro realizzazione.

Il Dicastero per il Servizio allo Sviluppo Umano Integrale manterrà la responsabilità dell’amministrazione del fondo che sarà vincolato al servizio di questa missione.

 

Come affermava Benedetto XVI ai partecipanti alla riunione del Consiglio di Amministrazione della Fondazione “Populorum Progressio” il 14 giugno 2007, «questa opera, intrapresa quindici anni fa, deve continuare a seguire i principi che hanno contraddistinto il suo impegno a favore della dignità di ogni essere umano e della lotta contro la povertà».

Rinnovo il mio grato apprezzamento a quanti hanno prestato il loro servizio nella Fondazione.

E desidero anche esprimere riconoscenza agli organismi internazionali che hanno collaborato e li incoraggio a dare continuità a tale impegno.

La Vergine Maria, nella Visitazione, si presenta a noi sollecita e premurosa nel mettersi al servizio.

Ella ci spinga, con il suo affetto e la sua tenerezza di madre, a stare vicino ai più poveri e ai dimenticati, che Dio certo non dimentica.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio del vostro impegno.

Vi benedico di cuore e vi accompagno con la mia preghiera.

E anche voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Viaggio Apostolico in Kazakhstan: Conferenza Stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno (15 Set 2022)
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Matteo Bruni

Buonasera a tutti.

Salve, Santità: grazie per questo momento insieme ai giornalisti che L’hanno accompagnata in questi tre giorni.

Come sempre, ci sono un po’ di domande per Lei.

Possiamo forse incominciare con le domande …

Papa Francesco

Buongiorno e grazie tante per la vostra compagnia, per il vostro lavoro: due giorni, ma intensi, sono stati.

Grazie tante.

[Auguri di compleanno a Stefania Falasca]

Matteo Bruni

Allora possiamo incominciare dalla dr.ssa Zhanat Akhmetova, dell’agenzia televisiva del Kazakhstan

Zhanat Akhmetova, Tv Agency Khabar

Buon giorno, Santo Padre.

Grazie mille per la sua visita in Kazakhstan.

[in inglese] Santità, qual è il risultato della sua visita in Kazakhstan? Nei suoi discorsi, Lei ha fatto riferimento alle origini del nostro popolo: cosa l’ha ispirata a farlo? Grazie mille.

Papa Francesco

Per me è stata una sorpresa.

Perché io davvero dell’Asia centrale – tranne la musica di Borodin – non conoscevo nulla.

È stata una sorpresa trovare i rappresentanti di queste nazioni.

E il Kazakhstan è stato davvero una sorpresa, perché io non me lo aspettavo così.

Sapevo che è un Paese che si è sviluppato bene, con intelligenza.

Ma trovare, dopo trenta anni dall’indipendenza, uno sviluppo così, non me l’aspettavo.

Poi un Paese così grande, con venti milioni di abitanti, 19 milioni… Da non credere.

Molto disciplinato, anche bello.

Con delle bellezze notevoli: l’architettura della città, ben bilanciata, ben sistemata.

Una città moderna, una città anche, direi quasi, “futura”.

E questo che mi ha colpito, tanta è la voglia di andare avanti non solo nell’industria, nello sviluppo economico e materiale, ma anche nello sviluppo culturale.

Una sorpresa che non mi aspettavo.

Poi, il Congresso.

Il Congresso è una cosa molto importante, è alla settima edizione! Ciò vuol dire che è un Paese con lungimiranza e che fa dialogare quelli che di solito sono scartati: perché è una concezione progressista del mondo, per cui la prima cosa che si scarta sono i valori religiosi.

Invece è un Paese che si affaccia al mondo con una proposta del genere.

E già sette volte è stato fatto, è meraviglioso! Poi, se c’è tempo, tornerò su questo incontro interreligioso.

Lei può essere orgogliosa del Paese e della Patria che ha!

Matteo Bruni

Grazie, Santità.

La seconda domanda viene da Rudiger Kronthaler, della ARD, la televisione tedesca.

Rudiger Kronthaler, ARD


Santo Padre, grazie per il suo messaggio di pace.

Io sono tedesco, come si sente dal mio accento.

Il mio popolo è responsabile di milioni di morti, ottant’anni fa.

Vorrei fare una domanda sulla pace: visto che il mio popolo è responsabile per milioni di morti, noi a scuola impariamo che non si devono mai usare armi, mai violenza, l’unica eccezione è l’autodifesa.

Secondo lei in questo momento bisogna dare le armi all’Ucraina?

Papa Francesco

Questa è una decisione politica, che può essere morale, moralmente accettata, se si fa secondo le condizioni di moralità, che sono tante e poi possiamo parlarne.

Ma può essere immorale se si fa con l’intenzione di provocare più guerra o di vendere le armi o di scartare quelle armi che a me non servono più… La motivazione è quella che in gran parte qualifica la moralità di questo atto.

Difendersi è non solo lecito, ma anche una espressione di amore alla Patria.

Chi non si difende, chi non difende qualcosa, non la ama, invece chi difende, ama.

Bisogna anche [considerare] un’altra cosa che ho detto in uno dei miei discorsi: che si dovrebbe riflettere ancora di più sul concetto di guerra giusta.

Perché tutti parlano di pace oggi; da tanti anni, da settant’anni le Nazioni Unite parlano di pace, fanno tanti discorsi di pace.

Ma in questo momento, quante guerre sono in corso? Quella che Lei ha menzionato, Ucraina-Russia, adesso Azerbaijan e Armenia che si è fermata un po’ perché la Russia è uscita come garante – garante di pace qui e fa la guerra lì –; poi c’è la Siria, dieci anni di guerra: che cosa succede lì, perché non si ferma? Quali interessi muovono queste cose? Poi c’è il Corno d’Africa; poi il nord del Mozambico; e l’Eritrea che è accanto all’Etiopia; poi il Myanmar, con questo popolo sofferente che amo tanto, il popolo Rohingya, che gira, gira e gira come uno zingaro e non trova pace.

Ma siamo in guerra mondiale, per favore...

Io ricordo una cosa personale, da bambino, avevo nove anni.

Ricordo che si sentì suonare l’allarme del giornale più grande di Buenos Aires: in quel tempo per festeggiare o dare una brutta notizia, suonava quello – adesso non suona più – e si sentiva in tutta la città.

Mamma disse: “Ma cosa succede?”.

Eravamo in guerra, anno 1945.

Una vicina viene a casa a dirci: “Ha suonato l’allarme…”, e piangeva, “è finita la guerra!”.

E io oggi vedo ancora mamma e la vicina che piangevano di gioia perché era finita al guerra, in un Paese sudamericano, così lontano! Queste persone, queste donne sapevano che la pace è più grande di tutte le guerre e piangevano di gioia quando è stata fatta la pace.

Non me lo dimentico.

Io mi domando oggi se noi siamo con il cuore educato per piangere di gioia quando vediamo la pace.

Tutto è cambiato.

Se non fai guerra, non sei utile! Poi parlerò della Germania, dopo.

Poi c’è l’industria delle armi.

Questo è un commercio assassino.

Qualcuno mi diceva – che capisce le statistiche – che se si smettesse per un anno di fare le armi si risolverebbe tutta la fame nel mondo… Non so se è vero o no.

Ma fame, educazione… niente, non si può perché si devono fare le armi.

A Genova, alcuni anni fa, tre o quattro anni, è arrivata una nave carica di armi che doveva passarle a una nave più grande che andava in Africa, vicino al Sudan, credo al Sud Sudan...

Gli operai del porto non hanno voluto farlo.

Gli è costato, ma [è un fatto che] oggi dice: “No, io non collaboro con questo, con la morte”.

È un aneddoto, ma fa sentire una coscienza di pace.

Lei ha parlato della sua Patria.

Una delle cose che ho imparato da voi è la capacità di pentirsi e chiedere perdono per gli errori di guerra.

E non solo chiedere perdono, anche pagare gli errori di guerra: questo dice bene di voi.

È un esempio che si dovrebbe imitare.

La guerra in sé stessa è un errore, è un errore! E noi in questo momento stiamo respirando quest’aria: se non c’è guerra sembra che non c’è vita.

In modo un po’ disordinato, ma ho detto tutto quello che vorrei dire su questo tema della guerra giusta.

Ma il diritto alla difesa sì, quello va bene, però bisogna usarlo quando è necessario.

Matteo Bruni

Grazie Santità.

La prossima domanda la fa Sylwia Wysocka, dell’agenzia di stampa polacca.

Sylwia Wysocka, Pap

Santo Padre, Lei ha detto: non possiamo mai giustificare la violenza.

Tutto quello che succede in Ucraina adesso è la pura violenza, morte, la distruzione totale da parte della Russia.

Noi in Polonia abbiamo la guerra così vicina alle nostre porte, con due milioni di profughi.

Vorrei chiedere se secondo lei c’è una linea rossa oltre la quale non si dovrebbe dire: siamo aperti al dialogo con Mosca.

Perché tanti hanno delle difficoltà a capire questa disponibilità.

E vorrei anche chiedere se il prossimo viaggio sarà a Kiev.

Grazie.

Papa Francesco

Io risponderò a questo, ma preferirei che prima si facessero le domande sul viaggio… Ma a questo rispondo, rispondo.

Ma per favore, che le prossime siano sul viaggio.

E poi, se c’è tempo, vediamo altro.

Credo che sempre è difficile capire il dialogo con gli Stati che hanno incominciato la guerra, e sembra che il primo passo è stato dato da lì, da quella parte.

È difficile, ma non dobbiamo scartarlo, dare l’opportunità del dialogo a tutti, a tutti! Perché sempre c’è la possibilità che nel dialogo si possano cambiare le cose, anche offrire un altro punto di vista, un altro punto di considerazione.

Io non escludo il dialogo con qualsiasi potenza che sia in guerra, sia pure l’aggressore… A volte il dialogo si deve fare così, ma si deve fare, “puzza” ma si deve fare.

Sempre un passo avanti, la mano tesa, sempre! Perché altrimenti chiudiamo l’unica porta ragionevole per la pace.

A volte non accettano il dialogo: peccato! Ma il dialogo va fatto sempre, almeno offerto, e questo fa bene anche a chi lo offre, fa respirare.

Matteo Bruni

Grazie.

La prossima domanda è di Loup Besmond de Senneville, di La Croix

Loup Besmond de Senneville, La Croix

Grazie, Santità, grazie mille per questo viaggio, per questi giorni in Asia centrale.

Durante questo viaggio si è parlato molto di valori e di etica.

In particolare, durante il Congresso interreligioso è stata evocata, da alcuni leader religiosi, la perdita dell’Occidente a causa del suo degrado morale.

Quale è la sua opinione su questo? Lei considera che l’Occidente sia in uno stato di “perdizione”, minacciato dalla perdita dei suoi valori? Penso in particolare al dibattito che c’è in alcuni Paesi sull’eutanasia, sul fine vita, che c’è stato in Italia, ma anche in Francia e in Belgio.

Grazie, Santo Padre.

Papa Francesco

È vero che l’Occidente, in genere, non è in questo momento al livello più alto di esemplarità.

Non è un “bambino di prima comunione”, no davvero.

L’Occidente ha preso strade sbagliate.

Pensiamo per esempio l’ingiustizia sociale che è tra noi: ci sono dei Paesi che sono sviluppati sulla giustizia sociale, ma io penso al mio continente, l’America Latina, che è Occidente.

Pensiamo anche al Mediterraneo: è Occidente, e oggi è il cimitero più grande, non dell’Europa, dell’umanità.

Cosa ha perso l’Occidente per dimenticarsi di accogliere, quando invece ha bisogno di gente? Quando si pensa all’inverno demografico che noi abbiamo: abbiamo bisogno di gente.

In Spagna - in Spagna soprattutto -, anche in Italia, ci sono paesi vuoti, soltanto venti vecchiette e poi niente.

Ma perché non fare una politica dell’Occidente così che i migranti siano inseriti, con quel principio che il migrante va accolto, accompagnato, promosso e integrato? Questo è molto importante, integrare.

Ma no… È una mancanza nel capire i valori, quando l’Occidente ha vissuto l’esperienza: noi siamo Paesi che hanno migrato.

Nel mio Paese - che credo siano 49 milioni in questo momento - abbiamo soltanto una percentuale di meno di un milione di aborigeni, e tutti gli altri sono di radice migrante.

Tutti: spagnoli, italiani, tedeschi, slavi, polacchi, dell’Asia Minore, libanesi, tutti… Si è mescolato il sangue lì, e questa esperienza ci ha aiutato tanto.

Poi, per motivi politici la cosa non sta andando bene nei Paesi latinoamericani, ma la migrazione credo che in questo momento va considerata sul serio, perché ti fa alzare un po’ il valore intellettuale e cordiale dell’Occidente.

Al contrario, con questo inverno demografico, dove andiamo? L’Occidente è in decadenza su questo punto, scade un po’, ha perso… Pensiamo alla parte economica: si fa tanto bene, tanto bene, ma pensiamo all’élan politico e mistico di Schuman, Adenauer, De Gasperi, quei grandi.

Dove sono oggi? Ci sono dei grandi, ma non riescono a portare avanti una società.

L’Occidente ha bisogno di parlare, di rispettarsi… E poi c’è il pericolo dei populismi.

Cosa succede in uno stato socio-politico del genere? Nascono i “messia”: i messia dei populismi, che stiamo vedendo alcune cose, come nascono i populismi.

Credo che ho menzionato qualche volta quel libro di Ginzberg, Sindrome 1933: dice proprio come nasce un populismo in Germania dopo la caduta del governo di Weimar.

I populismi nascono così: quando c’è un livello di metà senza forza, e uno promette il messia.

Finendo: io credo che non siamo, noi occidentali, al più alto livello per aiutare gli altri popoli.

Siamo un po’ in scadenza? Può darsi, sì, ma dobbiamo riprendere i valori, i valori d’Europa, i valori dei padri che hanno fondato l’Unione Europea, i grandi.

Non so, un po’ confuso, ma credo che ho risposto.

Loup Besmond de Senneville

E sull’eutanasia?

Papa Francesco

Uccidere non è umano, punto.

Se tu uccidi con motivazioni, sì, alla fine ucciderai sempre di più.

Non è umano.

Uccidere, lasciamolo alle bestie.

Matteo Bruni

La prossima domanda è di Iacopo Scaramuzzi, de La Repubblica.

Iacopo Scaramuzzi, La Repubblica

Buonasera, Santo Padre.

Mi riallaccio a quest’ultima domanda: Lei nei suoi discorsi ha sottolineato il nesso tra valori, valori religiosi, e vivacità della democrazia.

Al nostro continente, all’Europa, secondo Lei che cosa manca? Che cosa dovrebbe imparare da altre esperienze? E, se mi posso permettere, aggiungerei: poiché tra pochi giorni in Italia si fa un esercizio democratico, si vota, e ci sarà un nuovo governo, quando Lei incontrerà il prossimo Presidente del Consiglio o la prossima Presidentessa del Consiglio, che cosa consiglierà? Quali sono a suo avviso le priorità per l’Italia, le Sue preoccupazioni, i rischi da evitare? Grazie.

Papa Francesco

Credo che io ho già risposto nell’ultimo viaggio, su questo.

Ho conosciuto due Presidenti italiani, di altissimo livello: Napolitano e l’attuale.

Grandi.

Poi, gli altri politici non li conosco.

Nell’ultimo viaggio ho domandato a uno dei miei segretari quanti governi ha avuto l’Italia in questo secolo: venti.

Non so spiegarlo.

Non condanno né critico: non so spiegarlo, semplicemente.

Se i governi si cambiano così, sono tante le domande da fare.

Perché oggi essere politico, è una strada difficile, essere un grande politico.

Un politico di quello che si gioca per i valori della patria, i grandi valori, e non si gioca per interessi, cioè per la poltrona, gli agi...

I Paesi, e tra loro l’Italia, devono cercare i grandi politici, quelli che abbiano la capacità di fare politica, che è un’arte.

È una vocazione nobile, la politica.

Credo che uno dei Papi, non so se Pio XII o San Paolo VI, ha detto che la politica è una delle forme più alte della carità… Dobbiamo lottare per aiutare i nostri politici a mantenere il livello dell’alta politica, non la politica di basso livello che non aiuta a niente e anzi, tira giù lo Stato e si impoverisce… Oggi la politica, in questi Paesi d’Europa, dovrebbe prendere in mano il problema dell’inverno demografico, per esempio, dello sviluppo industriale, dello sviluppo naturale, il problema dei migranti...

La politica dovrebbe mettersi sui problemi seriamente, per andare avanti.

Sto parlando della politica in generale.

La politica italiana non la capisco: soltanto quel dato dei venti governi in vent’anni, un po’ strano… Ma ognuno ha il suo modo di ballare il tango, sai?, si può ballare in un modo o in un altro, e la politica si balla in un modo o in un altro.

L’Europa deve ricevere esperienze di altre parti: alcune andranno meglio, altre non serviranno.

Ma dev’essere aperta, ogni continente dev’essere aperto all’esperienza di altri.

Matteo Bruni

La prossima domanda è di Elise Harris Allen, di Crux

Elise Harris Allen, Crux

Salve, Santo Padre.

Grazie di stare con noi questa sera.

Ieri al Congresso Lei ha parlato dell’importanza della libertà religiosa.

Come sa, lo stesso giorno è arrivato in città anche il Presidente della Cina, dove da tanto tempo ci sono grandi preoccupazioni su questo tema, soprattutto ora con il processo che sta andando avanti proprio in questi giorni contro il Cardinale Zen.

Lei considera il processo contro di lui una violazione della libertà religiosa?

Papa Francesco

Per capire la Cina ci vuole un secolo, e noi non viviamo un secolo.

La mentalità cinese è una mentalità ricca e quando si ammala un po’, perde la ricchezza, è capace di fare degli sbagli.

Per capire, noi abbiamo scelto la via del dialogo, aperti al dialogo.

C’è una commissione bilaterale vaticano-cinese che sta andando bene, lentamente, perché il ritmo cinese è lento, loro hanno un’eternità per andare avanti: è un popolo di una pazienza infinita.

Ma dalle esperienze avute prima – pensiamo ai missionari italiani che sono andati lì e che sono stati rispettati come scienziati; pensiamo anche oggi, tanti sacerdoti o gente credente che è stata chiamata dall’università cinese perché questo avvalora la cultura –, non è facile capire la mentalità cinese, ma va rispettata, io rispetto sempre.

E qui in Vaticano c’è una commissione di dialogo che sta andando bene.

La presiede il Cardinale Parolin e lui in questo momento è l’uomo che più conosce della Cina e il dialogo cinese.

È una cosa lenta, ma sempre si fanno passi avanti.

Qualificare la Cina come antidemocratica, io non me la sento, perché è un Paese così complesso, con i suoi ritmi… Sì, è vero che ci sono cose che a noi sembrano non essere democratiche, questo è vero.

Il Cardinale Zen, anziano, andrà a giudizio in questi giorni, credo.

Lui dice quello che sente, e si vede che lì ci sono delle limitazioni.

Più che qualificare, perché è difficile, e io non me la sento di qualificare, sono impressioni; più che qualificare, io cerco di appoggiare la via del dialogo.

Poi nel dialogo si chiariscono tante cose e non solo della Chiesa, anche di altri settori.

Per esempio, l’estensione della Cina: i governatori delle province sono tutti diversi, ci sono culture diverse dentro la Cina.

È un gigante, capire la Cina è una cosa gigante.

Non bisogna perdere la pazienza, ci vuole, ci vuole tanto, ma dobbiamo andare con il dialogo.

Io cerco di astenermi di qualificarla perché, sì, può darsi, ma andiamo avanti.

Elise Harris Allen, Crux

E Xi Jinping?

Papa Francesco

Lui aveva la visita di Stato lì, ma io non l’ho visto.

Matteo Bruni

La prossima domanda è di Maria Angeles Conde Mir, di Rome Reports

Maria Angeles Conde Mir, Rome Reports

Nella Dichiarazione che hanno firmato, tutti i Leader sottolineano un appello ai governi e alle organizzazioni internazionali affinché vengano protette le persone perseguitate a causa della loro etnia o religione.

Purtroppo questo è quel che sta accadendo in Nicaragua.

Sappiamo che Lei ne ha parlato il 21 agosto durante l’Angelus.

Ma forse può aggiungere qualcosa in più per il popolo cattolico soprattutto del Nicaragua? Poi un’altra cosa: L’abbiamo vista bene, in questo viaggio.

Vorremmo sapere se potrà riprendere quel viaggio che ha dovuto rimandare, quel viaggio in Africa, e se ci saranno altri viaggi, se c’è qualcosa in programma.

Papa Francesco

Sul Nicaragua, le notizie sono chiare, tutte.

C’è dialogo, in questo momento c’è dialogo.

Si è parlato con il governo, c’è dialogo.

Questo non vuol dire che si approvi tutto quel che fa il governo o che si disapprovi tutto.

No.

C’è dialogo, e quando c’è dialogo è perché c’è bisogno di risolvere dei problemi.

In questo momento ci sono dei problemi.

Almeno io mi aspetto che le suore di Madre Teresa di Calcutta tornino.

Queste donne sono brave rivoluzionarie, ma del Vangelo! Non fanno la guerra a nessuno.

Anzi, tutti abbiamo bisogno di queste donne.

Questo è un gesto che non si capisce… Ma speriamo che tornino e si risolva.

Ma continuare con il dialogo.

Mai, mai fermare il dialogo.

Ci sono cose che non si capiscono.

Mettere in frontiera un Nunzio è una cosa grave diplomaticamente, e il Nunzio è un bravo ragazzo che adesso è stato nominato da un’altra parte.

Queste cose sono difficili da capire e anche da ingoiare.

[domanda incomprensibile]

Ma non è l’unico caso.

In America Latina ce ne sono da una parte o dall’altra, situazioni del genere.

I viaggi: è difficoltoso.

Il ginocchio ancora non è guarito, ma questo prossimo lo farò.

Ho parlato l’altro giorno con Mons.

Welby e abbiamo visto come possibilità febbraio per andare in Sud Sudan.

E, se vado in Sud Sudan, vado in Congo.

Stiamo tentando perché dobbiamo andare tutti e tre insieme: il Capo della Chiesa Presbiteriana di Scozia, Mons.

Welby e io.

Abbiamo fatto un incontro via zoom l’altro giorno su queste cose per aggiustarle.

Matteo Bruni

Santità, abbiamo fatto un primo giro, ci sono altre domande, se vuole… La prossima domanda intanto è di Alexey Gotovskiy di Ewtn, che vive e lavora a Roma ma è originario del Kazakhstan.

Alexey Gotovskiy, Ewtn

Grazie, Santo Padre, per aver visitato il nostro Paese.

Vorrei chiedere: per i cattolici che vivono in Kazakhstan, dove il contesto è a maggioranza musulmana, come si può svolgere l’evangelizzazione in questo contesto? E c’è qualcosa che l’ha ispirata vedendo i cattolici in Kazakhstan?

Papa Francesco

La seconda: ispirato, non so, ma sono rimasto felice oggi nella Cattedrale, nel vedere i cattolici così entusiasti, felici, gioiosi! Questa è l’impressione sui cattolici kazaki.

Poi, la convivenza con i musulmani: è una cosa sulla quale si sta lavorando abbastanza e siamo avanti, non solo in Kazakhstan.

Pensiamo a qualche Paese del Nord Africa, c’è una bella convivenza, in Marocco per esempio.

In Marocco c’è un dialogo abbastanza buono.

E mi fermo sull’incontro religioso: qualcuno lo criticava e mi diceva: “Ma questo è fomentare, far crescere il relativismo”.

Niente relativismo! Ognuno ha detto la sua, tutti rispettavano la posizione dell’altro, ma si dialoga come fratelli.

Perché, se non c’è dialogo, c’è o ignoranza o guerra.

Meglio vivere come fratelli, abbiamo una cosa in comune, siamo umani tutti.

Viviamo come umani, bene educati: tu che pensi, io che penso? Mettiamoci d’accordo, ma parliamo un po’, conosciamoci.

Tante volte queste guerre malintese “di religione” vengono per mancanza di conoscenza.

E questo non è relativismo! Io non rinuncio alla mia fede se parlo con la fede di un altro, anzi.

Io faccio onore alla mia fede perché la ascolta un altro e io ascolto la sua.

Sono rimasto tanto ammirato che un Paese così giovane, con tanti problemi – il clima per esempio – sia stato capace di fare sette edizioni di un incontro del genere: un incontro mondiale, con ebrei, cristiani, musulmani, religioni orientali… Al tavolo si vedeva che tutti parlavano e si ascoltavano con rispetto.

Questa è una delle cose buone che ha fatto il tuo Paese.

Un Paese così, un po’ – diciamo – all’angolo nel mondo, fare una convocazione di questo genere.

Questa è l’impressione che mi ha dato.

Poi la città, come dicevo, è di una bellezza architettonica di prima categoria.

E anche le preoccupazioni del Governo: mi hanno colpito tanto le preoccupazioni culturali del Presidente del Senato: lui portava avanti questo incontro, ma poi ha trovato il tempo per farmi conoscere un cantante giovane: “Lei deve conoscere questo ragazzo aperto alla cultura”.

Questo non me lo aspettavo e sono stato felice di conoscervi.

Alexey Gotovskiy, Ewtn

Grazie, Lei è sempre il benvenuto, benvenuto sempre in Kazakhstan!

Matteo Bruni

L’ultima domanda da parte di Rudolf Gehrig, di Ewtn

Rudolf Gehrig, Ewtn

Grazie, Santo Padre, grazie di tutto.

Santo Padre, molte Chiese in Europa, come quella tedesca, subiscono gravi perdite di credenti: i giovani non sembrano più intenzionati di venire la domenica a Messa.

Quanto è preoccupato per questa tendenza e cosa vuole fare? Grazie.

Papa Francesco

È in parte vero, in parte relativo.

È vero che lo spirito di secolarizzazione, di relativismo, mette in discussione queste cose, è vero.

Quello che si deve fare, prima di tutto, è essere coerenti con la propria fede.

Pensiamo: se tu sei un vescovo o un prete che non sei coerente, i giovani hanno fiuto, “ciao!”.

Quando una Chiesa, qualunque sia, in qualche Paese o in un suo settore, pensa più ai soldi, allo sviluppo, ai piani pastorali e non alla pastorale, e si va da quella parte, questo non attira la gente.

Quando io scrissi tre anni fa quella lettera al popolo tedesco, ci sono stati dei pastori che l’hanno pubblicata, ma dipende dalla persona.

Cioè, quando il pastore è vicino alla gente, questo ha detto: “Il popolo deve conoscere quello che pensa il Papa”.

Credo che i pastori devono andare avanti, ma se i pastori hanno perso l’odore delle pecore e le pecore hanno perso l’odore dei pastori, non si va avanti.

A volte – sto parlando di tutti, in genere, non della Germania, di tutti – si pensa come rinnovare, come fare più moderna la pastorale: questo va bene, ma sempre che sia nelle mani di un pastore.

Se la pastorale è nelle mani degli “scienziati” della pastorale, che opinano qui e cosa devo fare lì...

Gesù ha fatto la Chiesa con pastori, non con le guide politiche.

Ha fatto la Chiesa con gente ignorante: i Dodici erano uno più ignorante dell’altro e la Chiesa è andata perché? Per il fiuto, il fiuto del gregge con il pastore e del pastore con il gregge.

Questo è il rapporto più grande che io vedo quando c’è crisi in un posto, in una provincia, non so, qualsiasi cosa.

Io mi domando: il pastore è in contatto, è vicino al gregge? Questo gregge, ha un pastore o no? Il problema sono i pastori.

Su questo mi permetto di suggerirti di leggere il commento di Sant'Agostino [a Ezechiele 34] sui pastori: si legge in un’ora, ma è delle cose più sagge che sono state scritte per i pastori; e con questo tu puoi qualificare questo o quest’altro pastore.

Non si tratta di modernizzare.

Sì, si deve stare aggiornati con i metodi, questo sì, è vero, ma se manca il cuore del pastore non funziona nessuna pastorale.

Nessuna.

Matteo Bruni

Grazie, Santità.

Papa Francesco

Io ringrazio tanto voi della pazienza, per il vostro aiuto, e vi auguro buona celebrazione del compleanno di Stefania e buon viaggio.

Grazie tante, grazie!

Viaggio Apostolico in Kazakhstan: Lettura della Dichiarazione finale e conclusione del Congresso presso il "Palazzo della Pace e della Riconciliazione" (Nur-Sultan, 15 Set 2022)
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Cari fratelli e sorelle!

Abbiamo camminato insieme.

Grazie per esser venuti da diverse parti del mondo, portando qui la ricchezza dei vostri credo e delle vostre culture.

Grazie per aver vissuto intensamente questi giorni di condivisione, lavoro e impegno nel segno del dialogo, ancora più preziosi in un periodo tanto difficile, su cui grava, oltre alla pandemia, l’insensata follia della guerra.

Ci sono troppi odi e divisioni, troppa mancanza di dialogo e comprensione dell’altro: questo, nel mondo globalizzato, è ancora più pericoloso e scandaloso.

Non possiamo andare avanti collegati e separati, connessi e lacerati da troppe disuguaglianze.

Grazie, dunque, per gli sforzi tesi alla pace e all’unità.

Grazie alle Autorità del luogo, che ci hanno ospitato, preparando e allestendo con grande cura questo Congresso, e alla popolazione del Kazakhstan, amichevole e coraggiosa, capace di abbracciare le altre culture preservando la sua nobile storia e le sue preziose tradizioni. Kiop raqmet! Bolshoe spasibo! Thank you very much!

La mia visita, che volge ormai alla conclusione, ha come motto Messaggeri di pace e di unità.

È al plurale, perché il cammino è comune.

E questo settimo Congresso, che l’Altissimo ci ha dato la grazia di vivere, ha segnato una tappa importante.

Fin dalla sua nascita nel 2003, l’evento ha avuto come modello la Giornata di Preghiera per la pace nel mondo convocata nel 2002 da Giovanni Paolo II ad Assisi, per riaffermare il contributo positivo delle tradizioni religiose al dialogo e alla concordia tra i popoli.

Dopo quanto accaduto l’11 settembre 2001, era necessario reagire, e reagire insieme, al clima incendiario a cui la violenza terroristica voleva incitare e che rischiava di fare della religione un fattore di conflitto.

Ma il terrorismo di matrice pseudo-religiosa, l’estremismo, il radicalismo, il nazionalismo ammantato di sacralità fomentano ancora timori e preoccupazioni nei riguardi della religione.

Così in questi giorni è stato provvidenziale ritrovarci e riaffermarne l’essenza vera e irrinunciabile.

In proposito, la Dichiarazione del nostro Congresso afferma che l’estremismo, il radicalismo, il terrorismo e ogni altro incentivo all’odio, all’ostilità, alla violenza e alla guerra, qualsiasi motivazione od obiettivo si pongano, non hanno nulla a che fare con l’autentico spirito religioso e devono essere respinti nei termini più decisi possibili (cfr n.

5): condannati, senza “se” e senza “ma”.

Inoltre, in base al fatto che l’Onnipotente ha creato tutte le persone uguali, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa, etnica o sociale, abbiamo convenuto nell’affermare che il mutuo rispetto e la comprensione devono essere considerati essenziali e imprescindibili nell’insegnamento religioso (cfr n.

13).

Il Kazakhstan, nel cuore del grande e decisivo continente asiatico, è stato il luogo naturale per incontrarci.

La sua bandiera ci ha rammentato la necessità di custodire un sano rapporto tra politica e religione.

Infatti, se l’aquila dorata, presente nel vessillo, ricorda l’autorità terrena, richiamando imperi antichi, lo sfondo blu evoca il colore del cielo, la trascendenza.

C’è dunque un legame sano tra politica e trascendenza, una sana coesistenza che tenga distinti gli ambiti.

Distinzione, non confusione né separazione.

“No” alla confusione, per il bene dell’essere umano, che ha bisogno, come l’aquila, di un cielo libero per volare, di uno spazio libero e aperto all’infinito che non sia limitato dal potere terreno.

Una trascendenza che, d’altro canto, non deve cedere alla tentazione di trasformarsi in potere, altrimenti il cielo precipiterebbe sulla terra, l’oltre divino verrebbe imprigionato nell’oggi terreno, l’amore per il prossimo in scelte di parte.

“No” alla confusione, dunque.

Ma “no” anche alla separazione tra politica e trascendenza, in quanto le più alte aspirazioni umane non possono venire escluse dalla vita pubblica e relegate al solo ambito privato.

Perciò, sia sempre e ovunque tutelato chi desidera esprimere in modo legittimo il proprio credo.

Quante persone, invece, ancora oggi sono perseguitate e discriminate per la loro fede! Abbiamo chiesto con forza ai governi e alle organizzazioni internazionali competenti di assistere i gruppi religiosi e le comunità etniche che hanno subito violazioni dei loro diritti umani e delle loro libertà fondamentali, e violenze da parte di estremisti e terroristi, anche come conseguenze di guerre e conflitti militari (cfr n.

6).

Occorre soprattutto impegnarsi perché la libertà religiosa non sia un concetto astratto, ma un diritto concreto.

Difendiamo per tutti il diritto alla religione, alla speranza, alla bellezza: al Cielo.

Perché non solo il Kazakhstan, come proclama il suo inno, è un «dorato sole nel cielo», ma ogni essere umano: ciascun uomo e donna, nella sua irripetibile unicità, se a contatto con il divino, può irradiare una luce particolare sulla terra.

Perciò la Chiesa cattolica, che non si stanca di annunciare la dignità inviolabile di ogni persona, creata “a immagine di Dio” (cfr Gen 1,26), crede anche nell’unità della famiglia umana.

Crede che «tutti i popoli costituiscono una sola comunità, hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra» (Conc.

Ecum.

Vat.

II, Dich. Nostra aetate, 1).

Per questo, sin dagli inizi di questo Congresso, la Santa Sede, specialmente attraverso il Dicastero per il Dialogo Interreligioso, vi ha partecipato attivamente.

E vuole continuare così: la via del dialogo interreligioso è una via comune di pace e per la pace, e come tale è necessaria e senza ritorno.

Il dialogo interreligioso non è più solo un’opportunità, è un servizio urgente e insostituibile all’umanità, a lode e gloria del Creatore di tutti.

Fratelli, sorelle, pensando a questo cammino comune, mi domando: qual è il nostro punto di convergenza? Giovanni Paolo II – che ventun anni fa in questo stesso mese visitò il Kazakhstan – aveva affermato che «tutte le vie della Chiesa conducono all’uomo» e che l’uomo è «la via della Chiesa» (Lett.

enc. Redemptor hominis, 14).

Vorrei dire oggi che l’uomo è anche la via di tutte le religioni.

Sì, l’essere umano concreto, indebolito dalla pandemia, prostrato dalla guerra, ferito dall’indifferenza! L’uomo, creatura fragile e meravigliosa, che «senza il Creatore svanisce» (Conc.

Ecum.

Vat.

II, Cost.

past. Gaudium et spes, 36) e senza gli altri non sussiste! Si guardi al bene dell’essere umano più che agli obiettivi strategici ed economici, agli interessi nazionali, energetici e militari, prima di prendere decisioni importanti.

Per compiere scelte che siano davvero grandi si guardi ai bambini, ai giovani e al loro futuro, agli anziani e alla loro saggezza, alla gente comune e ai suoi bisogni reali.

E noi leviamo la voce per gridare che la persona umana non si riduce a ciò che produce e guadagna; che va accolta e mai scartata; che la famiglia, in lingua kazaka “nido dell’anima e dell’amore”, è l’alveo naturale e insostituibile da proteggere e promuovere perché crescano e maturino gli uomini e le donne di domani.

Per tutti gli esseri umani le grandi sapienze e religioni sono chiamate a testimoniare l’esistenza di un patrimonio spirituale e morale comune, che si fonda su due cardini: la trascendenza e la fratellanza.

La trascendenza, l’Oltre, l’adorazione.

È bello che ogni giorno milioni e milioni di uomini e di donne, di varie età, culture e condizioni sociali, si riuniscono in preghiera in innumerevoli luoghi di culto.

È la forza nascosta che fa andare avanti il mondo.

E poi la fratellanza, l’altro, la prossimità: perché non può professare vera adesione al Creatore chi non ama le sue creature.

Questo è l’animo che pervade la Dichiarazione del nostro Congresso, di cui, in conclusione, vorrei sottolineare tre parole.

La prima è la sintesi di tutto, l’espressione di un grido accorato, il sogno e la meta del nostro cammino: la pace! Beybitşilik, mir, peace! La pace è urgente perché qualsiasi conflitto militare o focolaio di tensione e di scontro oggi non può che avere un nefasto “effetto domino” e compromette seriamente il sistema di relazioni internazionali (cfr n.

4).

Ma la pace «non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse; non è effetto di una dispotica dominazione», ma è «opera della giustizia» (Gaudium et spes, 78).

Scaturisce dunque dalla fraternità, cresce attraverso la lotta all’ingiustizia e alle disuguaglianze, si costruisce tendendo la mano agli altri.

Noi, che crediamo nel Creatore di tutti, dobbiamo essere in prima linea nel diffondere la convivenza pacifica.

La dobbiamo testimoniare, predicare, implorare.

Perciò la Dichiarazione esorta i leader mondiali ad arrestare ovunque conflitti e spargimenti di sangue, e ad abbandonare retoriche aggressive e distruttive (cfr n.

7).

Vi preghiamo, in nome di Dio e per il bene dell’umanità: impegnatevi per la pace, non per gli armamenti! Solo servendo la pace il vostro nome rimarrà grande nella storia.

Se manca la pace è perché mancano attenzione, tenerezza, capacità di generare vita.

E dunque essa va ricercata coinvolgendo maggiormente – seconda parola – la donna.

Perché la donna dà cura e vita al mondo: è via verso la pace.

Abbiamo perciò sostenuto la necessità di proteggerne la dignità, e di migliorarne lo status sociale in quanto membro di pari diritto della famiglia e della società (cfr n.

23).

Alle donne vanno anche affidati ruoli e responsabilità maggiori.

Quante scelte di morte sarebbero evitate se proprio le donne fossero al centro delle decisioni! Impegniamoci perché siano più rispettate, riconosciute e coinvolte.

Infine, la terza parola: i giovani.

Sono loro i messaggeri di pace e di unità di oggi e di domani.

Sono loro che, più di altri, invocano la pace e il rispetto per la casa comune del creato.

Invece, le logiche di dominio e di sfruttamento, l’accaparramento delle risorse, i nazionalismi, le guerre e le zone di influenza disegnano un mondo vecchio, che i giovani rifiutano, un mondo chiuso ai loro sogni e alle loro speranze.

Così pure religiosità rigide e soffocanti non appartengono al futuro, ma al passato.

Pensando alle nuove generazioni, qui si è affermata l’importanza dell’istruzione, che rafforza la reciproca accoglienza e la convivenza rispettosa tra religioni e culture (cfr n.

21).

Diamo in mano ai giovani opportunità di istruzione, non armi di distruzione! E ascoltiamoli, senza paura di lasciarci interrogare da loro.

Soprattutto, costruiamo un mondo pensando a loro!

Fratelli, sorelle, la popolazione del Kazakhstan, aperta al domani e testimone di tante sofferenze passate, con le sue straordinarie multireligiosità e multiculturalità ci offre un esempio di futuro.

Ci invita a edificarlo senza dimenticare la trascendenza e la fratellanza, l’adorazione dell’Altissimo e l’accoglienza dell’altro.

Andiamo avanti così, camminando insieme in terra come figli del Cielo, tessitori di speranza e artigiani di concordia, messaggeri di pace e di unità!

Viaggio Apostolico in Kazakhstan: Incontro con i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Consacrati, i Seminaristi e gli Operatori Pastorali presso la Cattedrale Madre di Dio del Perpetuo Soccorso (Nur-Sultan, 15 Set 2022)
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Cari fratelli Vescovi, sacerdoti e diaconi, cari consacrati e consacrate, seminaristi e operatori pastorali, buongiorno!

Sono felice di essere qui in mezzo a voi, di salutare la Conferenza Episcopale dell’Asia Centrale e di incontrare una Chiesa fatta di tanti volti, storie e tradizioni diverse, tutte unite dall’unica fede in Cristo Gesù.

Monsignor Mumbiela Sierra, che ringrazio per le parole di saluto, ha detto: «La maggior parte di noi sono stranieri»; è vero, perché provenite da luoghi e Paesi differenti, ma la bellezza della Chiesa è questa: siamo un’unica famiglia, nella quale nessuno è straniero.

Lo ripeto: nessuno è straniero nella Chiesa, siamo un solo Popolo santo di Dio arricchito da tanti popoli! E la forza del nostro popolo sacerdotale e santo sta proprio nel fare della diversità una ricchezza attraverso la condivisione di ciò che siamo e di ciò che abbiamo: la nostra piccolezza si moltiplica se la condividiamo.

Il brano della Parola di Dio che abbiamo ascoltato afferma proprio questo: il mistero di Dio – dice san Paolo – è stato rivelato a tutti i popoli.

Non solo al popolo eletto o a una élite di persone religiose, ma a tutti.

Ogni uomo può accedere a Dio, perché – spiega l’Apostolo – tutte le genti «sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo» (Ef 3,6).

Vorrei sottolineare due parole usate da Paolo: eredità e promessa.

Da una parte, una Chiesa eredita sempre una storia, è sempre figlia di un primo annuncio del Vangelo, di un evento che la precede, di altri apostoli ed evangelizzatori che l’hanno stabilita sulla parola viva di Gesù; dall’altra parte, essa è anche la comunità di coloro che hanno visto compiersi in Gesù la promessa di Dio e, da figli della risurrezione, vivono nella speranza del compimento futuro.

Sì, siamo destinatari della gloria promessa, che anima di attesa il nostro cammino.

Eredità e promessa: l’eredità del passato è la nostra memoria, la promessa del Vangelo è il futuro di Dio che ci viene incontro.

Su questo vorrei soffermarmi con voi: una Chiesa che cammina nella storia tra memoria e futuro.

Anzitutto, la memoria.

Se oggi in questo vasto Paese, multiculturale e multireligioso, possiamo vedere comunità cristiane vivaci e un senso religioso che attraversa la vita della popolazione, è soprattutto grazie alla ricca storia che vi ha preceduto.

Penso alla diffusione del cristianesimo nell’Asia centrale, avvenuta già nei primissimi secoli, a tanti evangelizzatori e missionari che si sono spesi per diffondere la luce del Vangelo, fondando comunità, santuari, monasteri e luoghi di culto.

C’è dunque un’eredità cristiana, ecumenica, che va onorata e custodita, una trasmissione della fede che ha visto protagoniste anche tante persone semplici, tanti nonni e nonne, padri e madri.

Nel cammino spirituale ed ecclesiale non dobbiamo smarrire il ricordo di quanti ci hanno annunciato la fede, perché fare memoria ci aiuta a sviluppare lo spirito di contemplazione per le meraviglie che Dio ha operato nella storia, pur in mezzo alle fatiche della vita e alle fragilità personali e comunitarie.

Facciamo però attenzione: non si tratta di guardare indietro con nostalgia, restando bloccati sulle cose del passato e lasciandoci paralizzare nell’immobilismo: questa è la tentazione dell’indietrismo.

Lo sguardo cristiano, quando si volge per fare memoria, vuole aprirci allo stupore dinanzi al mistero di Dio, per riempire il nostro cuore di lode e di gratitudine per quanto il Signore ha compiuto.

Un cuore grato, che trabocca di lode, non nutre rimpianti, accoglie invece l’oggi che vive come grazia.

E vuole mettersi in cammino, andare avanti, comunicare Gesù, come le donne e i discepoli di Emmaus nel giorno di Pasqua!

È questa memoria viva di Gesù, che ci riempie di stupore e che attingiamo soprattutto dal Memoriale eucaristico, la forza d’amore che ci sospinge.

È il nostro tesoro.

Perciò senza memoria non c’è stupore.

Se perdiamo la memoria viva, allora la fede, le devozioni e le attività pastorali rischiano di affievolirsi, di essere come dei fuochi di paglia, che bruciano subito ma si spengono presto.

Quando smarriamo la memoria, si esaurisce la gioia.

Viene meno anche la riconoscenza a Dio e ai fratelli, perché si cade nella tentazione di pensare che tutto dipenda da noi.

Padre Ruslan ci ha ricordato una bella cosa: che essere prete è già molto, perché nella vita sacerdotale ci si accorge che quanto accade non è opera nostra, ma è dono di Dio.

E suor Clara, parlando della sua vocazione, ha voluto anzitutto ringraziare coloro che le hanno annunciato il Vangelo.

Grazie per queste testimonianze, che ci invitano a fare memoria grata dell’eredità ricevuta.

Se guardiamo dentro a questa eredità, che cosa vediamo? Che la fede non è stata trasmessa di generazione in generazione come un insieme di cose da capire e da fare, come un codice fissato una volta per tutte.

No, la fede è passata con la vita, con la testimonianza che ha portato il fuoco del Vangelo nel cuore delle situazioni per illuminare, purificare e diffondere il calore consolante di Gesù, la gioia del suo amore che salva, la speranza della sua promessa.

Facendo memoria, allora, impariamo che la fede cresce con la testimonianza.

Il resto viene dopo.

Questa è una chiamata per tutti e vorrei ribadirlo a tutti, fedeli laici, vescovi, sacerdoti, diaconi, consacrati e consacrate che operano in vario modo nella vita pastorale delle comunità: non stanchiamoci di testimoniare il cuore della salvezza, la novità di Gesù, la novità che è Gesù! La fede non è una bella mostra di cose del passato – questo sarebbe un museo –, ma un evento sempre attuale, l’incontro con Cristo che accade qui e ora nella vita! Perciò non si comunica solo con la ripetizione delle cose di sempre, ma trasmettendo la novità del Vangelo.

Così la fede rimane viva e ha futuro.

Per questo a me piace dire che la fede va trasmessa “in dialetto”.

Ecco allora la seconda parola, futuro.

La memoria del passato non ci chiude in noi stessi, ma ci apre alla promessa del Vangelo.

Gesù ci ha assicurato che sarà sempre con noi: non si tratta dunque di una promessa rivolta solo a un futuro lontano, siamo chiamati ad accogliere oggi il rinnovamento che il Risorto porta avanti nella vita.

Nonostante le nostre debolezze, Egli non si stanca di stare con noi, di costruire l’avvenire della sua e nostra Chiesa insieme a noi.

Certo, davanti alle tante sfide della fede – specialmente quelle che riguardano la partecipazione delle giovani generazioni –, così come dinanzi ai problemi e alle fatiche della vita e guardando ai propri numeri, nella vastità di un Paese come questo, ci si potrebbe sentire “piccoli” e inadeguati.

Eppure, se adottiamo lo sguardo speranzoso di Gesù, facciamo una scoperta sorprendente: il Vangelo dice che essere piccoli, poveri in spirito, è una beatitudine, la prima beatitudine (cfr Mt 5,3), perché la piccolezza ci consegna umilmente alla potenza di Dio e ci porta a non fondare l’agire ecclesiale sulle nostre capacità.

E questa è una grazia! Lo ripeto: c’è una grazia nascosta nell’essere una Chiesa piccola, un piccolo gregge; invece che esibire le nostre forze, i nostri numeri, le nostre strutture e ogni altra forma di rilevanza umana, ci lasciamo guidare dal Signore e ci poniamo con umiltà accanto alle persone.

Ricchi di niente, poveri di tutto, camminiamo con semplicità, vicini alle sorelle e ai fratelli del nostro popolo, portando nelle situazioni della vita la gioia del Vangelo.

Come lievito nella pasta e come il più piccolo dei semi gettato nella terra (cfr Mt 13,31-33), abitiamo le vicende liete e tristi della società in cui viviamo, per servirla dal di dentro.

Essere piccoli ci ricorda che non siamo autosufficienti: che abbiamo bisogno di Dio, ma anche degli altri, di tutti gli altri: delle sorelle e dei fratelli di altre confessioni, di chi confessa credo religiosi diversi dal nostro, di tutti gli uomini e le donne animati da buona volontà.

Ci accorgiamo, in spirito di umiltà, che solo insieme, nel dialogo e nell’accoglienza reciproca, possiamo davvero realizzare qualcosa di buono per tutti.

È il compito peculiare della Chiesa in questo Paese: non essere un gruppo che si trascina nelle cose di sempre o si chiude nel suo guscio perché si sente piccolo, ma una comunità aperta al futuro di Dio, accesa dal fuoco dello Spirito: viva, speranzosa, disponibile alle sue novità e ai segni dei tempi, animata dalla logica evangelica del seme che porta frutto nell’amore umile e fecondo.

In questo modo, la promessa di vita e di benedizione, che Dio Padre riversa su di noi per mezzo di Gesù, si fa strada non solo per noi, ma si realizza anche per gli altri.

E si realizza ogni volta che viviamo la fraternità tra di noi, che ci facciamo carico dei poveri e di chi è ferito dalla vita, ogni volta che nei rapporti umani e sociali testimoniamo la giustizia e la verità, dicendo “no” alla corruzione e alla falsità.

Le comunità cristiane, in particolare il seminario, siano “scuole di sincerità”: non ambienti rigidi e formali, ma palestre di verità, di apertura e di condivisione.

E nelle nostre comunità – ricordiamoci – siamo tutti discepoli del Signore: tutti discepoli, tutti essenziali, tutti di pari dignità.

Non solo i Vescovi, i preti e i consacrati, ma ogni battezzato è stato immerso nella vita di Cristo e in Lui – come ci ricordava san Paolo – è chiamato per ricevere l’eredità e accogliere la promessa del Vangelo.

Va dato dunque spazio ai laici: vi farà bene, perché le comunità non si irrigidiscano e non si clericalizzino.

Una Chiesa sinodale, in cammino verso il futuro dello Spirito, è una Chiesa partecipativa, corresponsabile.

È una Chiesa capace di uscire incontro al mondo perché allenata nella comunione.

Mi ha colpito che in tutte le testimonianze ritornava una cosa: non solo padre Ruslan e le suore, ma anche Kirill, il papà di famiglia ci ha ricordato che nella Chiesa, a contatto con il Vangelo, impariamo a passare dall’egoismo all’amore incondizionato.

È un’uscita da sé di cui ogni discepolo ha costante bisogno: è il bisogno di alimentare il dono ricevuto nel Battesimo, che ci spinge ovunque, nei nostri incontri ecclesiali, nelle famiglie, al lavoro, nella società, a diventare uomini e donne di comunione e di pace, che seminano il bene ovunque si trovano.

L’apertura, la gioia e la condivisione sono i segni della Chiesa delle origini: e sono anche i segni della Chiesa del futuro.

Sogniamo e, con la grazia di Dio, edifichiamo una Chiesa più abitata dalla letizia del Risorto, che respinga paure e lamentele, che non si lasci irrigidire da dogmatismi e moralismi.

Cari fratelli e sorelle, chiediamo tutto questo ai grandi testimoni della fede di questo Paese.

Vorrei ricordare in particolare il beato Bukowiński, un sacerdote che spese l’esistenza per curare gli ammalati, i bisognosi e gli emarginati, pagando sulla propria pelle la fedeltà al Vangelo con la prigione e i lavori forzati.

Mi hanno detto che, ancora prima della beatificazione, sulla sua tomba c’erano sempre fiori freschi e una candela accesa.

È la conferma che il Popolo di Dio sa riconoscere dove c’è la santità, dove c’è un pastore innamorato del Vangelo.

Vorrei dirlo in particolare ai Vescovi e ai sacerdoti, e anche ai seminaristi: questa è la nostra missione: non essere amministratori del sacro o gendarmi preoccupati di far rispettare le norme religiose, ma pastori vicini alla gente, icone vive del cuore compassionevole di Cristo.

Ricordo anche i martiri greco-cattolici, il Vescovo Mons.

Budka, il sacerdote don Zarizky e Gertrude Detzel, di cui si è aperto il processo di beatificazione.

Come ci ha detto la signora Miroslava: hanno portato l’amore di Cristo nel mondo.

Voi siete la loro eredità: siate promessa di nuova santità!

Vi sono vicino e vi incoraggio: vivete con gioia questa eredità e testimoniatela con generosità, perché quanti incontrate possano percepire che c’è una promessa di speranza rivolta anche a loro.

Vi accompagno con la preghiera; e ora ci affidiamo in modo particolare al cuore di Maria Santissima, che qui venerate in modo speciale come Regina della pace.

Ho letto di un bel segno materno accaduto in tempi difficili: mentre tante persone venivano deportate ed erano costrette alla fame e al freddo, ella, Madre tenera e premurosa, ascoltò la preghiera che i suoi figli le rivolgevano.

In uno degli inverni più rigidi, rapidamente la neve si sciolse, facendo emergere un lago con molti pesci, che sfamarono tante persone affamate.

Che la Madonna sciolga il freddo dei cuori, infonda nelle nostre comunità un rinnovato calore fraterno, ci doni speranza ed entusiasmo nuovi per il Vangelo! Io con affetto vi benedico e vi ringrazio.

E vi chiedo, per favore, di pregare per me.

Viaggio Apostolico in Kazakhstan: Santa Messa nel piazzale dell'Expo (Nur-Sultan, 14 Set 2022)
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La croce è un patibolo di morte, eppure in questo giorno di festa celebriamo l’esaltazione della Croce di Cristo.

Perché su quel legno Gesù ha preso su di sé il nostro peccato e il male del mondo, e li ha sconfitti con il suo amore.

Per questo oggi festeggiamo.

La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ce lo racconta, contrapponendo, da una parte, i serpenti che mordono e, dall’altra, il serpente che salva.

Fermiamoci su queste due immagini.

Anzitutto i serpenti che mordono.

Essi attaccano il popolo, caduto per l’ennesima volta nel peccato della mormorazione.

Mormorare contro Dio significa non soltanto parlare male e lamentarsi di Lui; vuol dire, più in profondità, che nel cuore degli Israeliti è venuta meno la fiducia in Lui, nella sua promessa.

Il popolo di Dio, infatti, sta camminando nel deserto verso la terra promessa ed è sopraffatto dalla stanchezza, non sopporta il viaggio (cfr Nm 21,4).

Allora si scoraggia, perde la speranza, e a un certo punto è come se dimenticasse la promessa del Signore: quella gente non ha più la forza di credere che è Lui a guidare il suo cammino verso una terra ricca e feconda.

Non è un caso che, esaurendosi la fiducia in Dio, il popolo venga morso da serpenti che uccidono.

Essi ricordano il primo serpente di cui parla la Bibbia nel libro della Genesi, il tentatore che avvelena il cuore dell’uomo per farlo dubitare di Dio.

Infatti il diavolo, proprio sotto forma di serpente, ammalia Adamo ed Eva, ingenera in loro sfiducia convincendoli che Dio non è buono, anzi è invidioso della loro libertà e felicità.

E ora, nel deserto, ritornano i serpenti, dei «serpenti brucianti» (v.

6); ritorna, cioè, il peccato delle origini: gli Israeliti dubitano di Dio, non si fidano di Lui, mormorano, si ribellano a Colui che ha dato loro la vita e vanno così incontro alla morte.

Ecco dove porta la sfiducia del cuore!

Cari fratelli e sorelle, questa prima parte del racconto ci chiede di guardare da vicino i momenti della nostra storia personale e comunitaria in cui è venuta meno la fiducia, nel Signore e tra di noi.

Quante volte, sfiduciati e insofferenti, ci siamo inariditi nei nostri deserti, perdendo di vista la meta del cammino! Anche in questo grande Paese c’è il deserto che, mentre offre uno splendido paesaggio, ci parla di quella fatica, di quella aridità che a volte portiamo nel cuore.

Sono i momenti di stanchezza e di prova, nei quali non abbiamo più le forze per guardare in alto, verso Dio; sono le situazioni di vita personale, ecclesiale e sociale in cui siamo morsi dal serpente della sfiducia, che inietta in noi i veleni della disillusione e dello sconforto, del pessimismo e della rassegnazione, chiudendoci nel nostro io, spegnendo l’entusiasmo.

Ma nella storia di questa terra non sono mancati altri morsi dolorosi: penso ai serpenti brucianti della violenza, della persecuzione ateista, a un cammino a volte travagliato durante il quale è stata minacciata la libertà del popolo e ferita la sua dignità.

Ci fa bene custodire il ricordo di quanto sofferto: non bisogna ritagliare dalla memoria certe oscurità, altrimenti si può credere che siano acqua passata e che il cammino del bene sia delineato per sempre.

No, la pace non è mai guadagnata una volta per tutte, va conquistata ogni giorno, così come la convivenza tra etnie e tradizioni religiose diverse, lo sviluppo integrale, la giustizia sociale.

E perché il Kazakhstan cresca ancora di più «nella fraternità, nel dialogo e nella comprensione […] per gettare ponti di solidale cooperazione con gli altri popoli, nazioni e culture» (S.

Giovanni Paolo II, Discorso durante la cerimonia di benvenuto, 22 settembre 2001), c’è bisogno dell’impegno di tutti.

Prima ancora, c’è bisogno di un rinnovato atto di fede verso il Signore: di guardare in alto, di guardare a Lui, di imparare dal suo amore universale e crocifisso.

Veniamo così alla seconda immagine: il serpente che salva.

Mentre il popolo muore a causa dei serpenti brucianti, Dio ascolta la preghiera di intercessione di Mosè e gli dice: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita» (Nm 21,8).

Infatti, «quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita» (v.

9).

Potremmo tuttavia chiederci: perché Dio, anziché dare queste laboriose istruzioni a Mosè, non ha semplicemente distrutto i serpenti velenosi? Questo modo di fare ci rivela il suo agire dinanzi al male, al peccato e alla sfiducia dell’umanità.

Allora come ora, nella grande battaglia spirituale che abita la storia fino alla fine, Dio non annienta le bassezze che l’uomo liberamente insegue: i serpenti velenosi non scompaiono, ci sono ancora, stanno in agguato, possono sempre mordere.

Che cosa è cambiato allora, che cosa fa Dio?

Gesù lo spiega nel Vangelo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15).

Ecco la svolta: è arrivato tra noi il serpente che salva: Gesù che, elevato sull’asta della croce, non permette ai serpenti velenosi che ci assalgono di condurci alla morte.

Di fronte alle nostre bassezze, Dio ci dona un’altezza nuova: se teniamo lo sguardo rivolto a Gesù, i morsi del male non possono più dominarci, perché Lui, sulla croce, ha preso su di sé il veleno del peccato e della morte e ne ha sconfitto la potenza distruttiva.

Ecco che cosa ha fatto il Padre dinanzi al dilagare del male nel mondo; ci ha dato Gesù, che si è fatto vicino a noi come non avremmo mai potuto immaginare: «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore» (2 Cor 5,21).

Questa è l’infinita grandezza della divina misericordia: Gesù che si è “fatto peccato” a nostro favore, Gesù che sulla croce – potremmo dire – “si è fatto serpente” affinché, guardando a Lui, possiamo resistere ai morsi velenosi dei serpenti maligni che ci assalgono.

Fratelli e sorelle, questa è la strada, la strada della nostra salvezza, della nostra rinascita e risurrezione: guardare a Gesù crocifisso.

Da quell’altezza possiamo vedere la nostra vita e la storia dei nostri popoli in modo nuovo.

Perché dalla Croce di Cristo impariamo l’amore, non l’odio; impariamo la compassione, non l’indifferenza; impariamo il perdono, non la vendetta.

Le braccia allargate di Gesù sono l’abbraccio di tenerezza con cui Dio vuole accoglierci.

E ci mostrano la fraternità che siamo chiamati a vivere tra di noi e con tutti.

Ci indicano la via, la via cristiana: non quella dell’imposizione e della costrizione, della potenza e della rilevanza, mai quella che impugna la croce di Cristo contro altri fratelli e sorelle per i quali Egli ha dato la vita! È un’altra la via di Gesù, la via della salvezza: è la via dell’amore umile, gratuito e universale, senza “se” e senza “ma”.

Sì, perché sul legno della croce Cristo ha tolto il veleno al serpente del male, ed essere cristiani significa vivere senza veleni: non morderci tra di noi, non mormorare, non accusare, non chiacchierare, non spargere opere di male, non inquinare il mondo con il peccato e con la sfiducia che viene dal Maligno.

Fratelli, sorelle, siamo rinati dal costato aperto di Gesù sulla croce: non ci sia in noi alcun veleno di morte (cfr Sap 1,14).

Preghiamo, invece, perché per grazia di Dio possiamo diventare sempre più cristiani: testimoni gioiosi di vita nuova, di amore, di pace.

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Ringraziamento al termine della Messa

Grazie, Mons.

Peta, per le Sue parole, grazie per tutto l’impegno profuso nel preparare questa Celebrazione e la mia visita.

Desidero in proposito rinnovare cordiale riconoscenza alle Autorità civili e religiose del Paese.

Saluto tutti voi, fratelli e sorelle, in modo particolare quanti siete giunti da altri Paesi dell’Asia centrale e da parti lontane di questa sconfinata terra.

Benedico di cuore gli anziani e gli ammalati, i bambini e i giovani.

Oggi, Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, sentiamoci spiritualmente uniti al santuario nazionale della Regina della Pace di Oziornoje.

Mons.

Tomash ha ricordato che lì si trova una grande croce, su cui tra l’altro è scritto: “Al popolo del Kazakhstan gratitudine” e “agli uomini pace”.

La gratitudine al Signore per il santo popolo di Dio che vive in questo grande Paese si unisce a quella per il suo impegno a promuovere il dialogo, e si trasforma in invocazione di pace, pace di cui il nostro mondo è assetato.

Penso a tanti luoghi martoriati dalla guerra, soprattutto alla cara Ucraina.

Non abituiamoci alla guerra, non rassegniamoci alla sua ineluttabilità.

Soccorriamo chi soffre e insistiamo perché si provi davvero a raggiungere la pace.

Che cosa deve accadere ancora, quanti morti bisognerà attendere prima che le contrapposizioni cedano il passo al dialogo per il bene della gente, dei popoli e dell’umanità? L’unica via di uscita è la pace e la sola strada per arrivarci è il dialogo.

Ho appreso con preoccupazione che in queste ore si sono accesi nuovi focolai di tensione nella regione caucasica.

Continuiamo a pregare perché, anche in questi territori, sulle contese prevalgano il confronto pacifico e la concordia.

Il mondo impari a costruire la pace, anche limitando la corsa agli armamenti e convertendo le ingenti spese belliche in sostegni concreti alle popolazioni.

Grazie a tutti coloro che credono in questo, grazie a voi e a quanti sono messaggeri di pace e di unità!

Viaggio Apostolico in Kazakhstan: Apertura e Sessione Plenaria del "VII Congress of Leaders of World and traditional Religions" presso il "Palazzo della Pace e della Riconciliazione" (Nur-Sultan, 14 Set 2022)
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Fratelli e sorelle!

Permettetemi di rivolgermi a voi con queste parole dirette e familiari: fratelli e sorelle.

Così desidero salutarvi, Capi religiosi e Autorità, membri del Corpo diplomatico e delle Organizzazioni internazionali, Rappresentanti di istituzioni accademiche e culturali, della società civile e di varie organizzazioni non governative, in nome di quella fratellanza che tutti ci unisce, in quanto figli e figlie dello stesso Cielo.

Di fronte al mistero dell’infinito che ci sovrasta e ci attira, le religioni ci ricordano che siamo creature: non siamo onnipotenti, ma donne e uomini in cammino verso la medesima meta celeste.

La creaturalità che condividiamo instaura così una comunanza, una reale fraternità.

Ci rammenta che il senso della vita non può ridursi ai nostri interessi personali, ma si inscrive nella fratellanza che ci contraddistingue.

Cresciamo solo con gli altri e grazie agli altri.

Cari Leader e Rappresentanti delle religioni mondiali e tradizionali, ci troviamo in una terra percorsa nei secoli da grandi carovane: in questi luoghi, anche attraverso l’antica via della seta, si sono intrecciate tante storie, idee, fedi e speranze.

Possa il Kazakhstan essere ancora una volta terra d’incontro tra chi è distante.

Possa aprire una nuova via di incontro, incentrata sui rapporti umani: sul rispetto, sull’onestà del dialogo, sul valore imprescindibile di ciascuno, sulla collaborazione; una via fraterna per camminare insieme verso la pace.

Ieri ho preso in prestito l’immagine della dombra; oggi allo strumento musicale vorrei associare una voce, quella del poeta più celebre del Paese, padre della sua moderna letteratura, l’educatore e compositore spesso raffigurato proprio insieme alla dombra.

Abai (1845-1904), come popolarmente è chiamato, ci ha lasciato scritti impregnati di religiosità, nei quali traspare la migliore anima di questo popolo: una saggezza armoniosa, che desidera la pace e la ricerca interrogandosi con umiltà, anelando a una sapienza degna dell’uomo, mai chiusa in visioni ristrette e anguste, ma disposta a lasciarsi ispirare da molteplici esperienze.

Abai ci provoca con un interrogativo intramontabile: «Qual è la bellezza della vita, se non si va in profondità?» (Poesia, 1898).

Un altro poeta si chiedeva il senso dell’esistenza, mettendo sulle labbra di un pastore di queste sconfinate terre d’Asia una domanda altrettanto essenziale: «Ove tende questo vagar mio breve?» (G.

Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).

Sono interrogativi come questi a suscitare il bisogno della religione, a ricordarci che noi esseri umani non esistiamo tanto per soddisfare interessi terreni e per tessere relazioni di sola natura economica, quanto per camminare insieme, come viandanti con lo sguardo rivolto al Cielo.

Abbiamo bisogno di trovare un senso alle domande ultime, di coltivare la spiritualità; abbiamo bisogno, diceva Abai, di mantenere «desta l’anima e limpida la mente» (Parola 6).

Fratelli e sorelle, il mondo attende da noi l’esempio di anime deste e di menti limpide, attende religiosità autentica.

È venuta l’ora di destarsi da quel fondamentalismo che inquina e corrode ogni credo, l’ora di rendere limpido e compassionevole il cuore.

Ma è anche l’ora di lasciare solo ai libri di storia i discorsi che per troppo tempo, qui e altrove, hanno inculcato sospetto e disprezzo nei riguardi della religione, quasi fosse un fattore di destabilizzazione della società moderna.

In questi luoghi è ben nota l’eredità dell’ateismo di Stato, imposto per decenni, quella mentalità opprimente e soffocante per la quale il solo uso della parola “religione” creava imbarazzo.

In realtà, le religioni non sono problemi, ma parte della soluzione per una convivenza più armoniosa.

La ricerca della trascendenza e il sacro valore della fraternità possono infatti ispirare e illuminare le scelte da prendere nel contesto delle crisi geopolitiche, sociali, economiche, ecologiche ma, alla radice, spirituali che attraversano molte istituzioni odierne, anche le democrazie, mettendo a repentaglio la sicurezza e la concordia tra i popoli.

Abbiamo dunque bisogno di religione per rispondere alla sete di pace del mondo e alla sete di infinito che abita il cuore di ogni uomo.

Per questo, condizione essenziale per uno sviluppo davvero umano e integrale è la libertà religiosa.

Fratelli, sorelle, siamo creature libere.

Il nostro Creatore si è “fatto da parte per noi”, ha, per così dire, “limitato” la sua libertà assoluta per fare anche di noi delle creature libere.

Come possiamo allora costringere dei fratelli in nome suo? «Mentre crediamo e adoriamo – insegnava Abai –, non dobbiamo dire che possiamo costringere gli altri a credere e adorare» (Parola 45).

La libertà religiosa è un diritto fondamentale, primario e inalienabile, che occorre promuovere ovunque e che non può limitarsi alla sola libertà di culto.

È infatti diritto di ogni persona rendere pubblica testimonianza al proprio credo: proporlo senza mai imporlo.

È la buona pratica dell’annuncio, differente dal proselitismo e dall’indottrinamento, da cui tutti sono chiamati a tenersi distanti.

Relegare alla sfera del privato il credo più importante della vita priverebbe la società di una ricchezza immensa; favorire, al contrario, contesti dove si respira una rispettosa convivenza delle diversità religiose, etniche e culturali è il modo migliore per valorizzare i tratti specifici di ciascuno, di unire gli esseri umani senza uniformarli, di promuoverne le aspirazioni più alte senza tarparne lo slancio.

Ecco dunque, accanto al valore immortale della religione, quello attuale, che il Kazakhstan mirabilmente promuove, ospitando da un ventennio questo Congresso di rilevanza mondiale.

La presente edizione ci porta a riflettere sul nostro ruolo nello sviluppo spirituale e sociale dell’umanità durante il periodo post-pandemico.

La pandemia, tra vulnerabilità e cura, rappresenta la prima di quattro sfide globali che vorrei delineare e che richiamano tutti – ma in modo speciale le religioni – a una maggiore unità d’intenti.

Il Covid-19 ci ha messo tutti sullo stesso piano.

Ci ha fatto capire che, come diceva Abai, «non siamo demiurghi, ma mortali» (ibid.): tutti ci siamo sentiti fragili, tutti bisognosi di assistenza; nessuno pienamente autonomo, nessuno completamente autosufficiente.

Ora, però, non possiamo dilapidare il bisogno di solidarietà che abbiamo avvertito andando avanti come se nulla fosse successo, senza lasciarci interpellare dall’esigenza di affrontare insieme le urgenze che riguardano tutti.

A ciò le religioni non devono essere indifferenti: sono chiamate a stare in prima linea, ad essere promotrici di unità di fronte a prove che rischiano di dividere ancora di più la famiglia umana.

Nello specifico, sta a noi, che crediamo nel Divino, aiutare i fratelli e le sorelle della nostra epoca a non dimenticare la vulnerabilità che ci caratterizza: a non cadere in false presunzioni di onnipotenza suscitate da progressi tecnici ed economici, che da soli non bastano; a non farsi imbrigliare nei lacci del profitto e del guadagno, quasi fossero i rimedi a tutti i mali; a non assecondare uno sviluppo insostenibile che non rispetti i limiti imposti dal creato; a non lasciarsi anestetizzare dal consumismo che stordisce, perché i beni sono per l’uomo e non l’uomo per i beni.

Insomma, la nostra comune vulnerabilità, emersa durante la pandemia, dovrebbe stimolarci a non andare avanti come prima, ma con più umiltà e lungimiranza.

Oltre a sensibilizzare sulla nostra fragilità e responsabilità, i credenti nel post-pandemia sono chiamati alla cura: a prendersi cura dell’umanità in tutte le sue dimensioni, diventando artigiani di comunione – ripeto la parola: artigiani di comunione –, testimoni di una collaborazione che superi gli steccati delle proprie appartenenze comunitarie, etniche, nazionali e religiose.

Ma come intraprendere una missione così ardua? Da dove iniziare? Dall’ascolto dei più deboli, dal dare voce ai più fragili, dal farsi eco di una solidarietà globale che in primo luogo riguardi loro, i poveri, i bisognosi che più hanno sofferto la pandemia, la quale ha fatto prepotentemente emergere l’iniquità delle disuguaglianze planetarie.

Quanti, oggi ancora, non hanno facile accesso ai vaccini, quanti! Stiamo dalla loro parte, non dalla parte di chi ha di più e dà di meno; diventiamo coscienze profetiche e coraggiose, facciamoci prossimi a tutti ma specialmente ai troppi dimenticati di oggi, agli emarginati, alle fasce più deboli e povere della società, a coloro che soffrono di nascosto e in silenzio, lontano dai riflettori.

Quanto vi propongo non è solo una via per essere più sensibili e solidali, ma un percorso di guarigione per le nostre società.

Sì, perché è proprio l’indigenza a permettere il dilagare di epidemie e di altri grandi mali che prosperano sui terreni del disagio e delle disuguaglianze.

Il maggior fattore di rischio dei nostri tempi permane la povertà.

A tale proposito Abai saggiamente si domandava: «Possono quanti hanno fame custodire una mente limpida […] e mostrare diligenza nell’apprendere? Povertà e liti […] generano […] violenza e avidità» (Parola 25).

Fino a quando continueranno a imperversare disparità e ingiustizie, non potranno cessare virus peggiori del Covid: quelli dell’odio, della violenza, del terrorismo.

E questo ci porta alla seconda sfida planetaria che interpella in modo particolare i credenti: la sfida della pace. Negli ultimi decenni il dialogo tra i responsabili delle religioni ha riguardato soprattutto questa tematica.

Eppure, vediamo i nostri giorni ancora segnati dalla piaga della guerra, da un clima di esasperati confronti, dall’incapacità di fare un passo indietro e tendere la mano all’altro.

Occorre un sussulto e occorre, fratelli e sorelle, che venga da noi.

Se il Creatore, a cui dedichiamo l’esistenza, ha dato origine alla vita umana, come possiamo noi, che ci professiamo credenti, acconsentire che essa venga distrutta? E come possiamo pensare che gli uomini del nostro tempo, molti dei quali vivono come se Dio non esistesse, siano motivati a impegnarsi in un dialogo rispettoso e responsabile se le grandi religioni, che costituiscono l’anima di tante culture e tradizioni, non si impegnano attivamente per la pace?

Memori degli orrori e degli errori del passato, uniamo gli sforzi, affinché mai più l’Onnipotente diventi ostaggio della volontà di potenza umana.

Abai rammenta che “colui che permette il male e non si oppone al male non può essere considerato un vero credente ma, nel migliore dei casi, un credente tiepido” (cfr Parola 38).

Fratelli e sorelle, è necessaria, per tutti e per ciascuno, una purificazione dal male.

Il grande poeta kazako insisteva su questo aspetto, scrivendo che chi «abbandona l’apprendimento si priva di una benedizione» e «chi non è severo con sé stesso e non è capace di compassione non può essere considerato credente» (Parola 12).

Fratelli e sorelle, purifichiamoci, dunque, dalla presunzione di sentirci giusti e di non avere nulla da imparare dagli altri; liberiamoci da quelle concezioni riduttive e rovinose che offendono il nome di Dio attraverso rigidità, estremismi e fondamentalismi, e lo profanano mediante l’odio, il fanatismo e il terrorismo, sfigurando anche l’immagine dell’uomo.

Sì, perché «la fonte dell’umanità – ricorda Abai – è amore e giustizia, […] sono esse le corone della creazione divina» (Parola 45).

Non giustifichiamo mai la violenza.

Non permettiamo che il sacro venga strumentalizzato da ciò che è profano.

Il sacro non sia puntello del potere e il potere non si puntelli di sacralità!

Dio è pace e conduce sempre alla pace, mai alla guerra.

Impegniamoci dunque, ancora di più, a promuovere e rafforzare la necessità che i conflitti si risolvano non con le inconcludenti ragioni della forza, con le armi e le minacce, ma con gli unici mezzi benedetti dal Cielo e degni dell’uomo: l’incontro, il dialogo, le trattative pazienti, che si portano avanti pensando in particolare ai bambini e alle giovani generazioni.

Esse incarnano la speranza che la pace non sia il fragile risultato di affannosi negoziati, ma il frutto di un impegno educativo costante, che promuova i loro sogni di sviluppo e di futuro.

Abai, in tal senso, incoraggiava a espandere il sapere, a valicare il confine della propria cultura, ad abbracciare la conoscenza, la storia e la letteratura degli altri.

Investiamo, vi prego, in questo: non negli armamenti, ma nell’istruzione!

Dopo quelle della pandemia e della pace, raccogliamo una terza sfida, quella dell’accoglienza fraterna.

Oggi è grande la fatica di accettare l’essere umano.

Ogni giorno nascituri e bambini, migranti e anziani vengono scartati.

C’è una cultura dello scarto.

Tanti fratelli e sorelle muoiono sacrificati sull’altare del profitto, avvolti dall’incenso sacrilego dell’indifferenza.

Eppure ogni essere umano è sacro.

«Homo sacra res homini», dicevano gli antichi (Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, 95,33): è compito anzitutto nostro, delle religioni, ricordarlo al mondo! Mai come ora assistiamo a grandi spostamenti di popolazioni, causati da guerre, povertà, cambiamenti climatici, dalla ricerca di un benessere che il mondo globalizzato permette di conoscere, ma a cui è spesso difficile accedere.

Un grande esodo è in corso: dalle aree più disagiate si cerca di raggiungere quelle più benestanti.

Lo vediamo tutti i giorni, nelle diverse migrazioni nel mondo.

Non è un dato di cronaca, è un fatto storico che richiede soluzioni condivise e lungimiranti.

Certo, viene istintivo difendere le proprie sicurezze acquisite e chiudere le porte per paura; è più facile sospettare dello straniero, accusarlo e condannarlo piuttosto che conoscerlo e capirlo.

Ma è nostro dovere ricordare che il Creatore, il quale veglia sui passi di ogni creatura, ci esorta ad avere uno sguardo simile al suo, uno sguardo che riconosca il volto del fratello.

Il fratello migrante bisogna riceverlo, accompagnarlo, promuoverlo e integrarlo.

La lingua kazaka invita a questo sguardo accogliente: in essa “amare” letteralmente significa “avere uno sguardo buono su qualcuno”.

Ma anche la cultura tradizionale di queste regioni afferma la medesima cosa attraverso un bel proverbio popolare: «Se incontri qualcuno, cerca di renderlo felice, forse è l’ultima volta che lo vedi».

Se il culto dell’ospitalità della steppa ricorda il valore insopprimibile di ogni essere umano, Abai lo sancisce dicendo che «l’uomo dev’essere amico dell’uomo» e che tale amicizia si fonda su una condivisione universale, perché le realtà importanti della vita e dopo la vita sono comuni.

E dunque, sentenzia, «tutte le persone sono ospiti l’una dell’altra» e «l’uomo stesso è un ospite in questa vita» (Parola 34).

Riscopriamo l’arte dell’ospitalità, dell’accoglienza, della compassione.

E impariamo pure a vergognarci: sì, a provare quella sana vergogna che nasce dalla pietà per l’uomo che soffre, dalla commozione e dallo stupore per la sua condizione, per il suo destino di cui sentirsi partecipi.

È la via della compassione, che rende più umani e più credenti.

Sta a noi, oltre che affermare la dignità inviolabile di ogni uomo, insegnare a piangere per gli altri, perché solo se avvertiremo come nostre le fatiche dell’umanità saremo veramente umani.

Un’ultima sfida globale ci interpella: la custodia della casa comune.

Di fronte agli stravolgimenti climatici occorre proteggerla, perché non sia assoggettata alle logiche del guadagno, ma preservata per le generazioni future, a lode del Creatore.

Scriveva Abai: «Che mondo meraviglioso ci ha dato il Creatore! Egli ci ha donato la sua luce con magnanimità e generosità.

Quando la madre-terra ci ha nutriti al suo seno, il nostro Padre celeste con premura si è inclinato su di noi» (dalla poesia “Primavera”).

Con cura amorevole l’Altissimo ha disposto una casa comune per la vita: e noi, che ci professiamo suoi, come possiamo permettere che venga inquinata, maltrattata e distrutta? Uniamo gli sforzi anche in questa sfida.

Non è l’ultima per importanza.

Essa, infatti, si ricollega alla prima, a quella pandemica.

Virus come il Covid-19, che, pur microscopici, sono in grado di sgretolare le grandi ambizioni del progresso, spesso sono legati a un equilibrio deteriorato, in gran parte per causa nostra, con la natura che ci circonda.

Pensiamo ad esempio alla deforestazione, al commercio illegale di animali vivi, agli allevamenti intensivi… È la mentalità dello sfruttamento a devastare la casa che abitiamo.

Non solo: essa porta a eclissare quella visione rispettosa e religiosa del mondo voluta dal Creatore.

Perciò è imprescindibile favorire e promuovere la custodia della vita in ogni sua forma.

Cari fratelli e sorelle, andiamo avanti insieme, perché il cammino delle religioni sia sempre più amichevole.

Abai diceva che «un falso amico è come un’ombra: quando il sole splende su di te, non ti libererai di lui, ma quando le nuvole si addensano su di te, non si vedrà da nessuna parte» (Parola 37).

Non ci capiti questo: l’Altissimo ci liberi dalle ombre del sospetto e della falsità; ci conceda di coltivare amicizie solari e fraterne, attraverso il dialogo frequente e la luminosa sincerità delle intenzioni.

E vorrei ringraziare qui per lo sforzo del Kazakhstan su questo punto: cercare sempre di unire, cercare sempre di provocare il dialogo, cercare sempre di fare amicizia.

Questo è un esempio che il Kazakhstan dà a tutti noi e dobbiamo seguirlo, assecondarlo.

Non cerchiamo finti sincretismi concilianti – non servono –, ma custodiamo le nostre identità aperti al coraggio dell’alterità, all’incontro fraterno.

Solo così, su questa strada, nei tempi bui che viviamo, potremo irradiare la luce del nostro Creatore.

Grazie a tutti voi!

Viaggio Apostolico in Kazakhstan: Incontro con le Autorità, con la Società civile e con il Corpo diplomatico presso la "Qazaq Concert Hall" (Nur-Sultan, 13 Set 2022)
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Signor Presidente della Repubblica,
distinti Membri del Governo e del Corpo diplomatico,
illustri Autorità religiose e civili,
insigni Rappresentanti della società civile e del mondo della cultura,
Signore e Signori!

Vi saluto cordialmente, grato al Signor Presidente per le parole che mi ha rivolto.

Sono onorato di essere qui con voi, in questa terra tanto estesa quanto antica, nella quale vengo come pellegrino di pace, in cerca di dialogo e di unità.

Il nostro mondo ne ha urgente bisogno, ha bisogno di ritrovare armonia.

Armonia che in questo Paese può essere ben raffigurata da uno strumento musicale tradizionale e caratteristico, di cui sono venuto a conoscenza: la dombra.

Essa costituisce un emblema culturale e uno dei simboli più importanti del Kazakhstan, tanto che recentemente le è stata dedicata una giornata specifica.

Vorrei assumere proprio la dombra come elemento attorno al quale articolare quanto desidero condividere con voi.

Preparandomi a questo viaggio sono venuto a sapere che alcune versioni della dombra erano già suonate in epoca medioevale e che essa, lungo i secoli, ha accompagnato i racconti musicati di saghe e opere poetiche, collegando il passato al presente.

Simbolo di continuità nella diversità, ritma dunque la memoria del Paese, e richiama così all’importanza, di fronte ai rapidi cambiamenti economici e sociali in corso, di non trascurare i legami con la vita di chi ci ha preceduto, anche attraverso quelle tradizioni che permettono di fare tesoro del passato e di valorizzare quanto si è ereditato.

Penso, ad esempio, alla bella usanza qui diffusa di cuocere, il venerdì mattina, sette pani in onore degli antenati.

La memoria del Kazakhstan, che Papa Giovanni Paolo IIqui pellegrino, definì «Terra di martiri e di credenti, Terra di deportati e di eroi, Terra di pensatori e di artisti» (Discorso durante la cerimonia di benvenuto, 22.9.2001), reca impressa una gloriosa storia di cultura, umanità e sofferenza.

Come non ricordare, in particolare, i campi di prigionia e le deportazioni di massa che hanno visto nelle città e nelle sconfinate steppe di queste regioni l’oppressione di tante popolazioni? Ma i kazaki non si sono lasciati imprigionare da questi soprusi: dalla memoria della reclusione è fiorita la cura per l’inclusione.

In questa terra, percorsa fin dall’antichità da grandi spostamenti di popoli, il ricordo della sofferenza e delle prove sperimentate sia un bagaglio indispensabile per incamminarsi verso l’avvenire mettendo al primo posto la dignità dell’uomo, di ogni uomo, e di ogni gruppo etnico, sociale, religioso.

Ritorniamo alla dombra: essa viene suonata pizzicando le sue due corde.

Anche il Kazakhstan è caratterizzato dalla capacità di procedere creando armonia tra “due corde parallele”: temperature tanto rigide in inverno quanto elevate in estate; tradizione e progresso, ben simboleggiate dall’incontro di città storiche con altre moderne, come questa capitale.

Soprattutto, risuonano nel Paese le note di due anime, quella asiatica e quella europea, che ne fanno una permanente «missione di collegamento tra due continenti» (Id., Discorso ai giovani, 23.9.2001); «un ponte fra l’Europa e l’Asia», un «anello di congiunzione tra Oriente e Occidente» (Id., Discorso nella cerimonia di congedo, 25.9.2001).

Le corde della dombra risuonano abitualmente insieme ad altri strumenti ad arco tipici di questi luoghi: l’armonia matura e cresce nell’insieme, nella coralità che rende armoniosa la vita sociale.

«La fonte del successo è l’unità», recita un bel proverbio locale.

Se ciò vale ovunque, qui in modo particolare: i circa centocinquanta gruppi etnici e le più di ottanta lingue presenti nel Paese, con storie, tradizioni culturali e religiose variegate, compongono una sinfonia straordinaria e fanno del Kazakhstan un laboratorio multi-etnico, multi-culturale e multi-religioso unico, rivelandone la peculiare vocazione, quella di essere Paese dell’incontro.

Sono qui per sottolineare l’importanza e l’urgenza di tale aspetto, al quale sono chiamate a contribuire in modo particolare le religioni; perciò avrò l’onore di prendere parte al settimo Congresso dei Leader delle Religioni mondiali e tradizionali.

Opportunamente la Costituzione del Kazakhstan, nel definirlo laico, prevede la libertà di religione e di credo.

Una laicità sana, che riconosca il ruolo prezioso e insostituibile della religione e contrasti l’estremismo che la corrode, rappresenta una condizione essenziale per il trattamento equo di ogni cittadino, oltre che per favorire il senso di appartenenza al Paese da parte di tutte le sue componenti etniche, linguistiche, culturali e religiose.

Le religioni, infatti, mentre svolgono il ruolo insostituibile di ricercare e testimoniare l’Assoluto, necessitano della libertà di esprimersi.

E dunque la libertà religiosa costituisce l’alveo migliore per la convivenza civile.

È un bisogno inscritto nel nome di questo popolo, nella parola “kazako”, che evoca proprio il camminare libero e indipendente.

La tutela della libertà, aspirazione scritta nel cuore di ogni uomo, unica condizione perché l’incontro tra le persone e i gruppi sia reale e non artificiale, si traduce nella società civile principalmente attraverso il riconoscimento dei diritti, accompagnati dai doveri.

Vorrei esprimere apprezzamento, da questo punto di vista, per l’affermazione del valore della vita umana attraverso l’abolizione della pena di morte, in nome del diritto alla speranza per ciascun essere umano.

Accanto a ciò, è importante garantire le libertà di pensiero, di coscienza e di espressione, per dare spazio al ruolo unico e paritario che ognuno riveste per l’insieme.

Anche in questo può esserci di stimolo la dombra.

Essa è principalmente uno strumento musicale popolare e, in quanto tale, comunica la bellezza di custodire il genio e la vivacità di un popolo.

Ciò è affidato anzitutto alle autorità civili, prime responsabili nella promozione del bene comune, e si attua in modo speciale attraverso il sostegno alla democrazia, che costituisce la forma più adatta perché il potere si traduca in servizio a favore dell’intero popolo e non soltanto di pochi.

So che è stato avviato, soprattutto negli ultimi mesi, un processo di democratizzazione volto a rafforzare le competenze del Parlamento e delle Autorità locali e, più in generale, una maggiore distribuzione del potere.

Si tratta di un tragitto meritorio e impegnativo, certamente non breve, che richiede di proseguire verso la meta senza volgersi indietro.

Infatti, la fiducia in chi governa aumenta quando le promesse non risultano strumentali, ma vengono effettivamente attuate.

Ovunque occorre che la democrazia e la modernizzazione non siano relegati a proclami, ma confluiscano in un concreto servizio al popolo: una buona politica fatta di ascolto della gente e di risposte ai suoi legittimi bisogni, di costante coinvolgimento della società civile e delle organizzazioni non governative e umanitarie, di particolare attenzione nei riguardi dei lavoratori, dei giovani e delle fasce più deboli.

E anche – ogni Paese al mondo ne ha bisogno – di misure di contrasto alla corruzione.

Questo stile politico realmente democratico è la risposta più efficace a possibili estremismi, personalismi, populismi, che minacciano la stabilità e il benessere dei popoli.

Penso anche alla necessità di una certa sicurezza economica, che qui all’inizio dell’anno è stata invocata in regioni dove, nonostante le risorse energetiche siano cospicue, si avvertono varie difficoltà.

È una sfida che riguarda non solo il Kazakhstan, ma il mondo intero, il cui sviluppo integrale è tenuto in ostaggio da un’ingiustizia diffusa, per cui le risorse risultano distribuite in modo ineguale.

Ed è compito dello Stato, ma anche del settore privato, trattare tutte le componenti della popolazione con giustizia e parità di diritti e doveri, e promuovere lo sviluppo economico non in ragione dei guadagni di pochi, ma della dignità di ciascun lavoratore.

Ritorniamo per l’ultima volta alla dombra – diranno che questo Papa è musicista –.

Essa accomuna il Kazakhstan a diversi Paesi dell’area circostante e contribuisce a diffonderne la cultura nel mondo.

Auspico che, similmente, il nome di questo grande Paese continui a essere sinonimo di armonia e di pace.

Il Kazakhstan si configura quale crocevia di rilevanti snodi geopolitici: esso, dunque, riveste un ruolo fondamentale nell’attenuare le conflittualità.

Qui Giovanni Paolo II venne a seminare speranza subito dopo i tragici attentati del 2001.

Io vi giungo nel corso della folle e tragica guerra originata dall’invasione dell’Ucraina, mentre altri scontri e minacce di conflitti mettono a repentaglio i nostri tempi.

Vengo per amplificare il grido di tanti che implorano la pace, via di sviluppo essenziale per il nostro mondo globalizzato.

E la pace è questo: una via di sviluppo essenziale per il nostro mondo globalizzato.

È dunque sempre più pressante la necessità di allargare l’impegno diplomatico a favore del dialogo e dell’incontro, perché il problema di qualcuno è oggi problema di tutti, e chi al mondo detiene più potere ha più responsabilità nei riguardi degli altri, specialmente dei Paesi messi maggiormente in crisi da logiche conflittuali.

A questo si dovrebbe guardare, non solo agli interessi che ricadono a proprio vantaggio.

È l’ora di evitare l’accentuarsi di rivalità e il rafforzamento di blocchi contrapposti.

Abbiamo bisogno di leader che, a livello internazionale, permettano ai popoli di comprendersi e dialogare, e generino un nuovo “spirito di Helsinki”, la volontà di rafforzare il multilateralismo, di costruire un mondo più stabile e pacifico pensando alle nuove generazioni.

E per fare questo occorre comprensione, pazienza e dialogo con tutti.

Ripeto, con tutti.

Proprio pensando all’impegno globale per la pace, esprimo vivo apprezzamento per la rinuncia agli armamenti nucleari che questo Paese ha intrapreso con decisione; così come per lo sviluppo di politiche energetiche e ambientali incentrate sulla decarbonizzazione e sull’investimento in fonti pulite, che l’Esposizione internazionale di cinque anni fa ha messo in risalto.

Insieme all’attenzione per il dialogo interreligioso, sono semi concreti di speranza piantati nel comune terreno dell’umanità, che sta a noi coltivare per le generazioni a venire; per i giovani, ai cui desideri occorre guardare per intraprendere le scelte di oggi e di domani.

La Santa Sede vi è vicina in questo percorso: subito dopo l’indipendenza del Paese, trent’anni fa, sono state allacciate relazioni diplomatiche e sono lieto di visitare il Paese nell’imminenza di questo anniversario.

Assicuro che i cattolici, presenti in Asia centrale fin da tempi antichi, desiderano continuare a testimoniare lo spirito di apertura e rispettoso dialogo che distingue questa terra.

E lo fanno senza spirito di proselitismo.

Signor Presidente, cari amici, vi ringrazio per l’accoglienza che mi avete riservato e che rivela il vostro ben noto senso di ospitalità, nonché per l’opportunità di trascorrere questi giorni di dialogo fraterno insieme ai leader di molte religioni.

L’Altissimo benedica la vocazione di pace e unità del Kazakhstan, Paese dell’incontro.

A voi, che avete la responsabilità prioritaria del bene comune, e ad ogni suo abitante, esprimo la mia gioia di essere qui e la volontà di accompagnare con la preghiera e la vicinanza ogni sforzo per un futuro prospero e armonioso di questo grande Paese.

Raqmét! [grazie!] Dio benedica il Kazakhstan!

Viaggio Apostolico del Santo Padre in Kazakhstan (13 - 15 Set 2022)
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Martedì, 13 settembre 2022

ROMA – NUR-SULTAN

7:15 Partenza in aereo dall’Aeroporto Internazionale di Roma/Fiumicino per Nur-Sultan
  Incontro del Santo Padre con i giornalisti durante il volo per Nur-Sultan
17:45 Arrivo all'Aeroporto Internazionale di Nur-Sultan
17:45 Accoglienza ufficiale
18:30 Cerimonia di benvenuto presso il Palazzo Presidenziale a Nur-Sultan
18:45 Visita di cortesia al Presidente della Repubblica
19:30 Incontro con le Autorità, con la Società civile e con il Corpo diplomatico presso la "Qazaq Concert Hall"

 

Mercoledì, 14 settembre 2022

NUR-SULTAN

10:00 Preghiera in silenzio dei Leader religiosi
  Apertura e Sessione Plenaria del "VII Congress of Leaders of World and traditional Religions" presso il "Palazzo dell'Indipendenza"
12:00 Incontri privati con alcuni Leader religiosi presso il "Palazzo dell'Indipendenza"
16:45 Santa Messa nel piazzale dell'Expo

 

Giovedì, 15 settembre 2022

NUR-SULTAN – ROMA

9:00 Incontro privato con i membri della Compagnia di Gesù presso la Nunziatura Apostolica
10:30 Incontro con i Vescovi, i Sacerdoti, i Diaconi, i Consacrati, i Seminaristi e gli Operatori Pastorali presso la Cattedrale Madre di Dio del Perpetuo Soccorso
15:00 Lettura della Dichiarazione finale e conclusione del Congresso presso il "Palazzo dell'Indipendenza"
16:15 Cerimonia di congedo presso l'Aeroporto Internazionale di Nur-Sultan
16:45 Partenza in aereo dall’Aeroporto Internazionale di Nur-Sultan per Roma
  Conferenza Stampa del Santo Padre durante il volo di ritorno
20:15 Arrivo all'Aeroporto Internazionale di Roma/Fiumicino

 

Fuso orario
   
Roma: +2h UTC
Nur-Sultan: +6h UTC

 

Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede2 agosto 2022

Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 9 settembre 2022

Incontro del Santo Padre con i giornalisti durante il volo diretto in Canada
Incontro del Santo Padre con i giornalisti durante il volo 
Incontro del Santo Padre con i giornalisti durante il volo 

Ai Partecipanti all'Assemblea pubblica di Confindustria (12 Set 2022)
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Cari imprenditori e imprenditrici, buongiorno e benvenuti!

Ringrazio il Presidente per il saluto e l’introduzione.

Sono lieto di potervi incontrare e, tramite voi, rivolgermi al mondo degli imprenditori, che sono una componente essenziale per costruire il bene comune, sono un motore primario di sviluppo e di prosperità.

Questo tempo non è un tempo facile, per voi e per tutti.

Anche il mondo dell’impresa sta soffrendo molto.

La pandemia ha messo a dura prova tante attività produttive, tutto il sistema economico è stato ferito.

E ora si è aggiunta la guerra in Ucraina con la crisi energetica che ne sta derivando.

In queste crisi soffre anche il buon imprenditore, che ha la responsabilità della sua azienda, dei posti di lavoro, che sente su di sé le incertezze e i rischi.

Nel mercato ci sono imprenditori “mercenari” e imprenditori simili al buon pastore (cfr Gv 10,11-18), che soffrono le stesse sofferenze dei loro lavoratori, che non fuggono davanti ai molti lupi che girano attorno.

La gente sa riconoscere i buoni imprenditori.

Lo abbiamo visto anche recentemente, alla morte di Alberto Balocco: tutta la comunità aziendale e civile era addolorata e ha manifestato stima e riconoscenza.

La Chiesa, fin dagli inizi, ha accolto nel suo seno anche mercanti, precursori dei moderni imprenditori.

Nella Bibbia e nei Vangeli si parla di lavoro, di commercio, e tra le parabole ci sono quelle che parlano di monete, di proprietari terrieri, di amministratori, di perle preziose acquistate.

Il padre misericordioso nel Vangelo di Luca (cfr 15,11-32) ci viene mostrato come un uomo benestante, un proprietario terriero.

Il buon samaritano (cfr Lc 10,30-35) poteva essere un mercante: è lui che si prende cura dell’uomo derubato e ferito, e poi lo affida a un altro imprenditore, un albergatore.

I “due denari” che il samaritano anticipa all’albergatore sono molto importanti: nel Vangelo non ci sono soltanto i trenta denari di Giuda; non solo quelli.

In effetti, lo stesso denaro può essere usato, ieri come oggi, per tradire e vendere un amico o per salvare una vittima.

Lo vediamo tutti i giorni, quando i denari di Giuda e quelli del buon samaritano convivono negli stessi mercati, nelle stesse borse valori, nelle stesse piazze.

L’economia cresce e diventa umana quando i denari dei samaritani diventano più numerosi di quelli di Giuda.

Ma la vita degli imprenditori nella Chiesa non è stata sempre facile.

Le parole dure che Gesù usa nei confronti dei ricchi e delle ricchezze, quelle sul cammello e la cruna dell’ago (cfr Mt 19,23-24), sono state a volte estese troppo velocemente ad ogni imprenditore e ad ogni mercante, assimilati a quei venditori che Gesù scacciò dal tempio (cfr Mt 21,12-13).

In realtà, si può essere mercante, imprenditore, ed essere seguace di Cristo, abitante del suo Regno.

La domanda allora diventa: quali sono le condizioni perché un imprenditore possa entrare nel Regno dei cieli? E mi permetto di indicarne alcune.

Non è facile…

La prima è la condivisione.

La ricchezza, da una parte, aiuta molto nella vita; ma è anche vero che spesso la complica: non solo perché può diventare un idolo e un padrone spietato che si prende giorno dopo giorno tutta la vita.

La complica anche perché la ricchezza chiama a responsabilità: una volta che possiedo dei beni, su di me grava la responsabilità di farli fruttare, di non disperderli, di usarli per il bene comune.

Poi la ricchezza crea attorno a sé invidia, maldicenza, non di rado violenza e cattiveria.

Gesù ci dice che è molto difficile per un ricco entrare nel Regno di Dio.

Difficile, si, ma non impossibile (cfr Mt 19,26).

E infatti sappiamo di persone benestanti che facevano parte della prima comunità di Gesù, ad esempio Zaccheo di Gerico, Giuseppe di Arimatea, o alcune donne che sostenevano gli apostoli con i loro beni.

Nelle prime comunità esistevano donne e uomini non poveri; e nella Chiesa ci sono sempre state persone benestanti che hanno seguito il Vangelo in modo esemplare: tra questi anche imprenditori, banchieri, economisti, come ad esempio i Beati Giuseppe Toniolo e Giuseppe Tovini.

Per entrare nel Regno dei cieli, non a tutti è chiesto di spogliarsi come il mercante Francesco d’Assisi; ad alcuni che possiedono ricchezze è chiesto di condividerle.

La condivisione è un altro nome della povertà evangelica.

E infatti l’altra grande immagine economica che troviamo nel Nuovo Testamento è la comunione dei beni narrata dagli Atti degli Apostoli: «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola […], fra loro tutto era comune […].

Nessuno tra loro era bisognoso» (4,32-34).

Come vivere oggi questo spirito evangelico di condivisione? Le forme sono diverse, e ogni imprenditore può trovare la propria, secondo la sua personalità e la sua creatività.

Una forma di condivisione è la filantropia, cioè donare alla comunità, in vari modi.

E qui voglio ringraziarvi per il vostro sostegno concreto al popolo ucraino, specialmente ai bambini sfollati, perché possano andare a scuola; grazie! Ma molto importante è quella modalità che nel mondo moderno e nelle democrazie sono le tasse e le imposte, una forma di condivisione spesso non capita.

Il patto fiscale è il cuore del patto sociale.

Le tasse sono anche una forma di condivisione della ricchezza, così che essa diventa beni comuni, beni pubblici: scuola, sanità, diritti, cura, scienza, cultura, patrimonio.

Certo, le tasse devono essere giuste, eque, fissate in base alla capacità contributiva di ciascuno, come recita la Costituzione italiana (cfr art.

53).

Il sistema e l’amministrazione fiscale devono essere efficienti e non corrotti.

Ma non bisogna considerare le tasse come un’usurpazione.

Esse sono un’alta forma di condivisione di beni, sono il cuore del patto sociale.

Un’altra via di condivisione è la creazione di lavoro, lavoro per tutti, in particolare per i giovani.

I giovani hanno bisogno della vostra fiducia, e voi avete bisogno dei giovani, perché le imprese senza giovani perdono innovazione, energia, entusiasmo.

Da sempre il lavoro è una forma di comunione di ricchezza: assumendo persone voi state già distribuendo i vostri beni, state già creando ricchezza condivisa.

Ogni nuovo posto di lavoro creato è una fetta di ricchezza condivisa in modo dinamico.

Sta anche qui la centralità del lavoro nell’economia e la sua grande dignità.

Oggi la tecnica rischia di farci dimenticare questa grande verità, ma se il nuovo capitalismo creerà ricchezza senza più creare lavoro, va in crisi questa grande funzione buona della ricchezza.

E parlando dei giovani: io, quando incontro i governanti, in tanti mi dicono: “Il problema del mio Paese è che i giovani vanno fuori, perché non hanno possibilità”.

Creare il lavoro è una sfida e alcuni Paesi sono in crisi per questa mancanza.

Io vi chiedo questo favore: che qui, in questo Paese, grazie alla vostra iniziativa, al vostro coraggio, ci siano posti di lavoro, si creino soprattutto per i giovani.

Tuttavia, il problema del lavoro non può risolversi se resta ancorato nei confini del solo mercato del lavoro: è il modello di ordine sociale da mettere in discussione.

Quale modello di ordine sociale? E qui si tocca la questione della denatalità.

La denatalità, combinata con il rapido invecchiamento della popolazione, sta aggravando la situazione per gli imprenditori, ma anche per l’economia in generale: diminuisce l’offerta dei lavoratori e aumenta la spesa pensionistica a carico della finanza pubblica.

È urgente sostenere nei fatti le famiglie e la natalità.

Su questo dobbiamo lavorare, per uscire il più presto possibile dall’inverno demografico nel quale vive l’Italia e anche altri Paesi.

È un brutto inverno demografico, che va contro di noi e ci impedisce questa capacità di crescere.

Oggi fare i figli è una questione, io direi, patriottica, anche per portare il Paese avanti.

Sempre a proposito della natalità: alle volte, una donna che è impiegata qui o lavora là, ha paura a rimanere incinta, perché c’è una realtà - non dico tra voi - ma c’è una realtà che appena si incomincia a vedere la pancia, la cacciano via.

“No, no, tu non puoi rimanere incinta”.

Per favore, questo è un problema delle donne lavoratrici: studiatelo, vedete come fare affinché una donna incinta possa andare avanti, sia con il figlio che aspetta e sia con il lavoro.

E sempre a proposito di lavoro, c’è un altro tema da evidenziare.

L’Italia ha una forte vocazione comunitaria e territoriale: il lavoro è stato sempre considerato all’interno di un patto sociale più ampio, dove l’impresa è parte integrante della comunità.

Il territorio vive dell’impresa e l’impresa trae linfa dalle risorse di prossimità, contribuendo in modo sostanziale al benessere dei luoghi in cui è collocata.

A questo proposito, va sottolineato il ruolo positivo che giocano le aziende sulla realtà dell’immigrazione, favorendo l’integrazione costruttiva e valorizzando capacità indispensabili per la sopravvivenza dell’impresa nell’attuale contesto.

Nello stesso tempo occorre ribadire con forza il “no” ad ogni forma di sfruttamento delle persone e di negligenza nella loro sicurezza.

Il problema dei migranti: il migrante va accolto, accompagnato, sostenuto e integrato, e il modo di integrarlo è il lavoro.

Ma se il migrante è respinto o semplicemente usato come un bracciante senza diritti, ciò è un’ingiustizia grande e anche fa male al proprio Paese.

Mi piace anche ricordare che l’imprenditore stesso è un lavoratore.

E questo è bello eh! Non vive di rendita; il vero imprenditore vive di lavoro, vive lavorando, e resta imprenditore finché lavora.

Il buon imprenditore conosce i lavoratori perché conosce il lavoro.

Molti di voi sono imprenditori artigiani, che condividono la stessa fatica e bellezza quotidiana dei dipendenti.

Una delle gravi crisi del nostro tempo è la perdita di contatto degli imprenditori col lavoro: crescendo, diventando grandi, la vita trascorre in uffici, riunioni, viaggi, convegni, e non si frequentano più le officine e le fabbriche.

Si dimentica “l’odore” del lavoro.

È brutto.

È come succede a noi preti e vescovi, quando dimentichiamo l’odore delle pecore, non siamo più pastori, siamo funzionari.

Si dimentica l’odore del lavoro, non si riconoscono più i prodotti ad occhi chiusi toccandoli; e quando un imprenditore non tocca più i suoi prodotti, perde contatto con la vita della sua impresa, e spesso inizia anche il suo declino economico.

Il contatto, la vicinanza, che è lo stile di Dio: essere vicino.

Creare lavoro poi genera una certa uguaglianza nelle vostre imprese e nella società.

È vero che nelle imprese esiste la gerarchia, è vero che esistono funzioni e salari diversi, ma i salari non devono essere troppo diversi.

Oggi la quota di valore che va al lavoro è troppo piccola, soprattutto se la confrontiamo con quella che va alle rendite finanziarie e agli stipendi dei top manager.

Se la forbice tra gli stipendi più alti e quelli più bassi diventa troppo larga, si ammala la comunità aziendale, e presto si ammala la società.

Adriano Olivetti, un vostro grande collega del secolo scorso, aveva stabilito un limite alla distanza tra gli stipendi più alti e quelli più bassi, perché sapeva che quando i salari e gli stipendi sono troppo diversi si perde nella comunità aziendale il senso di appartenenza a un destino comune, non si crea empatia e solidarietà tra tutti; e così, di fronte a una crisi, la comunità di lavoro non risponde come potrebbe rispondere, con gravi conseguenze per tutti.

Il valore che voi create dipende da tutti e da ciascuno: dipende anche dalla vostra creatività, dal talento e dall’innovazione, dipende anche dalla cooperazione di tutti, dal lavoro quotidiano di tutti.

Perché se è vero che ogni lavoratore dipende dai suoi imprenditori e dirigenti, è anche vero che l’imprenditore dipende dai suoi lavoratori, dalla loro creatività, dal loro cuore e dalla loro anima: possiamo dire che dipende dal loro “capitale” spirituale, dei lavoratori.

Cari amici, le grandi sfide della nostra società non si potranno vincere senza buoni imprenditori, e questo è vero.

Vi incoraggio a sentire l’urgenza del nostro tempo, ad essere protagonisti di questo cambiamento d’epoca.

Con la vostra creatività e innovazione potete dar vita a un sistema economico diverso, dove la salvaguardia dell’ambiente sia un obiettivo diretto e immediato della vostra azione economica.

Senza nuovi imprenditori la terra non reggerà l’impatto del capitalismo, e lasceremo alle prossime generazioni un pianeta troppo ferito, forse invivibile.

Quanto fatto finora non basta: per favore aiutiamoci insieme a fare di più.

E vi ringrazio di essere venuti e vi auguro ogni bene per voi e per il vostro lavoro.

Di cuore vi benedico insieme alle vostre famiglie.

E per favore, vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me.

Grazie!

XXXVII Giornata Mondiale della Gioventù, 2022-2023: «Maria si alzò e andò in fretta» (Lc 1,39)
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«Maria si alzò e andò in fretta» (Lc 1,39)
 

Carissimi giovani!

Il tema della GMG di Panamá era: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

Dopo quell’evento abbiamo ripreso la strada verso una nuova meta – Lisbona 2023 – lasciando echeggiare nei nostri cuori l’invito pressante di Dio ad alzarci.

Nel 2020 abbiamo meditato sulla parola di Gesù: «Giovane, dico a te, alzati!» (Lc 7,14).

L’anno scorso ci ha ispirato la figura di San Paolo apostolo, a cui il Signore Risorto disse: «Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto» (cfr At 26,16).

Nel tratto che ancora ci manca per giungere a Lisbona cammineremo insieme alla Vergine di Nazaret che, subito dopo l’annunciazione, «si alzò e andò in fretta» (Lc 1,39) per andare ad aiutare la cugina Elisabetta.

Il verbo comune ai tre temi è alzarsi, espressione che – è bene ricordare – assume anche il significato di “risorgere”, “risvegliarsi alla vita”.

In questi ultimi tempi così difficili, in cui l’umanità, già provata dal trauma della pandemia, è straziata dal dramma della guerra, Maria riapre per tutti e in particolare per voi, giovani come lei, la via della prossimità e dell’incontro.

Spero, e credo fortemente, che l’esperienza che molti di voi vivranno a Lisbona nell’agosto dell’anno prossimo rappresenterà un nuovo inizio per voi giovani e – con voi – per l’umanità intera.

Maria si alzò

Maria, dopo l’annunciazione, avrebbe potuto concentrarsi su sé stessa, sulle preoccupazioni e i timori dovuti alle sua nuova condizione.

Invece no, lei si fida totalmente di Dio.

Pensa piuttosto a Elisabetta.

Si alza ed esce alla luce del sole, dove c'è vita e movimento.

Malgrado l’annuncio sconvolgente dell’angelo abbia provocato un “terremoto” nei suoi piani, la giovane non si lascia paralizzare, perché dentro di lei c’è Gesù, potenza di risurrezione.

Dentro di sé porta già l’Agnello Immolato ma sempre vivo.

Si alza e si mette in movimento, perché è certa che i piani di Dio siano il miglior progetto possibile per la sua vita.

Maria diventa tempio di Dio, immagine della Chiesa in cammino, la Chiesa che esce e si mette al servizio, la Chiesa portatrice della Buona Novella!

Sperimentare la presenza di Cristo risorto nella propria vita, incontrarlo “vivo”, è la gioia spirituale più grande, un’esplosione di luce che non può lasciare “fermo” nessuno.

Mette subito in movimento e spinge a portare agli altri questa notizia, a testimoniare la gioia di questo incontro.

È ciò che anima la fretta dei primi discepoli nei giorni successivi alla risurrezione: «Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annuncio ai suoi discepoli» (Mt 28,8).

I racconti della risurrezione usano spesso due verbi: svegliare e alzarsi.

Con essi il Signore ci spinge a uscire verso la luce, a lasciarci condurre da Lui per oltrepassare la soglia di tutte le nostre porte chiuse.

«È un’immagine significativa per la Chiesa.

Anche noi, come discepoli del Signore e come Comunità cristiana siamo chiamati ad alzarci in fretta per entrare nel dinamismo della risurrezione e per lasciarci condurre dal Signore sulle strade che Egli vuole indicarci» (Omelia nella Solennità del Santi Pietro e Paolo, 29 giugno 2022).

La Madre del Signore è modello dei giovani in movimento, non immobili davanti allo specchio a contemplare la propria immagine o “intrappolati” nelle reti.

Lei è tutta proiettata verso l’esterno.

È la donna pasquale, in uno stato permanente di esodo, di uscita da sé verso il grande Altro che è Dio e verso gli altri, i fratelli e le sorelle, soprattutto quelli più bisognosi, come era la cugina Elisabetta.

…e andò in fretta

Sant’Ambrogio di Milano, nel suo commento al Vangelo di Luca, scrive che Maria si avviò in fretta verso la montagna «perché era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall’intima gioia.

Dove ormai, ricolma di Dio, poteva affrettarsi ad andare se non verso l’alto? La grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze».

La fretta di Maria è perciò la premura del servizio, dell’annuncio gioioso, della risposta pronta alla grazia dello Spirito Santo.

Maria si è lasciata interpellare dal bisogno della sua anziana cugina.

Non si è tirata indietro, non è rimasta indifferente.

Ha pensato più agli altri che a sé stessa.

E questo ha conferito dinamismo ed entusiasmo alla sua vita.

Ognuno di voi può chiedersi: come reagisco di fronte alle necessità che vedo intorno a me? Penso subito a una giustificazione per disimpegnarmi, oppure mi interesso e mi rendo disponibile? Certo, non potete risolvere tutti i problemi del mondo.

Ma magari potete iniziare da quelli di chi vi sta più vicino, dalle questioni del vostro territorio.

Una volta hanno detto a Madre Teresa: “Quello che lei fa è solo una goccia nell’oceano”.

E lei ha risposto: “Ma se non lo facessi, l’oceano avrebbe una goccia in meno”.

Davanti a un bisogno concreto e urgente, bisogna agire in fretta.

Quante persone nel mondo attendono una visita di qualcuno che si prenda cura di loro! Quanti anziani, malati, carcerati, rifugiati hanno bisogno del nostro sguardo compassionevole, della nostra visita, di un fratello o una sorella che oltrepassi le barriere dell’indifferenza!

Quali “frette” vi muovono, cari giovani? Che cosa vi fa sentire l’impellenza di muovervi, tanto da non riuscire a stare fermi? Tanti – colpiti da realtà come la pandemia, la guerra, la migrazione forzata, la povertà, la violenza, le calamità climatiche – si pongono la domanda: perché mi accade questo? Perché proprio a me? Perché adesso? E allora la domanda centrale della nostra esistenza è: per chi sono io? (cfr Esort.

ap.

postsin.

Christus vivit, 286).

La fretta della giovane donna di Nazaret è quella propria di coloro che hanno ricevuto doni straordinari del Signore e non possono fare a meno di condividere, di far traboccare l’immensa grazia che hanno sperimentato.

È la fretta di chi sa porre i bisogni dell’altro al di sopra dei propri.

Maria è esempio di giovane che non perde tempo a cercare l’attenzione o il consenso degli altri – come accade quando dipendiamo dai “mi piace” sui social media –, ma si muove per cercare la connessione più genuina, quella che viene dall’incontro, dalla condivisione, dall’amore e dal servizio.

Dall’annunciazione in poi, da quando per la prima volta è partita per andare a visitare sua cugina, Maria non cessa di attraversare spazi e tempi per visitare i suoi figli bisognosi del suo aiuto premuroso.

Il nostro camminare, se abitato da Dio, ci porta dritti al cuore di ogni nostro fratello e sorella. Quante testimonianze ci arrivano da persone “visitate” da Maria, Madre di Gesù e Madre nostra! In quanti luoghi sperduti della terra, lungo i secoli – con apparizioni o grazie speciali – Maria ha visitato il suo popolo! Non esiste praticamente un luogo su questa terra che non sia stato visitato da Lei.

La madre di Dio cammina in mezzo al suo popolo, mossa da una tenerezza premurosa, e si fa carico delle ansie e delle vicissitudini. E dovunque ci sia un santuario, una chiesa, una cappella dedicata a lei, i suoi figli accorrono numerosi.

Quante espressioni di pietà popolare! I pellegrinaggi, le feste, le suppliche, l’accoglienza delle immagini nelle case e tante altre sono esempi concreti della relazione viva tra la Madre del Signore e il suo popolo, che si visitano a vicenda!

La fretta buona ci spinge sempre verso l’alto e verso l’altro

La fretta buona ci spinge sempre verso l’alto e verso l’altro.

C’è invece la fretta non buona, come per esempio quella che ci porta a vivere superficialmente, a prendere tutto alla leggera, senza impegno né attenzione, senza partecipare veramente alle cose che facciamo; la fretta di quando viviamo, studiamo, lavoriamo, frequentiamo gli altri senza metterci la testa e tanto meno il cuore.

Può succedere nelle relazioni interpersonali: in famiglia, quando non ascoltiamo mai veramente gli altri e non dedichiamo loro tempo; nelle amicizie, quando ci aspettiamo che un amico ci faccia divertire e risponda alle nostre esigenze, ma subito lo evitiamo e andiamo da un altro se vediamo che è in crisi e ha bisogno di noi; e anche nelle relazioni affettive, tra fidanzati, pochi hanno la pazienza di conoscersi e capirsi a fondo.

Questo stesso atteggiamento possiamo averlo a scuola, nel lavoro e in altri ambiti della vita quotidiana.

Ebbene, tutte queste cose vissute di fretta difficilmente porteranno frutto.

C’è il rischio che rimangano sterili.

Così si legge nel libro dei Proverbi: «I progetti di chi è diligente si risolvono in profitto, ma chi ha troppa fretta – la fretta cattiva – va verso l’indigenza» (21,5).

Quando Maria finalmente arriva a casa di Zaccaria ed Elisabetta, avviene un incontro meraviglioso! Elisabetta ha sperimentato su di sé un prodigioso intervento di Dio, che le ha dato un figlio nella terza età.

Avrebbe tutte le ragioni per parlare prima di sé stessa, ma non è piena di sé ma protesa ad accogliere la giovane cugina e il frutto del suo grembo.

Appena sente il suo saluto, Elisabetta è colmata di Spirito Santo.

Queste sorprese e irruzioni dello Spirito avvengono quando viviamo una vera ospitalità, quando al centro mettiamo l’ospite, non noi stessi.

È quanto vediamo anche nella storia di Zaccheo.

In Luca 19,6 leggiamo: «Quando giunse sul luogo [dove si trovava Zaccheo], Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia».

A molti di noi è capitato che, inaspettatamente, Gesù ci sia venuto incontro: per la prima volta, in Lui abbiamo sperimentiamo una vicinanza, un rispetto, un’assenza di pregiudizi e di condanne, uno sguardo di misericordia che non avevamo mai incontrato negli altri.

Non solo, abbiamo anche sentito che a Gesù non bastava guardarci da lontano, ma voleva stare con noi, voleva condividere la sua vita con noi.

La gioia di questa esperienza ha suscitato in noi la fretta di accoglierlo, l’urgenza di stare con Lui e conoscerlo meglio.

Elisabetta e Zaccaria hanno ospitato Maria e Gesù! Impariamo da questi due anziani il significato dell’ospitalità! Chiedete ai vostri genitori e ai vostri nonni, e anche ai membri più anziani delle vostre comunità, cosa vuol dire per loro essere ospitali verso Dio e verso gli altri.

Vi farà bene ascoltare l’esperienza di chi vi ha preceduto.

Cari giovani, è tempo di ripartire in fretta verso incontri concreti, verso una reale accoglienza di chi è diverso da noi, come accadde tra la giovane Maria e l’anziana Elisabetta.

Solo così supereremo le distanze – tra generazioni, tra classi sociali, tra etnie, tra gruppi e categorie di ogni genere – e anche le guerre.

I giovani sono sempre speranza di una nuova unità per l’umanità frammentata e divisa.

Ma solo se hanno memoria, solo se ascoltano i drammi e i sogni degli anziani.

«Non è casuale che la guerra sia tornata in Europa nel momento in cui la generazione che l’ha vissuta nel secolo scorso sta scomparendo» (Messaggio per la II Giornata Mondiale dei nonni e degli anziani).

C’è bisogno dell’alleanza tra giovani e anziani, per non dimenticare le lezioni della storia, per superare le polarizzazioni e gli estremismi di questo tempo.

Scrivendo agli Efesini, San Paolo annunciava: «In Cristo Gesù, voi, che un tempo eravate lontani, siete divenuti vicini, grazie al sangue di Cristo.

Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne» (2,13-14).

Gesù è la risposta di Dio di fronte alle sfide dell’umanità in ogni tempo.

E questa risposta, Maria la porta dentro di sé quando va incontro a Elisabetta.

Il più grande regalo che Maria fa all’anziana parente è quello di portarle Gesù.

Sicuramente anche l’aiuto concreto è preziosissimo.

Ma nulla avrebbe potuto riempire la casa di Zaccaria di una gioia tanto grande e di un senso così pieno come la presenza di Gesù nel grembo della Vergine, diventata tabernacolo del Dio vivo.

In quella regione montuosa Gesù, con la sua sola presenza, senza dire una parola pronuncia il suo primo “discorso della montagna”: proclama in silenzio la beatitudine dei piccoli e degli umili che si affidano alla misericordia di Dio.

Il mio messaggio per voi giovani, il grande messaggio di cui è portatrice la Chiesa è Gesù! Sì, Lui stesso, il suo amore infinito per ognuno di noi, la sua salvezza e la vita nuova che ci ha dato.

E Maria è il modello di come accogliere questo immenso dono nella nostra vita e comunicarlo agli altri, facendoci a nostra volta portatori di Cristo, portatori del suo amore compassionevole, del suo servizio generoso all’umanità che soffre.

Tutti insieme a Lisbona!

Maria era una ragazza come molti di voi.

Era una di noi.

Così scriveva di lei il vescovo Tonino Bello: «Santa Maria, […] sappiamo bene che sei stata destinata a navigazioni di alto mare.

Ma se ti costringiamo a veleggiare sotto costa, non è perché vogliamo ridurti ai livelli del nostro piccolo cabotaggio.

È perché, vedendoti così vicina alle spiagge del nostro scoraggiamento, ci possa afferrare la coscienza di essere chiamati pure noi ad avventurarci, come te, negli oceani della libertà» (Maria donna dei nostri giorni, San Paolo, Cinisello Balsamo 2012, 12-13).

Dal Portogallo, come ricordavo nel primo Messaggio di questa trilogia, nei secoli XV e XVI moltissimi giovani – tra cui tanti missionari – sono partiti verso mondi sconosciuti, anche per condividere la loro esperienza di Gesù con altri popoli e nazioni (cfr Messaggio GMG 2020).

E a questa terra, all’inizio del XX secolo, Maria ha voluto rendere una visita speciale, quando da Fatima ha lanciato a tutte le generazioni il messaggio potente e stupendo dell’amore di Dio che chiama alla conversione, alla vera libertà.

A ciascuno e ciascuna di voi rinnovo il mio caloroso invito a partecipare al grande pellegrinaggio intercontinentale di giovani che culminerà nella GMG di Lisbona nell’agosto dell’anno prossimo; e vi ricordo che il prossimo 20 novembre, Solennità di Cristo Re, celebreremo la Giornata Mondiale della Gioventù nelle Chiese particolari sparse in tutto il mondo.

A questo proposito, il recente documento del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita – Orientamenti pastorali per la celebrazione della GMG nelle Chiese particolari – può essere di grande aiuto per tutte le persone che operano nella pastorale giovanile.

Cari giovani, sogno che alla GMG possiate sperimentare nuovamente la gioia dell’incontro con Dio e con i fratelli e le sorelle.

Dopo lunghi periodi di lontananza e isolamento, a Lisbona – con l’aiuto di Dio – ritroveremo insieme la gioia dell’abbraccio fraterno tra i popoli e tra le generazioni, l’abbraccio della riconciliazione e della pace, l’abbraccio di una nuova fraternità missionaria! Possa lo Spirito Santo accendere nei vostri cuori il desiderio di alzarvi e la gioia di camminare tutti insieme, in stile sinodale, abbandonando le false frontiere.

Il tempo di alzarci è adesso! Alziamoci in fretta! E come Maria portiamo Gesù dentro di noi per comunicarlo a tutti! In questo bellissimo periodo della vostra vita, andate avanti, non rimandate ciò che lo Spirito può compiere in voi! Di cuore benedico i vostri sogni e i vostri passi.

Roma, San Giovanni in Laterano, 15 agosto 2022, Solennità dell’Assunzione della B.V.

Maria 
 

FRANCESCO

Ai Membri della Società degli Studenti Svizzeri (12 Set 2022)
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Cari amici, buongiorno e benvenuti!

Ringrazio il Presidente per le sue gentili parole.

Voi fate parte della più grande associazione di studenti della Svizzera, che riunisce persone di diverse generazioni – questo è molto positivo, l’incontro e il dialogo tra le generazioni – e anche con differenti percorsi di studio.

Anche questo è importante: non siete una corporazione, ciò che vi accomuna è il fatto di essere o di essere stati studenti.

Perciò vorrei prima di tutto, insieme a voi, rendere grazie a Dio per questa opportunità che vi ha donato.

Non è una cosa da dare per scontata! Sappiamo bene che nel mondo ci sono tante persone che non hanno accesso all’istruzione; e altre – specialmente donne – che devono limitarsi solo a livelli inferiori o a certi tipi di studi; e altre ancora che invece sono obbligate a ricevere un’istruzione forzata.

Dunque, ringraziamo Dio di aver potuto studiare e di averlo potuto fare in maniera libera.

Pertanto vorrei farvi una proposta: che la vostra Associazione possa farsi carico di qualche situazione concreta per favorire la realizzazione del diritto allo studio.

Forse questo è un obiettivo che già fa parte delle vostre attività.

In tal caso mi congratulo con voi e vi incoraggio a perseguirlo con impegno rinnovato.

Cari amici, quest’anno voi festeggiate il 75° anniversario della canonizzazione di San Nicola di Flüe, il Patrono della Svizzera e anche della vostra Associazione.

E questa circostanza vi ha spinto a venire in pellegrinaggio a Roma.

Mi piace notare che c’è una bella analogia tra l’essere studenti e l’essere pellegrini.

Studiare è un cammino.

E la vostra associazione ci ricorda che studenti, in un certo senso ampio, lo si è per tutta la vita.

Uno studio specifico, naturalmente, può e deve avere tempi e oggetti determinati, ben delimitati, per non arrivare ad essere studenti eterni, che mai lasciano l’università.

Ma lo studio come atteggiamento umano può essere coltivato sempre.

Anzi, tanto più è nobile e piacevole quanto più è libero, gratuito, non soggetto a fini di utilità.

In questo senso essere studente significa avere voglia di imparare, di sapere, non considerarsi già arrivati.

Essere in cammino.

Avere lo spirito del discepolo, sempre, ad ogni età.

Questo mi fa pensare a una bella considerazione di Romano Guardini, che dice così: «Dobbiamo sempre presupporre una cosa: il mistero della nascita… Tutto ciò che si definisce educazione, significa soltanto servire, aiutare, liberare, rimanendo all’interno di questo mistero». Educare è accompagnare un uomo, una donna nella sua “nascita” come persona, nel suo “venire al mondo”, nel suo “venire alla luce”.

Gesù Cristo è il più grande educatore della storia: con l’amore del Padre e l’azione dello Spirito Santo ci fa nascere “dall’alto”, come disse a Nicodemo (cfr Gv 3,3).

Fa uscire l’uomo nuovo dall’involucro dell’uomo vecchio.

Ci libera dalla schiavitù dell’io e ci apre alla pienezza di vita in comunione con Dio, con gli altri, con le creature, e anche con noi stessi.

Perché – come ci dimostra bene Agostino nelle sue Confessioni – non siamo in pace con noi stessi finché non ci arrendiamo all’amore di Dio in Cristo Gesù.

Questo amore che ci perseguita, che è sempre inquietante e pacifico al tempo stesso.

E qui, cari amici, non posso non porvi una domanda: voi che siete studenti, e lo siete, diciamo così, per statuto, siete anche “studenti” della Parola di Dio? Dedicate un po’ del vostro tempo a leggere la Bibbia, i Vangeli? Se, come dicevo, siete persone in cammino, in ricerca, vi sentite anche cercatori di Dio? Quello lo dai per scontato… Vi sentite discepoli di Gesù, desiderosi cioè di ascoltarlo, di porgli delle domande, di meditare sulle sue parole e sui suoi gesti?…

Questo, mi pare, significa essere pellegrini: non accontentarsi di “vivacchiare”, ma voler vivere.

E Gesù è Colui che il Padre ha mandato a donarci la vita «in abbondanza» (Gv 10,10).

Solo Lui può farci nascere alla vita eterna, perché ha «parole di vita eterna» (Gv 6,68).

Lui ci conosce meglio di noi stessi, perché è più intimo a noi di noi stessi (cfr Agostino, Conf.

3, 6, 11).

Pensate a Gesù, leggete i Vangeli, così che Gesù possa entrare nella vostra memoria come riferimento e nei vostri cuori, perché Lui bussa al cuore di ognuno di noi.

Vi ringrazio di essere venuti ed auguro ogni bene per la vostra associazione.

San Nicola di Flüe interceda perché possiate sempre essere cercatori appassionati del vero, del bene e del bello.

Di cuore benedico voi e le vostre famiglie.

E per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Grazie.

Angelus, 11 Set 2022
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo della Liturgia odierna ci presenta le tre parabole della misericordia (cfr Lc 15,4-32); si chiamano così perché fanno vedere il cuore misericordioso di Dio.

Gesù le racconta per rispondere alle mormorazioni dei farisei e degli scribi, che dicono: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro» (v.

2).

Si scandalizzavano perché Gesù era tra i peccatori.

Se per loro questo è religiosamente scandaloso, Gesù, accogliendo i peccatori e mangiando con loro, ci rivela che Dio è proprio così: Dio non esclude nessuno, tutti desidera al suo banchetto, perché tutti ama come figli, tutti, nessuno escluso, tutti.

Le tre parabole, allora, riassumono il cuore del Vangelo: Dio è Padre e ci viene a cercare ogni volta che siamo perduti.

Infatti i protagonisti delle parabole, che rappresentano Dio, sono un pastore che cerca la pecorella smarrita, una donna che ritrova la moneta perduta e il padre del figlio prodigo.

Fermiamoci su un aspetto comune a questi tre protagonisti.

Tutti e tre, in fondo, hanno un aspetto comune, che potremmo definire così: l’inquietudine per la mancanza – che ti manca la pecorella, che ti manca la moneta, che ti manca il figlio –; l’inquietudine della mancanza, tutti e tre in queste parabole sono inquieti perché manca loro qualcosa.

Tutti e tre, in fondo, se facessero un po’ di calcoli, potrebbero starsene tranquilli: al pastore manca una pecora, ma ne ha altre novantanove – “Che si perda…” –; alla donna una moneta, ma ne ha altre nove; e anche il Padre ha un altro figlio, ubbidente, a cui dedicarsi: perché pensare a questo che se ne è andato a fare una vita licenziosa? Invece, nel loro cuore – del pastore, della donna e del padre – c’è l’inquietudine per quello che manca: la pecora, la moneta, il figlio che è andato via.

Chi ama si preoccupa di chi manca, ha nostalgia di chi è assente, cerca chi è smarrito, attende chi si è allontanato.

Perché vuole che nessuno vada perduto.

Fratelli e sorelle, così è Dio: non è “tranquillo” se ci allontaniamo da Lui, è addolorato, freme nell’intimo; e si mette in movimento per venirci a cercare, finché ci riporta tra le sue braccia.

Il Signore non calcola le perdite e i rischi, ha un cuore di padre e di madre, e soffre per la mancanza dei figli amati.

“Ma perché soffre se questo figlio è un disgraziato, se ne è andato?”.

Soffre, soffre.

Dio soffre per la nostra distanza e, quando ci smarriamo, attende il nostro ritorno.

Ricordiamoci: sempre Dio ci aspetta a braccia aperte, qualunque sia la situazione della vita in cui ci siamo perduti.

Come dice un salmo, Egli non prende sonno, sempre veglia su di noi (cfr 121,4-5).

Guardiamo ora a noi stessi e chiediamoci: noi imitiamo il Signore in questo, abbiamo cioè l’inquietudine della mancanza? Abbiamo nostalgia per chi è assente, per chi si è allontanato dalla vita cristiana? Portiamo questa inquietudine interiore, oppure stiamo sereni e indisturbati tra di noi? In altre parole, chi manca nelle nostre comunità, ci manca davvero, o facciamo finta e non ci tocca il cuore? Chi manca nella mia vita manca davvero? Oppure stiamo bene tra di noi, tranquilli e beati nei nostri gruppi – “vado a un gruppo apostolico molto bravo…” –, senza nutrire compassione per chi è lontano? Non si tratta solo di essere “aperti agli altri”, è Vangelo! Il pastore della parabola non ha detto: “Ho già novantanove pecore, chi me lo fa fare di andare a cercare quella perduta a perdere tempo?”.

Invece è andato.

Riflettiamo allora sulle nostre relazioni: io prego per chi non crede, per chi è lontano, per chi è amareggiato? Noi attiriamo i distanti attraverso lo stile di Dio, che è vicinanza, compassione e tenerezza? Il Padre ci chiede di essere attenti ai figli che più gli mancano.

Pensiamo a qualche persona che conosciamo, che sta accanto a noi e che magari non ha mai sentito nessuno che le dica: “Sai? Tu sei importante per Dio”.

“Ma io sono in situazione irregolare, ho fatto questa cosa brutta, quell’altra…” – “Tu sei importante per Dio”, dirlo, “tu non lo cerchi ma Lui ti cerca”.

Lasciamoci inquietare – che siamo uomini e donne dal cuore inquieto – lasciamoci inquietare da questi interrogativi e preghiamo la Madonna, madre che non si stanca mai di cercarci e di prendersi cura di noi suoi figli.

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Dopo l'Angelus

Cari fratelli e sorelle!

Dopodomani partirò per un viaggio di tre giorni in Kazakhstan, dove prenderò parte al Congresso dei Capi delle religioni mondiali e tradizionali.

Sarà un’occasione per incontrare tanti rappresentanti religiosi e dialogare da fratelli, animati dal comune desiderio di pace, pace di cui il nostro mondo è assetato.

Vorrei già da ora rivolgere un cordiale saluto ai partecipanti, così come alle Autorità, alle comunità cristiane e all’intera popolazione di quel vastissimo Paese.

Ringrazio per i preparativi e per il lavoro compiuto in vista della mia visita.

A tutti chiedo di accompagnare con la preghiera questo pellegrinaggio di dialogo e di pace.

Continuiamo a pregare per il popolo ucraino, perché il Signore gli doni conforto e speranza.

In questi giorni il Cardinale Krajewski, Prefetto del Dicastero per il Servizio della Carità, è in Ucraina per visitare varie comunità e testimoniare concretamente la vicinanza del Papa e della Chiesa.

In questo momento di preghiera mi è caro ricordare suor Maria de Coppi, Missionaria Comboniana, uccisa a Chipene, in Mozambico, dove ha servito con amore per quasi sessant’anni.

La sua testimonianza dia forza e coraggio ai cristiani e a tutto il popolo mozambicano.

Desidero rivolgere anche uno speciale saluto al caro popolo dell’Etiopia, che oggi celebra il suo tradizionale Capodanno: assicuro la mia preghiera e auguro ad ogni famiglia e all’intera nazione il dono della pace e della riconciliazione.

E non dimentichiamo di pregare per gli studenti, che domani o dopodomani incominciano le scuole di nuovo.

Ed ora saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi: famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni.

In particolare, saluto i militari della Colombia, il gruppo venuto dalla Costa Rica e la rappresentanza femminile dell’Argentina al Forum Economico Mondiale.

Saluto i ragazzi della professione di fede di Cantù, i fedeli di Musile di Piave, Ponte a Tressa e Vimercate, e i membri del Movimento Nonviolento e i ragazzi dell’Immacolata.

Vi auguro una buona domenica.

Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Buon pranzo e arrivederci!

 

Ai Partecipanti al Congresso Internazionale dei Catechisti (10 Set 2022)
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Cari catechisti e care catechiste, buongiorno!

È per me motivo di gioia incontrarvi, perché conosco molto bene il vostro impegno nella trasmissione della fede.

Come ha detto Mons.

Fisichella – che ringrazio per questo appuntamento –, venite da tanti Paesi diversi e siete il segno della responsabilità della Chiesa nei confronti di tante persone: bambini, giovani e adulti che chiedono di compiere un cammino di fede.

Vi ho salutato tutti come catechisti.

L’ho fatto intenzionalmente.

Vedo in mezzo a voi parecchi vescovi, tanti sacerdoti e persone consacrate: anche loro sono catechisti.

Anzi, direi, sono prima di tutto catechisti, perché il Signore ci chiama tutti a far risuonare il suo Vangelo nel cuore di ogni persona.

Vi confesso che a me piace molto l’appuntamento del mercoledì, quando ogni settimana incontro tante persone che vengono per partecipare alla catechesi.

Questo è un momento privilegiato perché, riflettendo sulla Parola di Dio e la tradizione della Chiesa, noi camminiamo come Popolo di Dio, e siamo anche chiamati a trovare le forme necessarie per testimoniare il Vangelo nella vita quotidiana.

Vi prego: non stancatevi mai di essere catechisti.

Non di “fare la lezione” di catechesi.

La catechesi non può essere come un’ora di scuola, ma è un’esperienza viva della fede che ognuno di noi sente il desiderio di trasmettere alle nuove generazioni.

Certo, dobbiamo trovare le modalità migliori perché la comunicazione della fede sia adeguata all’età e alla preparazione delle persone che ci ascoltano; eppure, è decisivo l’incontro personale che abbiamo con ciascuno di loro.

Solo l’incontro interpersonale apre il cuore a ricevere il primo annuncio e a desiderare di crescere nella vita cristiana con il dinamismo proprio che la catechesi permette di attuare.

Il nuovo Direttorio per la Catechesi, che vi è stato consegnato nei mesi scorsi, vi sarà molto utile per comprendere in quale modo percorrere questo itinerario e come rinnovare la catechesi nelle diocesi e nelle parrocchie.

Non dimenticate mai che lo scopo della catechesi, che è una tappa privilegiata dell’evangelizzazione, è quello di giungere a incontrare Gesù Cristo e permettere che Lui cresca in noi.

E qui entriamo direttamente nello specifico di questo vostro terzo Incontro Internazionale, che ha preso in considerazione la terza parte del Catechismo della Chiesa Cattolica.

C’è un passaggio del Catechismo che mi sembra importante consegnarvi in merito al vostro essere “Testimoni della vita nuova”.

Dice così: «Quando crediamo in Gesù Cristo, comunichiamo ai suoi misteri e osserviamo i suoi comandamenti, il Salvatore stesso viene ad amare in noi il Padre suo e i suoi fratelli, Padre nostro e nostri fratelli.

La sua Persona diventa, grazie allo Spirito, la regola vivente e interiore della nostra condotta» (n.

2074).

Comprendiamo perché Gesù ci ha detto che il suo comandamento è questo: Amatevi gli uni gli altri come io ho amato (cfr Gv 15,12).

Il vero amore è quello che proviene da Dio e che Gesù ha rivelato con il mistero della sua presenza in mezzo a noi, con la sua predicazione, i suoi miracoli e soprattutto con la sua morte e risurrezione.

L’amore di Cristo rimane come il vero e unico comandamento della vita nuova, che il cristiano, con l’aiuto dello Spirito Santo, fa proprio giorno per giorno in un cammino che non conosce sosta.

Cari catechisti e catechiste, voi siete chiamati a rendere visibile e tangibile la persona di Gesù Cristo, che ama ciascuno di voi e per questo diventa regola della nostra vita e criterio di giudizio del nostro agire morale.

Non allontanatevi mai da questa sorgente di amore, perché è la condizione per essere felici e pieni di gioia sempre e nonostante tutto.

Questa è la vita nuova che è scaturita in noi nel giorno del Battesimo e che abbiamo la responsabilità di condividere con tutti, così che possa crescere in ciascuno e portare frutto.

Sono certo che questo cammino condurrà molti tra voi a scoprire pienamente la vocazione di essere catechista, e quindi a chiedere di accedere al ministero di catechista.

Ho istituito questo ministero conoscendo il grande ruolo che esso può svolgere nella comunità cristiana.

Non abbiate timore: se il Signore vi chiama a questo ministero, seguitelo! Sarete partecipi della stessa missione di Gesù di annunciare il suo Vangelo e di introdurre al rapporto filiale con Dio Padre.

E non vorrei finire – lo considero una cosa buona e giusta – senza ricordare i miei catechisti.

C’è una suora che dirigeva il gruppo delle catechiste; a volte insegnava lei, a volte due brave signore, ambedue si chiamavano Alicia, le ricordo sempre.

E questa suora ha messo le fondamenta della mia vita cristiana, preparandomi alla Prima Comunione, nell’anno ’43-’44… Credo che nessuno di voi fosse nato in quel tempo.

Il Signore mi ha fatto anche una grazia molto grande.

Era molto anziana, io ero studente, stavo studiando fuori, in Germania, e finiti gli studi sono tornato in Argentina, e il giorno dopo lei morì.

Io ho potuto accompagnarla quel giorno.

E quando ero lì, pregando davanti alla sua bara, ringraziavo il Signore per la testimonianza di questa suora che ha passato la vita quasi soltanto a fare catechesi, a preparare bambini e ragazzi per la Prima Comunione.

Si chiamava Dolores.

Mi permetto questo per dare testimonianza che, quando c’è un buon catechista, lascia la traccia; non solo la traccia di quello che semina, ma la traccia della persona che ha seminato.

Vi auguro che i vostri ragazzi, i vostri bambini, i vostri adulti, quelli che voi accompagnate nella catechesi, vi ricordino sempre davanti al Signore come una persona che ha seminato cose belle e buone nel cuore.

Vi accompagno tutti con la mia benedizione.

Vi affido all’intercessione della Vergine Maria e dei martiri catechisti: sono tanti – è importante –, anche nei nostri tempi, sono tanti! E vi chiedo per favore di non dimenticarvi di pregare per me.

Grazie!

 

Ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze (10 Set 2022)
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Signor Cardinale, cari Fratelli Vescovi,
illustri Signore e Signori!

Vi do il benvenuto in occasione della Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze.

Ringrazio il Presidente, Prof.

Joachim von Braun, per le sue cortesi parole.

Esprimo la mia gratitudine a Mons.

Marcelo Sánchez Sorondo, che tanto ha lavorato come Cancelliere al servizio di questa Accademia e di quella delle Scienze Sociali.

Il Signore lo ricompensi e lo ricolmi di benedizioni; e noi gli formuliamo i migliori auguri per il suo 80° compleanno e per un felice tempo di pensione! E lasciar governare gli altri.

Avanti, coraggio! E diamo il benvenuto al nuovo Cancelliere, il Cardinale Peter Turkson: grazie per aver accettato, Eminenza!

Il tema della vostra Sessione Plenaria è “Scienza di base per lo sviluppo umano, la pace e la salute planetaria”.

Una prospettiva che tiene presenti le questioni-chiave che l’umanità affronta in questo momento della storia.

In primo luogo, però, vorrei rispondere a una domanda che non pochi si pongono: perché i Papi, a partire dal 1603, hanno voluto avere un’Accademia delle Scienze? Nessun’altra istituzione religiosa che io conosca possiede un’Accademia di questo tipo, e molti leader religiosi si sono interessati per crearne una simile.

Lasciando ad altri le ricostruzioni storiche, mi piace interpretare oggi questa scelta nell’orizzonte dell’amore e della cura per la casa comune in cui Dio ci ha posto a vivere.

La Chiesa condivide e promuove la passione per la ricerca scientifica come espressione dell’amore per la verità, per la conoscenza del mondo, del macrocosmo e del microcosmo, della vita nella stupenda sinfonia delle sue forme.

San Tommaso afferma che «fine di tutto l’universo è la verità» (Summa c.G., I, 1).

Noi siamo parte di questo universo, e lo siamo con una responsabilità unica, che ci deriva dal fatto che di fronte alla realtà siamo capaci di meraviglia e ci domandiamo “perché?”.

Dunque, alla base c’è quest’attitudine contemplativa; e, complementare ad essa, c’è il compito di custodire il creato.

In questa prospettiva, cari amici, si pone anche il tema di questa vostra Sessione Plenaria.

Guardando agli anni recenti, ricordo con gratitudine le dichiarazioni della PAS di fronte a diverse emergenze, sia per la crisi alimentare e la lotta alla fame – in collaborazione con il Food Summit delle Nazioni Unite –, sia per la salute degli oceani e dei mari, sia per rafforzare la resilienza dei poveri in caso di shock climatici.

Importante è stato anche l’impegno per aiutare a ricostruire quartieri poveri in modo sostenibile applicando la bioeconomia; come pure l’azione orientata all’equità per affrontare i problemi di salute causati dalla pandemia di Covid.

Non meno rilevante è il lavoro per l’istituzione di standard internazionali sulla donazione e il trapianto di organi nella lotta alla tratta di esseri umani; e anche per la promozione di una nuova scienza della riabilitazione medica a favore degli anziani e dei poveri.

Inoltre, apprezzo particolarmente lo sforzo di coinvolgere la scienza e la politica per prevenire la guerra nucleare e i crimini bellici contro le popolazioni civili.

Mi congratulo con tutti coloro che hanno partecipato attivamente, soprattutto con Lei, Professor Von Braun, per la saggezza e la dedizione con cui ha portato novità nella vita dell’Accademia.

Ha colto le sfide odierne come specifiche opportunità scientifiche, per affrontarle lavorando con scienziati che possano contribuire a risolvere i problemi.

In questa Sessione Plenaria, sottolineate la “scienza di base”, che ci offre tante nuove conoscenze sulla Terra, sull’universo e sul posto dell’essere umano in esso.

Mi congratulo perché mantenete l’obiettivo di collegare la scienza di base con la risoluzione delle sfide attuali; collegare l’astronomia, la fisica, la matematica, la biochimica, le scienze del clima con la filosofia, al servizio dello sviluppo umano, della pace e della salute del pianeta.

Questo approccio connettivo è molto importante perché, man mano che le conquiste delle scienze accrescono il nostro stupore per la bellezza e la complessità della natura, si avverte sempre più la necessità di studi interdisciplinari, legati alla riflessione filosofica, che portino a nuove sintesi.

Questa visione interdisciplinare, se tiene conto anche della Rivelazione e della teologia, può contribuire a dare risposte alle domande ultime dell’umanità, che vengono poste anche dalle nuove generazioni, a volte disorientate.

In effetti, le conquiste scientifiche di questo secolo devono essere sempre orientate dalle esigenze della fraternità, della giustizia e della pace, contribuendo a risolvere le grandi sfide che l’umanità e il suo habitat si trovano ad affrontare.

Anche in questo senso la Pontificia Accademia delle Scienze è unica nella sua struttura, nella sua composizione e nei suoi obiettivi, sempre volti a partecipare i benefici della scienza e della tecnologia al maggior numero di persone, soprattutto ai più bisognosi e svantaggiati; e così essa mira anche alla liberazione da diverse forme di schiavitù, come il lavoro forzato, la prostituzione e il traffico di organi.

Questi crimini contro l’umanità, che vanno di pari passo con la povertà, si verificano anche nei Paesi sviluppati, nelle nostre città.

Il corpo umano non può essere mai, né in parte né nella sua interezza, oggetto di commercio! Mi rallegro che la PAS è attivamente impegnata a sostenere questi scopi e vorrei che continuasse a farlo con un’intensità commisurata alla crescente necessità.

In breve, i risultati positivi della scienza in questo 21° secolo dipenderanno, in larga misura, dalla capacità degli scienziati di cercare la verità e applicare le scoperte in un modo che vada di pari passo con la ricerca di ciò che è giusto, nobile, buono e bello.

Attendo con interesse i risultati dei vostri lavori; saranno anche importanti per le istituzioni educative e le giovani generazioni.

Cari Membri dell’Accademia, in questo momento della storia, vi chiedo di promuovere la conoscenza che ha come obiettivo costruire la pace.

Dopo le due tragiche guerre mondiali, sembrava che il mondo avesse imparato a incamminarsi progressivamente verso il rispetto dei diritti umani, del diritto internazionale e delle varie forme di cooperazione.

Ma purtroppo la storia mostra segni di regressione.

Non solo si intensificano conflitti anacronistici, ma riemergono nazionalismi chiusi, esasperati e aggressivi (cfr Enc.

Fratelli tutti, 11), e anche nuove guerre di dominio, che colpiscono civili, anziani, bambini e malati, e provocano distruzione ovunque.

I numerosi conflitti armati che sono in corso preoccupano seriamente.

Ho detto che era una terza guerra mondiale “a pezzi”; oggi forse possiamo dire “totale”, e i rischi per le persone e per il pianeta sono sempre maggiori.

San Giovanni Paolo II ringraziò Dio perché, per intercessione di Maria, il mondo era stato preservato dalla guerra atomica.

Purtroppo dobbiamo continuare a pregare per questo pericolo, che già da tempo avrebbe dovuto essere scongiurato.

È necessario mobilitare tutte le conoscenze basate sulla scienza e sull’esperienza per superare la miseria, la povertà, le nuove schiavitù, e per evitare le guerre.

Rifiutando alcune ricerche, inevitabilmente destinate, in circostanze storiche concrete, a fini di morte, gli scienziati di tutto il mondo possono unirsi in una comune disponibilità a disarmare la scienza e formare una forza per la pace.

Nel nome di Dio, che ha creato tutti gli esseri umani per un comune destino di felicità, siamo chiamati oggi a testimoniare la nostra essenza fraterna di libertà, giustizia, dialogo, incontro reciproco, amore e pace, evitando di alimentare odio, risentimento, divisione, violenza e guerra.

Nel nome di Dio che ci ha donato il pianeta per salvaguardarlo e svilupparlo, oggi siamo chiamati alla conversione ecologica per salvare la casa comune e la nostra vita insieme a quella delle generazioni future, invece di aumentare le disuguaglianze, lo sfruttamento e la distruzione.

Cari Accademici, cari amici, vi incoraggio a continuare a lavorare per la verità, la libertà e il dialogo, la giustizia e la pace.

Oggi più che mai la Chiesa cattolica è alleata degli scienziati che seguono questa ispirazione, e lo è anche grazie a voi! Vi assicuro la mia preghiera e, rispettando le vostre convinzioni, invoco su ciascuno la benedizione di Dio.

E anche voi, per favore, nel modo che vi è proprio, pregate per me.

Grazie!

Videomessaggio del Santo Padre in occasione del lancio della comunità di formazione "The Community At The Crossing" (9 Set 2022)
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Grazie per avermi accolto in questa bella Cattedrale episcopaliana di Saint John the Divine.

È una grande gioia e consolazione per me stare con voi in questo momento speciale in cui voi, episcopaliani e cattolici, cristiani di denominazioni differenti, persone di buona volontà, vi siete riuniti per il lancio di questa comunità di formazione chiamata The Community At The Crossing.

Cari giovani che trascorrerete qui un anno di vita comunitaria, di formazione e di discernimento cristiani, di preghiera, di servizio ai giovani e ai poveri: sarete voi testimoni dell’amore e della tenerezza di Dio.

“Vedete come si amano gli uni gli altri”, direbbero quanti videro la prima comunità cristiana, vedete come vivono insieme con gioia e mettono in comune i loro beni, vedete come pregano insieme, vedete come stanno vicino ai poveri.

Spero e prego affinché questo sia ciò che avviene qui a San Juan the Divine.

Scegliere il cammino umile della vita comune vale più di mille parole.

E il nome At the Crossing evoca la “crociera” all’interno di questa Cattedrale, il punto d’intersezione tra la navata e il coro che permette di “attraversare” da uno all’altro dietro.

Ha un significato profondo.

Nella crociera significa un luogo d’incrocio e d’incontro tra giovani di tutte le denominazioni cristiane.

La mia speranza è che questa comunità offra un’opportunità per rivivere il desiderio di unità dei cristiani e della società di New York e anche negli Stati Uniti.

Il futuro della fede nel nostro mondo passa per l’unità dei cristiani.

Sì, non siamo d’accordo in tutto.

Sì, abbiamo convinzioni che a volte sembrano incompatibili o sono incompatibili...

Ma è proprio questa la ragione per cui scegliamo di amarci gli uni gli altri.

L’amore è più forte di tutti i disaccordi.

Porta pace e la pace non sembra possibile.

Perciò desidero che continuiate a lavorare insieme in questo per ottenere l’unità, e non dimentichiamo che At The Crossing evoca la croce di Cristo.

Gesù Cristo è un vincolo più forte e più profondo delle nostre culture, delle nostre scelte politiche e persino delle nostre dottrine.

Il Signore, il Signore Gesù: guardare a lui che ha dato la sua vita per noi.

Il mio più profondo ringraziamento, cari giovani, per il coraggio che voi avete e il vostro impegno.

Grazie all’équipe della Cattedra episcopaliana di Saint John the Divine e alla comunità Chemin Neuf per aver avviato questo progetto.

Il mio ringraziamento al cardinale Dolan e al vescovo Dietsche perché hanno accolto e sostengono questa iniziativa.

Il mio cuore si rallegra quando penso che l’Arcidiocesi cattolica e la Diocesi episcopaliana di New York stanno lavorando mano nella mano.

Grazie per il  sostegno e l’incoraggiamento del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

E un ringraziamento speciale al mio fratello e amico Justin Welby per aver incoraggiato questo progetto da quando è iniziato, grazie per le sue parole.

Grazie a voi.

Go on, go on.

 

Messaggio del Santo Padre a firma del Card. Segretario di Stato per la Giornata Internazionale per l’Alfabetizzazione, UNESCO (8 Set 2022)
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Signora Audrey Azoulay
Direttore generale dell’Unesco
Parigi

In occasione della Giornata Internazionale per l’Alfabetizzazione 2022, Sua Santità Papa Francesco mi ha incaricato di trasmettere il suo saluto cordiale e il suo incoraggiamento a tutte le persone che, in seno all’UNESCO, lavorano a favore dell’alfabetizzazione.

Auspica il pieno successo delle riflessioni e dei lavori di questa giornata, affinché rechino buoni frutti per un’efficace e duratura trasformazione degli spazi di apprendimento dell’alfabetizzazione.

Il nostro mondo è in costante trasformazione; è attraversato da molteplici crisi.

Papa Francesco parla di una metamorfosi non solo culturale ma anche antropologica che genera nuovi linguaggi e rifiuta, senza discernimento, i paradigmi che ci vengono offerti dalla storia [1].

Ebbene, ogni cambiamento esige un percorso educativo che coinvolge tutti.

Per questo è necessario costruire un «villaggio dell’educazione» in cui si condivida, nella diversità, l’impegno di creare una rete di relazioni umane e aperte.

Un proverbio africano dice che «ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino» [2].

In tal senso, il Santo Padre sottolinea che è necessario firmare un patto che dia un’anima ai processi educativi formali e informali, i quali non possono ignorare il fatto che tutto è intimamente legato nel mondo e che occorre trovare, secondo una sana antropologia, altri modi di comprendere l’economia, la politica, la crescita e il progresso.

In un percorso di ecologia integrale, il valore specifico di ogni creatura viene messo al suo giusto posto, in relazione con le persone e con la realtà che la circonda, e viene proposto uno stile di vita che rifiuta la cultura dello scarto [3].

In continuità con il Discorso pronunciato da Papa Giovanni Paolo II all’UNESCO, il 2 giugno 1980, Papa Francesco auspica vivamente un’educazione e un’alfabetizzazione il cui obiettivo principale sia di costruire un mondo a misura d’uomo, soggetto primordiale e fondamentale dell’educazione, che deve essere considerato nelle sue aspirazioni materiali, culturali e spirituali, come pure nel suo rapporto con gli altri, con la comunità, con la natura e con il suo ambito vitale.

Il Papa ci esorta a trovare una convergenza mondiale in vista di un’educazione portatrice di un’alleanza tra tutte le componenti della persona: tra lo studio e la vita; tra le generazioni; tra gli insegnanti, gli studenti, le famiglie e la società civile, secondo le loro espressioni intellettuali, scientifiche, artistiche, sportive, politiche, imprenditoriali e solidali.

Un’alleanza tra gli abitanti della Terra e la «casa comune» che dobbiamo salvaguardare e rispettare.

Un’alleanza che generi pace, giustizia e accoglienza tra tutti i popoli della famiglia umana, come pure dialogo tra le religioni [4].

In questo periodo di pandemia e di guerra, il Santo Padre ci ricorda che educare è sempre un atto di speranza che invita alla compartecipazione e alla trasformazione della logica sterile e paralizzante dell’indifferenza in una logica capace di accogliere la nostra appartenenza comune.

Se gli spazi educativi si conformassero oggi alla logica della sostituzione e delle ripetizione, incapaci di generare e di mostrare nuovi orizzonti nei quali l’ospitalità, la solidarietà intergenerazionale e il valore della trascendenza fondano una nuova cultura, non staremmo mancando all’appuntamento con questo momento storico? [5].

Studi e analisi dell’impatto del Covid-19 sull’apprendimento degli adulti e sull’alfabetizzazione sembrano confermare che, in molti paesi, gli educatori provengono spesso da settori diversi da quello dell’insegnamento scolastico e sono insegnanti comunitari o volontari, che hanno situazioni contrattuali precarie, il che contribuisce a rendere questo settore poco attraente, in particolare per i giovani che vogliono diventare insegnanti.

Esprimendo l’augurio che le riflessioni e gli sforzi per la trasformazione degli spazi di apprendimento dell’alfabetizzazione possano contribuire a edificare una civiltà dell’armonia, dell’unità, della solidarietà, della fratellanza e di una pace duratura, il Santo Padre invoca su di lei, sui paesi membri dell’UNESCO e sui collaboratori dell’illustre Organizzazione di cui lei è Direttore Generale, le Benedizioni dell’Altissimo.

Cardinale Pietro Parolin
Segretario di Stato di Sua Santità

________________________________________________

[1] Papa Francesco, Messaggio in occasione del lancio del Patto Educativo, 12 settembre 2019.

[2] Cfr.

Ibidem.

[3] Cfr.

Ibidem.

[4] Cfr.

Ibidem.

[5] Papa Francesco , Videomessaggio in occasione dell’incontro promosso e organizzato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica: «Global Compact on Education.

Together to look beyond», 15 ottobre 2020.

Incontro dei Rappresentanti Pontifici (8 Set 2022)
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Cari fratelli!

Do il benvenuto a tutti voi e ringrazio ciascuno di essere venuto, affrontando anche non poche difficoltà.

Sono passati tre anni dal nostro scorso incontro.

La tempesta della pandemia da Covid-19 ci ha costretti a varie limitazioni della vita quotidiana e delle nostre attività pastorali.

Ora sembra che il peggio sia passato, e grazie a Dio possiamo ritrovarci.

Ma purtroppo l’Europa e il mondo intero sono sconvolti da una guerra di speciale gravità, sia per la violazione del diritto internazionale, sia per i rischi di escalation nucleare, sia per le pesanti conseguenze economiche e sociali.

È una terza guerra mondiale “a pezzi”, di cui voi siete testimoni nei luoghi in cui state svolgendo la vostra missione.

Vi ringrazio per tutto quello che le Rappresentanze Pontificie hanno fatto e stanno facendo in queste situazioni di sofferenza.

Avete portato ai popoli e alle Chiese la vicinanza del Papa; siete stati punti di riferimento nei momenti di maggiore smarrimento e turbolenza.

E in tale contesto desidero ricordare insieme con voi i Nunzi Apostolici Mons.

Joseph Chennoth e Mons.

Aldo Giordano, che da poco ci hanno lasciato durante il loro servizio; come pure quelli defunti già in quiescenza negli ultimi tre anni.

Questi nostri cari fratelli ci hanno preceduto nel cammino e ci invitano a guardare avanti e in alto.

Con questo sguardo andiamo avanti nel nostro lavoro, nell’oggi della Chiesa e del mondo, confidando nella grazia del Signore.

Come Chiesa siamo impegnati in un percorso sinodale che vorrebbe far crescere nel popolo di Dio proprio questa dimensione di sinodalità.

Anche voi siete stati coinvolti nella consultazione.

E poi abbiamo all’orizzonte il Giubileo del 2025, di cui è stata avviata la preparazione.

Come Curia Romana stiamo iniziando ad applicare la Costituzione apostolica Praedicate Evangelium: nata attraverso un processo di quasi nove anni, essa richiederà del tempo anche per entrare, per così dire, a pieno regime.

Affidiamo la nostra riunione e tutte le intenzioni che abbiamo nel cuore all’intercessione della Vergine Maria, nella festa della sua Natività.

E ora lascio a voi la parola per le domande e i suggerimenti che vorrete condividere. 

Udienza Generale del 7 Set 2022 - Catechesi sul Discernimento: 2. Un esempio: Ignazio di Loyola
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Catechesi sul Discernimento: 2.

Un esempio: Ignazio di Loyola

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Proseguiamo la nostra riflessione sul discernimento – in questo tempo parleremo ogni mercoledì del discernimento spirituale -, e per questo può aiutarci fare riferimento a una testimonianza concreta.

Uno degli esempi più istruttivi ce lo offre Sant’Ignazio di Loyola, con un episodio decisivo della sua vita.

Ignazio si trova a casa convalescente, dopo essere stato ferito in battaglia a una gamba.

Per scacciare la noia chiede qualcosa da leggere.

Lui amava i racconti cavallereschi, ma purtroppo in casa si trovano solo vite di santi.

Un po’ a malincuore si adatta, ma nel corso della lettura comincia a scoprire un altro mondo, un mondo che lo conquista e sembra in concorrenza con quello dei cavalieri.

Resta affascinato dalle figure di San Francesco e San Domenico e sente il desiderio di imitarli.

Ma anche il mondo cavalleresco continua a esercitare il suo fascino su di lui.

E così avverte dentro di sé questa alternanza di pensieri, quelli cavallereschi e quelli dei santi, che sembrano equivalersi.

Ignazio però comincia anche a notare delle differenze.

Nella sua Autobiografia – in terza persona– scrive così: «Pensando alle cose del mondo - e alle cose cavalleresche, si capisce - provava molto piacere, ma quando, per stanchezza, le abbandonava si sentiva vuoto e deluso.

Invece, andare a Gerusalemme a piedi nudi, non cibarsi che di erbe, praticare tutte le austerità che aveva conosciute abituali ai santi, erano pensieri che non solo lo consolavano mentre vi si soffermava, ma anche dopo averli abbandonati lo lasciavano soddisfatto e pieno di gioia» (n.

8); gli lasciavano una traccia di gioia.

In questa esperienza possiamo notare soprattutto due aspetti.

Il primo è il tempo: cioè i pensieri del mondo all’inizio sono attraenti, ma poi perdono smalto e lasciano vuoti, scontenti, ti lasciano così, una cosa vuota.

I pensieri di Dio, al contrario, suscitano dapprima una certa resistenza – “Ma questa cosa noiosa dei santi non andrò a leggere”, ma quando li si accoglie portano una pace sconosciuta, che dura tanto tempo.

Ecco allora l’altro aspetto: il punto di arrivo dei pensieri.

All’inizio la situazione non sembra così chiara.

C’è uno sviluppo del discernimento: per esempio capiamo cosa sia il bene per noi non in modo astratto, generale, ma nel percorso della nostra vita.

Nelle regole per il discernimento, frutto di questa esperienza fondamentale, Ignazio pone una premessa importante, che aiuta a comprendere tale processo: «A coloro che passano da un peccato mortale all’altro, il demonio comunemente è solito proporre piaceri apparenti, tranquillizzarli che tutto va bene, facendo loro immaginare diletti e piaceri sensuali, per meglio mantenerli e farli crescere nei loro vizi e peccati.

Con questi, lo spirito buono usa il metodo opposto, stimolando al rimorso la loro coscienza con il giudizio della ragione» (Esercizi Spirituali, 314); Ma questo non va bene.

C’è una storia che precede chi discerne, una storia che è indispensabile conoscere, perché il discernimento non è una sorta di oracolo o di fatalismo o una cosa di laboratorio, come gettare la sorte su due possibilità.

Le grandi domande sorgono quando nella vita abbiamo già fatto un tratto di strada, ed è a quel percorso che dobbiamo tornare per capire cosa stiamo cercando.

Se nella vita si fa un po’ di strada, lì: “Ma perché cammino in questa direzione, che sto cercando?”, e lì si fa il discernimento.

Ignazio, quando si trovava ferito nella casa paterna, non pensava affatto a Dio o a come riformare la propria vita, no.

Egli fa la sua prima esperienza di Dio ascoltando il proprio cuore, che gli mostra un ribaltamento curioso: le cose a prima vista attraenti lo lasciano deluso e in altre, meno brillanti, avverte una pace che dura nel tempo.

Anche noi abbiamo questa esperienza, tante volte cominciamo a pensare una cosa e restiamo lì e poi siamo rimasti delusi.

Invece facciamo un’opera di carità, facciamo una cosa buona e sentiamo qualcosa di felicità, ti viene un pensiero buono e ti viene la felicità, una cosa di gioia, è un’esperienza tutta nostra.

Lui, Ignazio, fa la prima esperienza di Dio, ascoltando il proprio cuore che gli mostra un ribaltamento curioso.

È questo che noi dobbiamo imparare: ascoltare il proprio cuore: per conoscere cosa succede, quale decisione prendere, fare un giudizio su una situazione, occorre ascoltare il proprio cuore.

Noi ascoltiamo la televisione, la radio, il telefonino, siamo maestri dell’ascolto, ma ti domando: tu sai ascoltare il tuo cuore? Tu ti fermi per dire: “Ma il mio cuore come sta? È soddisfatto, è triste, cerca qualcosa?” .

Per prendere delle decisioni belle occorre ascoltare il proprio cuore.

Per questo Ignazio suggerirà di leggere le vite dei santi, perché mostrano in modo narrativo e comprensibile lo stile di Dio nella vita di persone non molto diverse da noi perché i santi erano di carne ed ossa come noi.

Le loro azioni parlano alle nostre e ci aiutano a comprenderne il significato.

In quel famoso episodio dei due sentimenti che aveva Ignazio, uno quando leggeva le cose dei cavalieri e l’altro quando leggeva la vita dei santi, possiamo riconoscere un altro aspetto importante del discernimento, che abbiamo già menzionato la volta scorsa.

C’è un’apparente casualità negli accadimenti della vita: tutto sembra nascere da un banale contrattempo: non c’erano libri di cavalieri, ma solo vite di santi.

Un contrattempo che però racchiude una possibile svolta.

Solo dopo un po’ di tempo Ignazio se ne accorgerà, e a quel punto vi dedicherà tutta la sua attenzione.

Ascoltate bene: Dio lavora attraverso eventi non programmabili quel per caso, ma per caso mi è successo questo, per caso ho incontrato questa persona, per caso ho visto questo film, non era programmato ma Dio lavora attraverso eventi non programmabili, e anche nei contrattempi: “Ma io dovevo fare una passeggiata e ho avuto un problema ai piedi, non posso…”.

Contrattempo: cosa ti dice Dio? Cosa ti dice la vita lì? Lo abbiamo visto anche in un brano del Vangelo di Matteo: un uomo che sta arando un campo si imbatte casualmente in un tesoro sotterrato.

Una situazione del tutto inattesa.

Ma ciò che è importante è che lo riconosce come il colpo di fortuna della sua vita e decide di conseguenza: vende tutto e compra quel campo (cfr 13,44).

Un consiglio che vi do, state attenti alle cose inattese.

Colui che dice: “ma questo per caso io non lo aspettavo”.

Lì ti sta parlando la vita, ti sta parlando il Signore o ti sta parlando il diavolo? Qualcuno.

Ma c’è una cosa da discernere, come reagisco io di fronte alle cose inattese.

Ma io ero tanto tranquillo a casa e “pum, pum”, viene la suocera e tu come reagisci con la suocera? E’ amore o è altra cosa dentro? E fai il discernimento.

Io stavo lavorando nell’ufficio bene e viene un compagno a dirmi che ha bisogno di soldi e tu come hai reagito? Vedere cosa succede quando viviamo cose che non aspettiamo e lì impariamo a conoscere il nostro cuore come si muove.

Il discernimento è l’aiuto a riconoscere i segnali con i quali il Signore si fa incontrare nelle situazioni impreviste, perfino spiacevoli, come fu per Ignazio la ferita alla gamba.

Da esse può nascere un incontro che cambia la vita, per sempre, come il caso di Ignazio.

Può nascere una cosa che ti fa migliorare nel cammino o peggiorare non so, ma stare attenti e il filo conduttore più bello è dato dalle cose inattese: “come mi muovo di fronte a ciò?”.

Il Signore ci aiuti a sentire il nostro cuore e a veder quando è Lui che attua e quando non è Lui ed è un’altra cosa.

______________________________

Saluti:

Je salue cordialement les pèlerins de langue française, particulièrement les fidèles venus du Sénégal avec Mgr Paul Abel Mamba, évêque de Tambacounda.
Frères et sœurs, que notre prière quotidienne fasse de nous des contemplatifs dans l’action, des hommes et des femmes qui reconnaissent Dieu en toutes choses.

Qu’elle affine l’oreille de notre cœur pour reconnaître la présence du Seigneur et pour découvrir peu à peu comment l’Esprit Saint nous conduit. Que Dieu vous bénisse !

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare i fedeli venuti dal Senegal con Monsignor Paul Abel Mamba, Vescovo di Tambacounda.

Fratelli e sorelle, la nostra preghiera quotidiana ci renda contemplativi nell’azione, uomini e donne che riconoscono Dio in tutte le cose; affini l’orecchio del nostro cuore per riconoscere la presenza del Signore e per scoprire a poco a poco come lo Spirito Santo ci guida.]

I greet the English-speaking pilgrims taking part in today’s Audience, especially those from Denmark, Malta, South Sudan, Nigeria and the United States of America.

Upon all of you, and your families, I invoke the Holy Spirit’s gifts of wisdom, joy and peace.

God bless you all!

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Danimarca, Malta, Sud Sudan, Nigeria e Stati Uniti d’America.

Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco i doni di sapienza, di gioia e di pace elargiti dallo Spirito Santo.

Dio vi benedica!]

Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, lasst uns stets wach und aufmerksam sein für das, was Gott uns zeigen will – denn manchmal tut er sich auf ganz überraschende Weise kund.

Wenn wir offen sind für seine Gegenwart, wird sie unser Leben wunderbar verändern.

Das wünsche ich euch von Herzen!

[Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, cerchiamo di essere sempre svegli e attenti a ciò che Dio vuole dirci e mostrarci – perché a volte si fa sentire in modo molto sorprendente.

Se siamo aperti alla sua presenza, essa trasformerà la nostra vita in modo meraviglioso.

Ve lo auguro di cuore!]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.

Pidamos al Señor que nos envíe su Espíritu para que nos ayude a discernir y a reconocer su presencia, aun en las situaciones imprevistas y dolorosas de nuestra vida, como fue para san Ignacio el tiempo de la convalecencia.

Que Dios los bendiga.

Muchas gracias.

Saúdo cordialmente os peregrinos de língua portuguesa, de modo especial os fiéis das dioceses de Palmeira dos Índios e de Toledo e o grupo de Portugal: Que o Senhor vos encha de alegria e ilumine as decisões da vossa vida, para realizardes fielmente a vontade do Pai celeste a vosso respeito.

Rezai por mim.

Não vos faltará a minha oração e a Bênção de Deus.

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua portoghese, in modo speciale i fedeli delle diocesi di Palmeira dos Índios e di Toledo e il gruppo del Portogallo: il Signore vi ricolmi di gioia e illumini le decisioni della vostra vita, affinché adempiate fedelmente il volere del Padre celeste a vostro riguardo.

Pregate per me; non vi mancherà la mia preghiera e la Benedizione di Dio.]

Pozdrawiam serdecznie wszystkich Polaków.

W dzisiejszej katechezie wspomniałem o św.

Ignacy Loyoli i o tym jak lektura żywotów świętych doprowadziła go do nawrócenia i nauczyła duchowego rozeznawania.

Dlatego zachęcam również i was, abyście poznawali żywoty świętych waszego narodu i w ten sposób mogli rozpoznać, jak Pan Bóg prowadził was w przeszłości i czego oczekuje od was dzisiaj.

Z serca wszystkim błogosławię.

[Saluto cordialmente tutti i polacchi.

Nella catechesi di oggi ho parlato di Sant'Ignazio di Loyola e di come la lettura delle vite dei santi lo abbia portato alla conversione e gli abbia insegnato il discernimento spirituale.

Per questo motivo incoraggio anche voi a scoprire la vita dei santi del vostro popolo affinché possiate riconoscere come il Signore vi ha guidato in passato e cosa chiede da voi oggi.

Vi benedico di cuore.]

أُحَيِّي المؤمِنينَ الناطِقينَ باللغَةِ العربِيَّة.

التَّمييزُ يُساعِدُنا علَى التَعَرُّفِ علَى العلاماتِ الَّتي فيها يَلتَقي بِنا الرَّبُّ يسوع في مواقفَ غَيرِ مُتَوَقَّعَة، وحتَّى غَيرِ السَّارّة.

مِن هذهِ المواقفِ يُمكِنُ أنْ يُولَدَ لِقاءٌ يُغَيِّرُ حياتَنا إلى الأبد.

باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba.

Il discernimento è l’aiuto a riconoscere i segnali con i quali il Signore si fa incontrare nelle situazioni impreviste, perfino spiacevoli.

Da esse può nascere un incontro che cambia la vita, per sempre.

Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]

___________________________________

APPELLO

Domani celebreremo la festa della Natività della Vergine Maria.

Maria ha sperimentato la tenerezza di Dio come figlia, piena di grazia, per poi donare questa tenerezza come madre, attraverso l’unione alla missione del Figlio Gesù.

Per questo oggi desidero esprimere la mia vicinanza a tutte le madri.

In modo speciale alle madri che hanno figli sofferenti: figli malati, figli emarginati, figli carcerati.

Una preghiera particolare per le mamme dei giovani detenuti: perché non venga meno la speranza.

Purtroppo nelle carceri sono tante le persone che si tolgono la vita, a volte anche giovani.

L’amore di una madre può preservare da questo pericolo.

La Madonna consoli tutte le madri afflitte per la sofferenza dei figli.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

In particolare, saluto i Seminaristi di Verona, l’Azione Cattolica di Lucca, le famiglie con bambini affetti da atresia-esofagea, accompagnati dal Vescovo di Macerata, il gruppo della terapia intensiva neonatale dell’Ospedale San Camillo Forlanini di Roma.

Saluto e ringrazio la delegazione dell’Aquila, guidata dal Vescovo ausiliare e dal Sindaco.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, ai giovani, agli sposi novelli, sono tanti, e soprattutto ai tanti ammalati qui presenti, ai quali esprimo la mia vicinanza e il mio affetto.

E non dimentico la martoriata Ucraina.

Ci sono delle bandiere lì.

Di fronte a tutti gli scenari di guerra del nostro tempo, chiedo a ciascuno di essere costruttore di pace e di pregare perché nel mondo si diffondano pensieri e progetti di concordia e di riconciliazione.

Oggi stiamo vivendo una guerra mondiale, fermiamoci per favore! Alla Vergine Maria affidiamo le vittime di ogni guerra, di ogni guerra, in modo speciale la cara popolazione ucraina.

Di cuore vi benedico.

 

Alla Delegazione della Caritas Spagnola (5 Set 2022)
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Cari fratelli e sorelle,

Benvenuti.

È per me una grande gioia ricevervi come rappresentanti di quell’opera ecclesiale che è Caritas Spagna, e per di più farlo in occasione del 75° anniversario della fondazione di questa istituzione, istituzione che si è guadagnata il rispetto della società spagnola, al di là delle sue credenze e ideologie, perché la Carità, l’Amore con la maiuscola, è il tratto più essenziale dell’essere umano, creato a immagine di Dio, e perciò il linguaggio che più ci accomuna.

Credo che questo sia qualcosa di molto importante, perché ci permette di vedere come il modo di amare divino possa essere modello di lavoro di Caritas.

Di fatto, se Cristo ci chiama alla comunione con Dio e con il fratello, il vostro sforzo è diretto proprio a riconquistare quell’unità a volte perduta nelle persone e nelle comunità.

E me sembra che questo sia qualcosa che voi già proponete, quando ponete alcune sfide in questo sforzo.

La prima, per esempio, è il bisogno di “lavorare a partire dalle capacità e dalle potenzialità accompagnando processi”.

Effettivamente, a motivarci, a farci raggiungere obiettivi programmati non sono i risultati ma il metterci dinanzi a una persona che è spezzata, che non trova il proprio posto, e accoglierla, aprire per lei cammini di recupero di modo che possa trovare se stessa, essendo capace, nonostante i suoi limiti e i nostri, di cercare il suo posto e di aprirsi agli altri e a Dio.

E questo al momento forse non si vede, ma alla fine sì.

C’è un libro che è uscito circa due anni fa in Spagna, è piccolo, si legge in due ore, si chiama “Hermanito”.

È la vita di un migrante dell’Africa centrale che arriva in Spagna, credo che ci abbia messo due anni e mezzo ad arrivare, o tre.

Tutto quello che ha sofferto, e come è stato accolto con carità lì, e come ha potuto riprendersi e raccontare la sua esperienza.

Vi consiglio di leggere quest’opera, è molto piccola, si legge bene, e soprattutto è ispiratrice.

Per aprirsi agli altri, è necessaria la seconda sfida proposta, “realizzare azioni significative”.

Non bastano gesti che cerchino di “uscirne fuori”, ma che promuovano un vero cambiamento nelle persone.

In una parrocchia della Spagna, la gente chiedeva al parroco se dava “buste” ossia se potevano approfittare di quella congiuntura “assistenzialista” che in realtà li mantiene incatenati al sussidio, impedendo il loro sviluppo.

Bisogna accogliere sempre il povero, accompagnarlo e integrarlo.

Un gran lavoro.

Gesù ci dice chiaramente, con la sua vita e con la sua opera, che non basta “dare”, bisogna “darsi”.

La carità presuppone sempre una donazione oblativa della propria vita.

E questo sarà significativo, al di là dell’azione concreta, quando offrirà alla persona una porta aperta verso una vita nuova.

Parafrasando il Vangelo di Giovanni, se venissimo cercati e venissimo lodati solo perché la gente ha mangiato pane e per questo motivo ci sentissimo come re, staremmo tradendo il messaggio di Gesù.

Il Signore ci propone di essere fermento di un regno di giustizia, di amore, di pace.

Ci chiede di essere noi quelli che danno da mangiare al suo Popolo quel pane spezzato che è Lui stesso, insegnandoci che chi vuole essere veramente grande deve farsi servitore di tutti.

E l’ultima sfida si unisce a quella precedente, cercare di “essere canale dell’azione della comunità ecclesiale”.

La Chiesa, come corpo mistico di Cristo, prolunga nella sua storia la sua azione, perciò Caritas si propone a noi come quella mano tesa che è di Cristo quando la offriamo a chi ha bisogno di noi, e al tempo stesso ci permette di afferrare Cristo quando lui ci interpella nella sofferenza del fratello.

Guardare il fratello che è caduto, non dimentichiamo che l’unico momento in cui ci è consentito guardare una persona dall’alto in basso è per aiutarla ad alzarsi, poi mai più.

Essere canale non vuol dire semplicemente una gestione più ordinata delle risorse, o uno spazio in cui poter scaricare la responsabilità di questa delicata missione ecclesiale.

Essere canale dovrebbe intendersi, soprattutto, come quell’opportunità — che tutti dovremmo cogliere — per far quell’esperienza unica e necessaria a cui il Signor ci invita quando dice: “Vuoi sapere chi è il tuo prossimo? Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.

“Avvicinarsi”, avvicinarsi.

Poco fa ho parlato di una gestione ordinata delle risorse.

Quello che sto dicendo ora non lo dico perché ho informazioni di Caritas Spagna.

Non le ho, perciò parlo con libertà.

Per favore, fate attenzione alle risorse, ma non cadete nella grande azienda della carità, dove il 40, 50, 60 per cento delle risorse è destinato a pagare gli stipendi di quanti vi lavorano.

Ci sono aziende in Europa, ci sono — scusate — movimenti di istituzioni di carità, che arrivano al 60 per cento, credo sia troppo, ma 40 e oltre per cento è destinato agli stipendi.

No.

Meno mediazioni possibili, no? E quelle che ci sono, per quel che si può, per vocazione, non come lavoro.

“Vieni, vieni che ti do un lavoro in Caritas...” No, no.

Questo non va bene.

Attenzione che non lo dico perché oggi parlo di voi, parlo per l’esperienza che ho di vedere altre istituzioni di aiuto che cadono in questo.

Bene, che Dio vi benedica, che non vi tolga il buon umore, sempre il buon umore, è parte dello Spirito Santo.

E vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me, perché questo lavoro ha le sue piccole difficoltà (risate).

Grazie.

Angelus, 4 Set 2022
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Cari fratelli e sorelle,

prima di concludere questa celebrazione, rivolgo a tutti voi il mio saluto e vi ringrazio per la partecipazione.

Sono grato ai fratelli Cardinali, ai Vescovi e ai sacerdoti provenienti da diversi Paesi.

Saluto le Delegazioni ufficiali qui convenute per rendere omaggio al nuovo Beato.

Il mio deferente pensiero va al Signor Presidente della Repubblica Italiana e al Primo Ministro del Principato di Monaco.

Saluto tutti voi pellegrini, in modo speciale i fedeli di Venezia, Belluno e Vittorio Veneto, località legate all’esperienza umana, sacerdotale ed episcopale del Beato Albino Luciani.

Ed ora ci rivolgiamo in preghiera alla Vergine Maria, perché ottenga il dono della pace in tutto il mondo, specialmente nella martoriata Ucraina.

Lei, la prima e perfetta discepola del Signore, ci aiuti a seguire l’esempio e la santità di vita di Giovanni Paolo I.

Santa Messa e beatificazione del Servo di Dio il Sommo Pontefice Giovanni Paolo I (4 Set 2022)
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Gesù è in cammino verso Gerusalemme e il Vangelo odierno dice che «una folla numerosa andava con lui» (Lc 14,25).

Andare con Lui significa seguirlo, cioè diventare discepoli.

Eppure, a queste persone il Signore fa un discorso poco attraente e molto esigente: non può essere suo discepolo chi non lo ama più dei propri cari, chi non porta la sua croce, chi non si distacca dai beni terreni (cfr vv.

26-27.33).

Perché Gesù rivolge alla folla tali parole? Qual è il significato dei suoi ammonimenti? Proviamo a rispondere a questi interrogativi.

Anzitutto, vediamo una folla numerosa, tanta gente, che segue Gesù.

Possiamo immaginare che molti siano stati affascinati dalle sue parole e stupiti dai gesti che ha compiuto; e, quindi, avranno visto in Lui una speranza per il loro futuro.

Che cosa avrebbe fatto un qualunque maestro dell’epoca, o – possiamo domandarci ancora – cosa farebbe un astuto leader nel vedere che le sue parole e il suo carisma attirano le folle e aumentano il suo consenso? Capita anche oggi: specialmente nei momenti di crisi personale e sociale, quando siamo più esposti a sentimenti di rabbia o siamo impauriti da qualcosa che minaccia il nostro futuro, diventiamo più vulnerabili; e, così, sull’onda dell’emozione, ci affidiamo a chi con destrezza e furbizia sa cavalcare questa situazione, approfittando delle paure della società e promettendoci di essere il “salvatore” che risolverà i problemi, mentre in realtà vuole accrescere il proprio gradimento e il proprio potere, la propria figura, la propria capacità di avere le cose in pugno.

Il Vangelo ci dice che Gesù non fa così.

Lo stile di Dio è diverso.

È importante capire lo stile di Dio, come agisce Dio.

Dio agisce secondo uno stile, e lo stile di Dio è diverso da quello di questa gente, perché Egli non strumentalizza i nostri bisogni, non usa mai le nostre debolezze per accrescere sé stesso.

A Lui, che non vuole sedurci con l’inganno e non vuole distribuire gioie a buon mercato, non interessano le folle oceaniche.

Non ha il culto dei numeri, non cerca il consenso, non è un idolatra del successo personale.

Al contrario, sembra preoccuparsi quando la gente lo segue con euforia e facili entusiasmi.

Così, invece di lasciarsi attrarre dal fascino della popolarità – perché la popolarità affascina –, chiede a ciascuno di discernere con attenzione le motivazioni per cui lo segue e le conseguenze che ciò comporta.

Tanti di quella folla, infatti, forse seguivano Gesù perché speravano sarebbe stato un capo che li avrebbe liberati dai nemici, uno che avrebbe conquistato il potere e lo avrebbe spartito con loro; oppure uno che, facendo miracoli, avrebbe risolto i problemi della fame e delle malattie.

Si può andare dietro al Signore, infatti, per varie ragioni e alcune, dobbiamo riconoscerlo, sono mondane: dietro una perfetta apparenza religiosa si può nascondere la mera soddisfazione dei propri bisogni, la ricerca del prestigio personale, il desiderio di avere un ruolo, di tenere le cose sotto controllo, la brama di occupare spazi e di ottenere privilegi, l’aspirazione a ricevere riconoscimenti e altro ancora.

Questo succede oggi fra i cristiani.

Ma questo non è lo stile di Gesù.

E non può essere lo stile del discepolo e della Chiesa.

Se qualcuno segue Gesù con questi interessi personali, ha sbagliato strada.

Il Signore chiede un altro atteggiamento.

Seguirlo non significa entrare in una corte o partecipare a un corteo trionfale, e nemmeno ricevere un’assicurazione sulla vita.

Al contrario, significa anche «portare la croce» (Lc 14,27): come Lui, farsi carico dei pesi propri e dei pesi degli altri, fare della vita un dono, non un possesso, spenderla imitando l’amore generoso e misericordioso che Egli ha per noi.

Si tratta di scelte che impegnano la totalità dell’esistenza; per questo Gesù desidera che il discepolo non anteponga nulla a questo amore, neanche gli affetti più cari e i beni più grandi.

Ma per fare ciò bisogna guardare a Lui più che a noi stessi, imparare l’amore, attingerlo dal Crocifisso.

Lì vediamo quell’amore che si dona fino alla fine, senza misura e senza confini.

La misura dell’amore è amare senza misura.

Noi stessi – disse Papa Luciani – «siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile» (Angelus, 10 settembre 1978).

Intramontabile: non si eclissa mai dalla nostra vita, risplende su di noi e illumina anche le notti più oscure.

E allora, guardando al Crocifisso, siamo chiamati all’altezza di quell’amore: a purificarci dalle nostre idee distorte su Dio e dalle nostre chiusure, ad amare Lui e gli altri, nella Chiesa e nella società, anche coloro che non la pensano come noi, persino i nemici.

Amare: anche se costa la croce del sacrificio, del silenzio, dell’incomprensione, della solitudine, dell’essere ostacolati e perseguitati.

Amare così, anche a questo prezzo, perché – diceva ancora il Beato Giovanni Paolo I – se vuoi baciare Gesù crocifisso, «non puoi fare a meno di piegarti sulla croce e lasciarti pungere da qualche spina della corona, che è sul capo del Signore» (Udienza Generale, 27 settembre 1978).

L’amore fino in fondo, con tutte le sue spine:non le cose fatte a metà, gli accomodamenti o il quieto vivere.

Se non puntiamo in alto, se non rischiamo, se ci accontentiamo di una fede all’acqua di rose, siamo – dice Gesù – come chi vuole costruire una torre ma non calcola bene i mezzi per farlo; costui, «getta le fondamenta» e poi «non è in grado di finire il lavoro» (v.

29).

Se, per paura di perderci, rinunciamo a donarci, lasciamo le cose incompiute: le relazioni, il lavoro, le responsabilità che ci sono affidate, i sogni, anche la fede.

E allora finiamo per vivere a metà – e quanta gente vive a metà, anche noi tante volte abbiamo la tentazione di vivere a metà –, senza fare mai il passo decisivo – questo significa vivere a metà –, senza decollare, senza rischiare per il bene, senza impegnarci davvero per gli altri.

Gesù ci chiede questo: vivi il Vangelo e vivrai la vita, non a metà ma fino in fondo.

Vivi il Vangelo, vivi la vita, senza compromessi.

Fratelli, sorelle, il nuovo Beato ha vissuto così: nella gioia del Vangelo, senza compromessi, amando fino alla fine.

Egli ha incarnato la povertà del discepolo, che non è solo distaccarsi dai beni materiali, ma soprattutto vincere la tentazione di mettere il proprio io al centro e cercare la propria gloria.

Al contrario, seguendo l’esempio di Gesù, è stato pastore mite e umile.

Considerava sé stesso come la polvere su cui Dio si era degnato di scrivere (cfr A.

Luciani/Giovanni Paolo I, Opera omnia, Padova 1988, vol.

II, 11).

Perciò diceva: «Il Signore ha tanto raccomandato: siate umili.

Anche se avete fatto delle grandi cose, dite: siamo servi inutili» (Udienza Generale, 6 settembre 1978).

Con il sorriso Papa Luciani è riuscito a trasmettere la bontà del Signore.

È bella una Chiesa con il volto lieto, il volto sereno, il volto sorridente, una Chiesa che non chiude mai le porte, che non inasprisce i cuori, che non si lamenta e non cova risentimento, non è arrabbiata, non è insofferente, non si presenta in modo arcigno, non soffre di nostalgie del passato cadendo nell’indietrismo.

Preghiamo questo nostro padre e fratello, chiediamo che ci ottenga “il sorriso dell’anima”, quello trasparente, quello che non inganna: il sorriso dell’anima.

Chiediamo, con le sue parole, quello che lui stesso era solito domandare: «Signore, prendimi come sono, con i miei difetti, con le mie mancanze, ma fammi diventare come tu mi desideri» (Udienza Generale, 13 settembre 1978).

Amen.

Ai Membri della Fondazione AVSI per il progetto "Ospedali aperti" in Siria (3 Set 2022)
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Do il benvenuto a tutti voi, radunati in questi giorni per portare avanti la lodevole iniziativa “Ospedali Aperti” in Siria.

Ringrazio il Dottor Giampaolo Silvestri, Segretario Generale della Fondazione AVSI, per la sua introduzione.

E saluto con viva gratitudine il Cardinale Zenari, che da quattordici anni è Nunzio Apostolico in Siria.

Pensando alla Siria, vengono in mente le parole del Libro delle Lamentazioni: «Poiché è grande come il mare la tua rovina, chi potrà guarirti?» (2,13).

Sono espressioni che si riferiscono alle sofferenze di Gerusalemme e che possono far pensare anche a quelle vissute dalla popolazione siriana in questi dodici anni di sanguinoso conflitto.

Considerando il numero imprecisato di morti e feriti, le distruzioni di interi quartieri e villaggi, e delle principali infrastrutture, tra cui anche quelle ospedaliere, viene spontaneo chiedersi: “Chi potrà ora guarirti, Siria?”.

Quella siriana, a detta degli osservatori internazionali, rimane una delle più gravi crisi nel mondo, con distruzioni, crescenti bisogni umanitari, collasso socio-economico, povertà e fame a livelli gravissimi.

Ho ricevuto in dono l’opera di un artista, che, ispirandosi a una fotografia, a volti reali, ritrae un papà siriano, stremato di forze, che porta il suo bambino sulle spalle.

È uno dei circa quattordici milioni di sfollati interni e rifugiati, ossia più di metà della popolazione siriana di prima del conflitto.

È un’immagine impressionante di tante sofferenze patite dalla popolazione siriana.

Di fronte a questa immensa sofferenza, la Chiesa è chiamata ad essere un “ospedale da campo”, per curare le ferite sia spirituali sia fisiche.

Pensiamo a quello che leggiamo nel Vangelo: «Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati.

Tutta la città era riunita davanti alla porta.

Guarì molti che erano affetti da varie malattie» (Mc 1,32-34; cfr Lc 4,40).

Il Signore che guarisce.

E la Chiesa, fin dal tempo degli Apostoli, è rimasta fedele al mandato di Gesù: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni.

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).

Gli Atti degli Apostoli ci raccontano che «portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro» (5,15) e li guarisce.

Facendo tesoro di questa eredità, ho esortato più volte i sacerdoti, specialmente il Giovedì Santo, a toccare le ferite, i peccati, le angustie della gente (cfr Omelia nella Messa Crismale, 18 aprile 2019).

Toccare.

E ho incoraggiato tutti i fedeli a toccare le piaghe di Gesù, che sono i tanti problemi, le difficoltà, le persecuzioni, le malattie delle persone che soffrono (cfr Regina Caeli, 28 aprile 2019; Evangelii gaudium, 24), e le guerre.

Cari amici, la vostra iniziativa “Ospedali Aperti”, impegnata a sostenere i tre Ospedali cattolici, operanti in Siria da cent’anni, e quattro ambulatori, è sorta sotto il patrocinio del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ed è sostenuta dalla generosità di Istituzioni ecclesiali – Papal Foundation e qualche Conferenza Episcopale –, di qualche ente governativo – quello ungherese e quello italiano –, di Istituzioni umanitarie cattoliche e di tante persone generose.

Ospedali Aperti” è il vostro programma.

Aperti a malati poveri, senza distinzione di appartenenza etnica e religiosa.

Questa caratteristica esprime una Chiesa che vuol essere casa con le porte aperte e luogo di fratellanza umana.

Nelle nostre istituzioni assistenziali-caritative, le persone, soprattutto i poveri, devono sentirsi “a casa” e sperimentare un clima di accoglienza dignitosa.

E allora, come avete giustamente sottolineato, il frutto raccolto è duplice: curare i corpi e ricucire il tessuto sociale, promuovendo quel mosaico di convivenza esemplare tra vari gruppi etnico-religiosi caratteristico della Siria.

A questo proposito, è significativo che i tantissimi musulmani assistiti nei vostri ospedali sono i più riconoscenti.

Questa vostra iniziativa, insieme ad altre che sono state promosse dalle Chiese in Siria, sboccia dalla creatività dell’amore, o, come diceva San Giovanni Paolo II, dalla «fantasia della carità» (Lett.

ap.

Novo millennio ineunte, 50).

Oggi mi avete regalato una bella icona di Gesù Buon Samaritano.

Quel malcapitato della parabola evangelica, derubato e lasciato mezzo morto sul ciglio della strada, può essere un’altra immagine drammatica della Siria, aggredita, derubata e abbandonata mezza morta ai bordi della strada.

Ma non dimenticata e abbandonata da Cristo, il Buon Samaritano, e da tanti buoni samaritani: singole persone, associazioni, istituzioni.

Alcune centinaia di questi buoni samaritani, tra cui alcuni volontari, hanno perso la vita soccorrendo il prossimo.

A loro va tutta la nostra riconoscenza.

Nell’Enciclica Fratelli tutti ho scritto: «La storia del Buon Samaritano si ripete: l’incuranza sociale e politica fa di molti luoghi del mondo delle strade desolate, dove le dispute interne e internazionali e i saccheggi di opportunità lasciano tanti emarginati a terra sul bordo della strada» (n.

71).

E invitavo a riflettere: «Tutti abbiamo una responsabilità riguardo a quel ferito che è il popolo stesso e tutti i popoli della terra» (n.

79).

Di fronte a tante e gravi necessità, sentiamo tutto il limite delle nostre possibilità di intervento.

Ci sentiamo un po’ come i discepoli di Gesù di fronte alla numerosa folla da sfamare: «Non abbiamo altro che cinque pani e due pesci; ma che cosa è questo per tanta gente?» (Gv 6,5-9).

Una goccia d’acqua nel deserto, verrebbe da dire.

Tuttavia anche il pietroso deserto siriano, dopo le prime piogge di primavera, si ammanta di una coltre di verde.

Tante piccole gocce, tanti fili d’erba!

Carissimi, vi ringrazio per il vostro lavoro e vi benedico di cuore.

Andate avanti! Che i malati possano essere curati, che la speranza possa rinascere, che il deserto possa rifiorire! Lo chiedo a Dio per voi e con voi.

E, per favore, non dimenticatevi di pregare anche per me.

Grazie.

(Dopo la benedizione)

Questa sarà l’immagine, di questo papà siriano che fugge con il figlio, che a me ha fatto venire in mente quando San Giuseppe è dovuto fuggire in Egitto: non se n’è andato in carrozza, no, era così, fuggendo precariamente.

L’originale di questa immagine me l’ha regalata l’autore che è un artista piemontese; io vorrei offrirla a voi perché guardando questo papà siriano e suo figlio pensiate a questa fuga in Egitto di ogni giorno, di questo popolo che soffre tanto.

Grazie.

Decreto per il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta (S.M.O.M.) (3 Set 2022)
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Il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta ha sempre goduto di particolare tutela da parte della Sede Apostolica.

I Romani Pontefici in numerose occasioni – a partire dal Papa Pasquale II, che con la Bolla Pie postulatio voluntatis ha approvato detto Ordine, assicurandogli protezione e concedendogli diritti e privilegi – sono intervenuti per affermare l’identità, per mantenere l’operatività, per aiutare a superare le crisi, nonché per garantire l’esistenza e lo sviluppo dell’Ordine gerosolomitano, anche nelle sue prerogative di sovranità nell’ambito internazionale.

A tenore della Sentenza del 24 gennaio 1953, emessa dal Tribunale Cardinalizio istituito il 10 dicembre 1951 con chirografo del mio predecessore Papa Pio XII, di venerata memoria, le “prerogative inerenti all’Ordine […] come soggetto di diritto internazionale […], che sono proprie della sovranità, […] non costituiscono tuttavia nell’Ordine quel complesso di poteri e prerogative, che è proprio degli Enti sovrani nel senso pieno della parola”.

Infatti, l’Ordine è “un Ordine religioso, approvato dalla Santa Sede […].

Esso persegue, oltre la santificazione dei suoi membri, anche fini religiosi, caritativi e assistenziali”.

Inoltre, “Le due qualità di Ordine sovrano e di Ordine religioso […] sono intimamente connesse tra di loro.

La qualità di Ordine sovrano della Istituzione è funzionale, ossia diretta ad assicurare il raggiungimento dei fini dell’Ordine stesso e il suo sviluppo nel mondo” (Acta Apostolicae Sedis 45 [1953], 765-767).

Quindi, essendo un Ordine religioso, dipende, nelle sue diverse articolazioni, dalla Santa Sede.

Con paterna sollecitudine e premura ho seguito in questi anni il cammino dell’Ordine, apprezzando le opere realizzate in varie parti del mondo, anche grazie al generoso contributo di Membri e Volontari, e constatando altresì la necessità di avviare un profondo rinnovamento spirituale, morale e istituzionale di tutto l’Ordine, specialmente e non solo dei Membri del Primo Ceto, ma anche di quelli del Secondo Ceto.

A tal fine ho affidato al mio Delegato Speciale, Cardinale Silvano Maria Tomasi, c.s., quest’importante opera di riforma, come pure la revisione della Carta Costituzionale e del Codice Melitense e la preparazione del Capitolo Generale Straordinario.

Molti sono stati i passi compiuti, ma altrettanti gli impedimenti e difficoltà incontrati lungo il cammino.

Dopo aver ascoltato e dialogato con vari rappresentanti dell’Ordine, è giunto il momento di portare a termine il processo di rinnovamento avviato, nella fedeltà al carisma originario.

Per tutelare l’unità ed il maggior bene del Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta:

 

PROMULGO

 

la nuova Carta Costituzionale ed il relativo Codice Melitense, da me approvati, disponendone l’immediata entrata in vigore, e

 

DECRETO

 

1.    La revoca delle Alte Cariche;

2.    lo scioglimento dell’attuale Sovrano Consiglio;

3.    la costituzione di un Sovrano Consiglio provvisorio, formato dai seguenti membri:

-        S.E.

Fra’ Emmanuel Rousseau - Gran Commendatore

-        S.E.

Riccardo Paternò di Montecupo - Gran Cancelliere

-        S.E.

Fra’ Alessandro de Franciscis - Grand’Ospedaliere

-        S.E.

Fabrizio Colonna - Ricevitore del Comun Tesoro;

e da:

-        S.E.

Fra’ Roberto Viazzo

-        S.E.

Fra’ Richard Wolff

-        S.E.

Fra’ John Eidinow

-        S.E.

Fra’ João Augusto Esquivel Freire de Andrade

-        S.E.

Fra’ Mathieu Dupont

-        S.E.

Antonio Zanardi Landi

-        S.E.

Michael Grace

-        S.E.

Francis Joseph McCarthy

-        S.E.

Mariano Hugo Windisch-Graetz;

4.    la convocazione del Capitolo Generale Straordinario per il 25 gennaio 2023, festa della Conversione di San Paolo, il quale si svolgerà in ottemperanza al nuovo Regolamento da me approvato.

Il Capitolo Generale Straordinario sarà preparato dal mio Delegato Speciale e dal Luogotenente di Gran Maestro, coadiuvati dal Sovrano Consiglio provvisorio;

Confermo tutte le facoltà attribuite in passato al mio Delegato Speciale fino alla conclusione del Capitolo Generale Straordinario, che sarà co-presieduto da Lui e dal Luogotenente di Gran Maestro.

Ciò, nonostante qualsivoglia norma o disposizione di legge contraria, come pure qualsiasi privilegio o consuetudine, anche degni di nota, che possano essere contrari a questa mia decisione.

Infine, dispongo che il presente Decreto entri in vigore oggi stesso e che sia notificato a tutto l’Ordine.

Dal Vaticano, 3 settembre 2022

FRANCESCO

Ai membri dell'Associazione degli ex alunni del "Kollegium Kalksburg" di Vienna (2 Set 2022)
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Cari membri dell’associazione degli ex-alunni del Kollegium Kalksburg, buongiorno e benvenuti!

Nella vostra scuola, il Kollegium Kalksburg, avete tutti vissuto l’essere comunità, e questa esperienza continua negli incontri della vostra associazione.

Il vostro pellegrinaggio nella Città Eterna vi offre l’opportunità di rinnovare i vostri legami, nello sguardo comune verso Pietro e il suo Successore, che ha a cuore l’unità della comunità universale della Chiesa.

Che questi giorni portino frutti spirituali per voi, affinché possiate essere testimoni gioiosi del Vangelo nei vostri ambienti.

Dio benedica voi e le vostre famiglie!

 

Ai membri dell'Associazione italiana dei Professori e Cultori di Liturgia (1° Set 2022)
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Sono lieto di incontrarvi in questi giorni nei quali celebrate il 50° anniversario dell’Associazione dei professori e cultori di Liturgia.

Mi unisco a voi nel rendere grazie al Signore.

Prima di tutto, ringraziamo per coloro che, cinquant’anni fa, hanno avuto il coraggio di prendere l’iniziativa e dare vita a questa realtà; poi ringraziamo per quante e quanti vi hanno preso parte in questo mezzo secolo, offrendo il loro contributo di riflessione sulla vita liturgica della Chiesa; e ringraziamo per l’apporto che l’Associazione ha dato alla recezione in Italia della riforma liturgica ispirata dal Vaticano II.

Questo periodo di vita e di impegno corrisponde, in effetti, alla stagione ecclesiale di questa riforma liturgica: un processo che ha conosciuto diverse fasi, da quella iniziale, caratterizzata dall’edizione dei nuovi libri liturgici, a quelle articolate della sua recezione nei decenni successivi.

Quest’opera di accoglimento è tutt’ora in corso e ci vede tutti impegnati nell’approfondimento che richiede tempo e cura, una cura appassionata e paziente; richiede intelligenza spirituale e intelligenza pastorale; richiede formazione, per una sapienza celebrativa che non si improvvisa e va continuamente affinata.

Al servizio di questo compito si è posta, e mi auguro continui a porsi, con slancio rinnovato, anche la vostra attività di studio e di ricerca.

Vi incoraggio pertanto a portarla avanti nel dialogo tra di voi e con altri, perché anche la teologia può e deve avere uno stile sinodale, coinvolgendo le diverse discipline teologiche e delle scienze umane, “facendo rete” con le istituzioni che, anche al di fuori dell’Italia, coltivano e promuovono gli studi liturgici.

In questo senso si capisce – ed è indispensabile – il vostro proposito di mantenervi in ascolto delle comunità cristiane, così che il vostro lavoro non sia mai separato dalle attese e dalle esigenze del popolo di Dio.

Questo popolo – di cui noi siamo parte! – ha sempre bisogno di formarsi, di crescere, eppure in sé stesso possiede quel senso di fede – il sensus fidei – che lo aiuta a discernere ciò che viene da Dio e che realmente conduce a Lui (cfr Esort.

ap.

Evangelii gaudium, 119), anche in ambito liturgico.

La liturgia è opera di Cristo e della Chiesa, e in quanto tale è un organismo vivente, come una pianta, non può essere trascurata o maltrattata.

Non è un monumento di marmo o di bronzo, non è una cosa da museo.

La liturgia è viva come una pianta, e va coltivata con cura.

E inoltre la liturgia è gioiosa, con la gioia dello Spirito, non di una festa mondana, con la gioia dello Spirito.

Per questo non si capisce, per esempio, una liturgia dal tono funebre, non va.

È gioiosa sempre, perché canta la lode al Signore.

Per questo motivo, il vostro lavoro di discernimento e di ricerca non può disgiungere la dimensione accademica da quella pastorale e spirituale.

«Uno dei contributi principali del Concilio Vaticano II è stato proprio quello di cercare di superare il divorzio tra teologia e pastorale, tra fede e vita» (Cost.

ap.

Veritatis gaudium, 2).

Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di una visione alta della liturgia, tale da non ridursi a disquisizioni di dettaglio rubricale: una liturgia non mondana, ma che faccia alzare gli occhi al cielo, per sentire che il mondo e la vita sono abitati dal Mistero di Cristo; e nello stesso tempo una liturgia con “i piedi per terra”, propter homines, non lontana dalla vita.

Non con quella esclusività mondana, no, questa non c’entra.

Seria, vicina alla gente.

Le due cose insieme: rivolgere lo sguardo al Signore senza girare le spalle al mondo.

Recentemente, nella Lettera Desiderio desideravi sulla formazione liturgica, ho sottolineato la necessità di trovare canali adeguati per uno studio della liturgia che oltrepassi l’ambito accademico e raggiunga il popolo di Dio.

A partire dal movimento liturgico, molto è stato fatto in tal senso, con contributi preziosi di tanti studiosi e varie istituzioni accademiche.

Mi piace ricordare con voi la figura di Romano Guardini, che si è distinto per la sua capacità di diffondere le acquisizioni del movimento liturgico al di fuori dell’ambito accademico, in modo accessibile, alla mano, perché ogni fedele – a partire dai giovani – potesse crescere nella conoscenza viva ed esperienziale del senso teologico e spirituale della liturgia.

La sua figura e il suo approccio all’educazione liturgica, tanto moderno quanto classico, sia per voi punto di riferimento, perché il vostro studio unisca intelligenza critica e sapienza spirituale, fondamento biblico e radicamento ecclesiale, apertura all’interdisciplinarietà e attitudine pedagogica.

Il progresso nella comprensione e anche nella celebrazione liturgica dev’essere sempre radicato nella tradizione, che ti porta sempre avanti in quel senso che il Signore vuole.

C’è uno spirito che non è quello della vera tradizione: lo spirito mondano dell’“indietrismo”, oggi alla moda: pensare che andare alle radici significa andare indietro.

No, sono cose diverse.

Se tu vai alle radici, le radici ti portano su, sempre.

Come l’albero, che cresce da quello che gli viene dalle radici.

E la tradizione è proprio andare alle radici, perché è la garanzia del futuro, come diceva Mahler.

Invece, l’indietrismo è andare indietro due passi perché è meglio il “sempre si è fatto così”.

È una tentazione nella vita della Chiesa che ti porta a un restaurazionismo mondano, travestito di liturgia e teologia, ma è mondano.

E l’indietrismo sempre è mondanità: per questo l’autore della Lettera agli Ebrei dice: “Noi non siamo gente che va indietro”.

No, tu vai avanti, secondo la linea che ti dà la tradizione.

Andare indietro è andare contro la verità e anche contro lo Spirito.

Fare bene questa distinzione.

Perché in liturgia ci sono tanti che si dicono “secondo la tradizione”, ma non è così: al massimo saranno tradizionalisti.

Un altro diceva che la tradizione è la fede viva dei morti, il tradizionalismo è la fede morta di alcuni vivi.

Uccidono quel contatto con le radici andando indietro.

State attenti: oggi la tentazione è l’indietrismo travestito di tradizione.

E, infine, la cosa forse più importante: che il vostro studio della liturgia sia impregnato di preghiera e di esperienza viva della Chiesa che celebra, così che liturgia “pensata” sgorghi sempre, come da una linfa vitale, dalla liturgia vissuta.

La teologia si fa con la mente aperta e nello stesso tempo “in ginocchio” (cfr Veritatis gaudium, 3).

Questo vale per tutte le discipline teologiche, ma tanto più per la vostra, che ha per oggetto l’atto di celebrare la bellezza e la grandezza del mistero di Dio che si dona a noi.

Con questo augurio, benedico di cuore tutti voi e il vostro cammino.

E vi chiedo per favore di pregare per me.

Grazie.

Ai partecipanti al Capitolo Generale dei Padri di Schönstatt (1° Set 2022)
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Cari padri di Schönstatt,

Ringrazio il nuovo Superiore Generale, padre Alexandre Awi Mello, per le sue cortesi parole, come pure per il suo servizio come segretario nel Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

E in altri servizi precedenti, perché questo l’ho conosciuto “da piccolo” (“de podrillo”), sei stato mio segretario ad Aparecida, poi mia guida nella visita a Rio de Janeiro, infine mio segretario causae.

Grazie per la tua collaborazione durante questi ultimi anni in comunione con il Successore di Pietro, a favore di tutta la Chiesa.

Ti auguro un ministero fecondo in questa nuova responsabilità che ti viene affidata.

Desidero anche ringraziare Catoggio, ti rimandasse in Africa.

Grazie.

Grazie.

Cari padri della comunità di Schönstatt, prego lo Spirito Santo affinché faccia fruttificare tutti gli sforzi che avete compiuto durante il Capitolo Generale.

Il mistero della redenzione che Nostro Signore ha realizzato a favore di tutta l’umanità e del mondo intero, ha la nota caratteristica della parola ebraica berith, patto, o alleanza.

Il sangue di Gesù versato sulla Croce e offerto in sacrificio di amore per tutti noi (cfr.

Mc 14, 24; 1 Cor 11, 25) ha costituito un rapporto irrevocabile tra Dio e gli uomini: un’alleanza di amore, un’alleanza di salvezza.

E voi, cari fratelli, realizzate un bel servizio alla Chiesa e al mondo, specialmente accompagnando le famiglie nei diversi eventi e vicissitudini che attraversano, annunciando a tutti i membri la bellezza dell’“Alleanza di Amore” che il Signore ha stabilito con il suo popolo.

Oggigiorno sono molti i matrimoni in crisi, i giovani tentati, gli anziani dimenticati, i bambini che soffrono.

E voi siete portatori di un messaggio di speranza in queste situazioni oscure che attraversa ogni tappa della vita.

E ciò avanza un po’ unito a quel saccheggio dei valori umani, un saccheggio che stanno selvaggiamente facendo le colonizzazioni ideologiche di ogni tipo.

Sì, il mondo esige sempre più da voi che diamo risposte agli interrogativi e alle inquietudini degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Vediamo spesso che la natura della famiglia è attaccata da diverse ideologie, che fanno vacillare le fondamenta che sostengono la personalità dell’essere umano e, in generale, tutta la società.

Inoltre, in seno alle famiglie, in molte occasioni si constata una distanza di comprensione tra gli anziani e i giovani.

Recentemente, nelle catechesi del mercoledì, ho affermato che l’alleanza tra le generazioni, ossia degli anziani con i bambini, è ciò che può salvare l’umanità (cfr.

Catechesi dell’udienza generale, 17 agosto 2022), poiché in tal modo si conserva l’identità personale e familiare; non si eredita solamente un patrimonio genetico o un cognome, ma anche e soprattutto si eredita la saggezza di ciò che significa essere umano, secondo il progetto di Dio.

Il mistero della nostra redenzione è quindi intimamente legato anche all’esperienza vissuta dell’amore nelle famiglie.

E non dimentichiamo che in ultima istanza la fede si trasmette sempre in dialetto attraverso le famiglie, attraverso gli anziani, i nonni.

Penso al modello che ci offre la Santa Famiglia, e specialmente la Vergine Maria, che si prende cura con un amore tenero e dedito di tutti i suoi figli e le sue figlie, soprattutto di quelli più poveri, nel corpo e nello spirito.

Lei, nel bell’inno del Magnificat confessa le prodezze del Signore, che «ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1, 52-53), facendo riferimento alla promessa, all’alleanza fatta con i “nostri padri” nella fede (cfr.

Lc 1, 55).

La Beata Vergine Maria, venerata con grande amore da ogni membro della comunità di Schönstatt con il titolo di “Madre Tre Volte Ammirevole”, è un modello fondamentale per tutti, che spinge a creare ponti fondati sulla carità fraterna e sulla comunione dei beni con i più bisognosi, e al tempo stesso ci dà saggezza e coraggio per andare incontro a quanti si sono allontananti dall’amicizia con il Signore, per recuperarli con la testimonianza della vita nuova in Cristo, caratterizzata dalla misericordia.

Sul mio comodino è intronizzata la statuetta della Vergine, l’ha messa lì Alexandre, e dopo quindici giorni ha portato anche una corona per incoronarla.

Ossia che ho tutta la cerimonia fatta della vostra “setta” [risate].

Così ogni volta che entro nella mia camera da letto è la prima cosa che vedo e devo ricordarmi di voi.

Vi incoraggio, cari fratelli, ad andare avanti nei vostri apostolati, rinnovandovi sempre con la grazia dello Spirito Santo e mostrando coraggio per aprire cammini nuovi al servizio delle famiglie, per far risplendere la bellezza dell’Alleanza — Alleanza, la bellezza dell’Alleanza — stabilita tra Dio e gli uomini, con la spiritualità e l’esperienza vissuta dei valori cristiani.

Che Nostro Signore Gesù Cristo, con la mediazione della Mater Admirabilis, conceda sempre a tutti i membri della comunità di Schönstatt frutti abbondanti di santità.

E per favore non dimenticatevi di pregare per me.

Grazie.

 

Udienza Generale del 31 Ago 2022 - Catechesi sul Discernimento: 1. Che cosa significa discernere?
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Catechesi sul Discernimento: 1. Che cosa significa discernere?

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Iniziamo oggi, un nuovo ciclo di catechesi: abbiamo finito le catechesi sulla vecchiaia, adesso iniziamo un nuovo ciclo sul tema del discernimento.

Discernere è un atto importante che riguarda tutti, perché le scelte sono parte essenziale della vita.

Discernere le scelte.

Si sceglie un cibo, un vestito, un percorso di studi, un lavoro, una relazione.

In tutto questo si concretizza un progetto di vita, e anche si concretizza la nostra relazione con Dio.

Nel Vangelo, Gesù parla del discernimento con immagini tratte dalla vita ordinaria; ad esempio, descrive i pescatori che selezionano i pesci buoni e scartano quelli cattivi; o il mercante che sa individuare, tra tante perle, quella di maggior valore.

O colui che, arando un campo, si imbatte in qualcosa che si rivela essere un tesoro (cfr Mt 13,44-48).

Alla luce di questi esempi, il discernimento si presenta come un esercizio di intelligenza, e anche di perizia e anche di volontà, per cogliere il momento favorevole: queste sono le condizioni per operare una buona scelta.

Ci vuole intelligenza, perizia e anche volontà per fare una buona scelta.

E c’è anche un costo richiesto perché il discernimento possa diventare operativo.

Per svolgere al meglio il proprio mestiere, il pescatore mette in conto la fatica, le lunghe notti trascorse in mare, e poi il fatto di scartare parte del pescato, accettando una perdita del profitto per il bene di coloro a cui è destinato.

Il mercante di perle non esita a spendere tutto per comprare quella perla; e lo stesso fa l’uomo che si è imbattuto in un tesoro.

Situazioni inattese, non programmate, dove è fondamentale riconoscere l’importanza e l’urgenza di una decisione da prendere.

Le decisioni le deve prendere ognuno; non c’è uno che le prende per noi.

Ad un certo punto gli adulti, liberi, possono chiedere consiglio, pensare, ma la decisione è propria; non si può dire: “Ho perso questo, perché ha deciso mio marito, ha deciso mia moglie, ha deciso mio fratello”: no! Tu devi decidere, ognuno di noi deve decidere, e per questo è importante saper discernere: per decidere bene è necessario saper discernere.

Il Vangelo suggerisce un altro aspetto importante del discernimento: esso coinvolge gli affetti.

Chi ha trovato il tesoro non avverte la difficoltà di vendere tutto, tanto grande è la sua gioia (cfr Mt 13,44).

Il termine impiegato dall’evangelista Matteo indica una gioia del tutto speciale, che nessuna realtà umana può dare; e difatti ritorna in pochissimi altri passi del Vangelo, che rimandano tutti all’incontro con Dio.

È la gioia dei Magi quando, dopo un lungo e faticoso viaggio, rivedono la stella (cf Mt 2,10); la gioia, è la gioia delle donne che tornano dal sepolcro vuoto dopo aver ascoltato l’annuncio della risurrezione da parte dell’angelo (cfr Mt 28,8).

È la gioia di chi ha trovato il Signore.

Prendere una bella decisione, una decisone giusta, ti porta sempre a quella gioia finale; forse nel cammino si deve soffrire un po' l’incertezza, pensare, cercare, ma alla fine la decisione giusta ti benefica di gioia.

Nel giudizio finale Dio opererà un discernimento - il grande discernimento - nei nostri confronti.

Le immagini del contadino, del pescatore e del mercante sono esempi di ciò che accade nel Regno dei cieli, un Regno che si manifesta nelle azioni ordinarie della vita, che richiedono di prendere posizione.

Per questo è così importante saper discernere: le grandi scelte possono nascere da circostanze a prima vista secondarie, ma che si rivelano decisive.

Per esempio, pensiamo al primo incontro di Andrea e Giovanni con Gesù, un incontro che nasce da una semplice domanda: “Rabbì, dove abiti?” – “Venite e vedrete” (cfr Gv 1,38-39), dice Gesù.

Uno scambio brevissimo, ma è l’inizio di un cambiamento che, passo a passo, segnerà tutta la vita.

A distanza di anni, l’Evangelista continuerà a ricordare quell’incontro che lo ha cambiato per sempre, ricorderà anche l’ora: «Erano circa le quattro del pomeriggio» (v.

39).

È l’ora in cui il tempo e l’eterno si sono incontrati nella sua vita.

E in una decisione buona, giusta, si incontra la volontà di Dio con la nostra volontà; si incontra il cammino attuale con l’eterno.

Prendere una giusta decisione, dopo una strada di discernimento, è fare questo incontro: il tempo con l’eterno.

Pertanto: conoscenza, esperienza, affetti, volontà: ecco alcuni elementiindispensabili del discernimento.

Nel corso di queste catechesi ne vedremo altri, altrettanto importanti.

Il discernimento – come dicevo – comporta una fatica.

Secondo la Bibbia, noi non ci troviamo davanti, già impacchettata, la vita che dobbiamo vivere: no! Dobbiamo deciderla continuamente, secondo le realtà che vengono.

Dio ci invita a valutare e a scegliere: ci ha creato liberi e vuole che esercitiamo la nostra libertà.

Per questo, discernere è impegnativo.

Abbiamo fatto spesso questa esperienza: scegliere qualcosa che ci sembrava bene e invece non lo era.

Oppure sapere quale fosse il nostro vero bene e non sceglierlo.

L’uomo, a differenza degli animali, può sbagliarsi, può non voler scegliere in maniera corretta e la Bibbia lo mostra fin dalle sue prime pagine.

Dio dà all’uomo una precisa istruzione: se vuoi vivere, se vuoi gustare la vita, ricordati che sei creatura, che non sei tu il criterio del bene e del male e che le scelte che farai avranno una conseguenza, per te, per altri e per il mondo (cfr Gen 2,16-17); puoi rendere la terra un giardino magnifico o puoi farne un deserto di morte.

Un insegnamento fondamentale: non a caso è il primo dialogo tra Dio e l’uomo.

Il dialogo è: il Signore dà la missione, tu devi fare questo e questo; e l’uomo ogni passo che fa deve discernere quale decisione prendere.

Il discernimento è quella riflessione della mente, del cuore che noi dobbiamo fare prima di prendere una decisione.

Il discernimento è faticoso ma indispensabile per vivere.

Richiede che io mi conosca, che sappia cosa è bene per me qui e ora.

Richiede soprattutto un rapporto filiale con Dio.

Dio è Padre e non ci lascia soli, è sempre disposto a consigliarci, a incoraggiarci, ad accoglierci.

Ma non impone mai il suo volere.

Perché? Perché vuole essere amato e non temuto.

E anche Dio ci vuole figli non schiavi: figli liberi.

E l’amore si può vivere solo nella libertà.

Per imparare a vivere si deve imparare ad amare, e per questo è necessario discernere: cosa posso fare adesso, davanti a questa alternativa? Che sia un segnale di più amore, di più maturità nell’amore.

Chiediamo che lo Spirito Santo ci guidi! Invochiamolo ogni giorno, specialmente quando dobbiamo fare delle scelte.

Grazie.

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Saluti

Je salue cordialement les pèlerins de langue française présents à cette audience, en particulier les fidèles syriaques catholiques de la Mission de la Sainte Famille de Lyon.

Le discernement est ardu mais indispensable pour vivre.

Il exige de nous connaître, de savoir ce qui est bon pour nous, ici et maintenant.

Par-dessus tout, il exige une relation filiale avec Dieu.

Parce qu'il veut être aimé et non craint, Dieu n'impose jamais sa volonté.

Mais il est Père et ne nous laisse pas seuls, toujours prêt à nous conseiller, à nous encourager, à nous accueillir.

Que l’Esprit-Saint guide nos choix quotidiens, et vous bénisse !

[Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese presenti a questa udienza, in particolare i fedeli siriaco-cattolici della Missione della Santa Famiglia di Lione.

Il discernimento è difficile ma indispensabile per vivere.

Richiede di conoscere noi stessi, di sapere cosa è bene per noi, qui e ora.

Soprattutto, richiede un rapporto filiale con Dio.

Perché vuole essere amato e non temuto, Dio non impone mai la sua volontà.

Ma Egli è Padre e non ci lascia soli; è sempre pronto a consigliarci, a incoraggiarci, ad accoglierci.

Lo Spirito Santo guidi le nostre scelte quotidiane.

Il Signore vi benedica!]

I greet the English-speaking pilgrims taking part in today’s Audience, especially those from Malta, Nigeria and the United States of America.

Upon all of you, and your families, I invoke the Holy Spirit’s gifts of wisdom, joy and peace.

God bless you all!

[Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Malta, Nigeria e Stati Uniti d’America.

Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco i doni di sapienza, di gioia e di pace elargiti dallo Spirito Santo.

Dio vi benedica!]

Von Herzen grüße ich die Pilger deutscher Sprache.

Bitten wir täglich um die Gabe des Heiligen Geistes, auf dass er uns helfe, alle unsere kleinen und großen Entscheidungen am Willen Gottes auszurichten.

So finden wir zur wahren Freiheit und zur Fülle des Lebens.

[Saluto di cuore i pellegrini di lingua tedesca.

Chiediamo ogni giorno il dono dello Spirito Santo, affinché ci aiuti a orientare tutte le nostre piccole e grandi decisioni secondo la volontà di Dio.

In questo modo troveremo la vera libertà e la pienezza di vita.

A tutti la mia benedizione.]

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española.

Hay tantos mexicanos aquí; uruguayos, colombianos, salteños, argentinos.

Quiero expresar mi cercanía de modo especial a todos los que el día de ayer celebraron a Santa Rosa de Lima como su patrona, particularmente a los enfermeros y enfermeras del Perú.

Pidamos al Señor que nos dé la gracia de saber discernir con libertad y amor, en los acontecimientos de la vida diaria.

Que Dios los bendiga.

Muchas gracias.

Saúdo cordialmente os fiéis de língua portuguesa, em particular a tripulação do Navio-Escola “Brasil”.

Irmãos e irmãs, não deixeis jamais de pedir a ajuda do Espírito Santo – guia segura para um bom discernimento – em cada escolha que tenhais de fazer.

Que Deus vos abençoe!

[Saluto cordialmente i fedeli di lingua portoghese, in particolare l’equipaggio della Nave-scuola “Brasil”.

Fratelli e sorelle, non mancate di chiedere l’aiuto dello Spirito Santo in ogni scelta che dovere fare.

Egli è guida sicura per un buon discernimento.

Dio vi benedica!]

أُحَيِّي المؤمِنينَ الناطِقينَ باللغَةِ العربِيَّة.

اللهُ أبٌ ولا يَترُكُنا وَحدَنا، وهوَ مُستَعِدٌّ دائمًا لأن يَنصَحَنا، وَيُشَجِّعَنا، وَيُرَحِّبَ بنا.

وهوَ لا يَفرِضُ إرادَتَهُ علينا أبدًا، لأنَّه يريدُ أن نُحِبَّهُ، لا أنْ نَخافَهُ.

لِهذا هوَ يَدعُونا إلى أنْ نُقَيِّمَ ونختار، فَقَدْ خَلَقَنَا أحرارًا وَيُريدُنا أنْ نُمارِسَ حُرِيَّتَنا.

باركَكُم الرّبُّ جَميعًا وحَماكُم دائِمًا مِن كُلِّ شَرّ!

[Saluto i fedeli di lingua araba.

Dio è Padre e non ci lascia soli, è sempre disposto a consigliarci, a incoraggiarci, ad accoglierci, e non impone mai il suo volere, perché vuole essere amato e non temuto.

Per questo ci invita a valutare e a scegliere, poiché Egli ci ha creato liberi e vuole che esercitiamo la nostra libertà.

Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!]

Pozdrawiam serdecznie wszystkich Polaków.

Jutro będziecie wspominać rocznicę wybuchu II wojny światowej, która tak boleśnie naznaczyła naród polski.

A dzisiaj żyjemy w trzeciej.

Niech pamięć o minionych doświadczeniach determinuje was do pielęgnowania pokoju w sobie, w rodzinach, w życiu społecznym i międzynarodowym.

Módlmy się w szczególny sposób za naród ukraiński.

Niech Maryja wspiera was w codziennym wybieraniu dobra, sprawiedliwości i solidarności z potrzebującymi, rodząc w sercach nadzieję, radość i wewnętrzną wolność.

Z serca wam błogosławię.

[Saluto cordialmente tutti i polacchi.

Domani ricorderete lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che ha segnato così dolorosamente la nazione polacca.

E oggi stiamo vivendo la Terza.

La memoria delle esperienze passate vi spinga a coltivare la pace in voi stessi, nelle famiglie, nella vita sociale e internazionale.

Preghiamo in modo speciale per il popolo ucraino.

Maria vi sostenga nella scelta quotidiana di bontà, giustizia e solidarietà con i bisognosi, generando nei vostri cuori speranza, gioia e libertà interiore.

Vi benedico di cuore.]

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APPELLI

Domani celebreremo la Giornata Mondiale di Preghiera per il Creato, e l’inizio del Tempo del Creato, che si concluderà il 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi.

Il tema di quest’anno, “Ascolta la voce del creato”, possa favorire in tutti l’impegno concreto a prendersi cura della nostra casa comune.

In balia dei nostri eccessi consumistici, la sorella madre terra geme e ci implora di fermare i nostri abusi e la sua distruzione.

Durante questo Tempo del Creato, preghiamo affinché i vertici COP27 e COP15 dell’ONU possano unire la famiglia umana nell’affrontare decisamente la doppia crisi del clima e della riduzione della biodiversità.

* * *

Seguo con preoccupazione i violenti avvenimenti verificatisi a Baghdad negli ultimi giorni.

Domandiamo a Dio nella preghiera di donare pace alla popolazione irachena.

L’anno scorso ho avuto la gioia di visitarla, e ho sentito da vicino il grande desiderio di normalità e di convivenza pacifica tra le diverse comunità religiose che la compongono.

Dialogo e fraternità sono la via maestra per affrontare le attuali difficoltà e arrivare a questa meta.

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.

In particolare, saluto i numerosi gruppi della Cresima, tra cui quello della Diocesi di Chiavari.

Cari ragazzi, solo Cristo ha parole di vita eterna.

Vi auguro di seguirlo sempre con entusiasmo e di testimoniare il Vangelo con gioia ogni giorno della vostra vita, sorretti dalla forza dello Spirito Santo.

Saluto con affetto i fedeli di Rieti e di Amatrice.

La vostra presenza evoca alla mia mente il terremoto del 24 agosto di 6 anni fa che ha colpito Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto.

Nel ricordare nella preghiera i morti, rinnovo sentita vicinanza ai familiari.

Auspico che prosegua l’aiuto delle istituzioni e delle persone di buona volontà, affinché la vita possa rinascere in questi territori.

Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli.

Tutti invito a trovare ogni giorno coraggio e speranza in Dio per vivere in pienezza la rispettiva vocazione.

Di cuore vi benedico!

Santa Messa con i nuovi Cardinali e il Collegio Cardinalizio (30 Ago 2022)
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Le Letture di questa celebrazione – proprie del formulario “per la Chiesa” – ci presentano un duplice stupore: quello di Paolo di fronte al disegno di salvezza di Dio (cfr Ef 1,3-14) e quello dei discepoli, tra i quali anche lo stesso Matteo, nell’incontro con Gesù risorto, che li invia in missione (cfr Mt 28,16-20).

Duplice stupore.

Inoltriamoci dentro questi due territori, dove soffia con forza il vento dello Spirito Santo, così che possiamo ripartire da questa celebrazione, e da questa convocazione cardinalizia, più capaci di “annunciare a tutti i popoli le meraviglie del Signore” (cfr Salmo resp.).

L’inno con cui si apre la Lettera agli Efesini sgorga dalla contemplazione del piano salvifico di Dio nella storia.

Come rimaniamo incantati al cospetto dell’universo che ci circonda, così ci pervade lo stupore considerando la storia della salvezza.

E se nel cosmo ogni cosa si muove o sta ferma secondo l’impalpabile forza di gravità, nel disegno di Dio attraverso i tempi tutto trova origine, sussistenza, destinazione e fine in Cristo.

Nell’inno paolino questa espressione – «in Cristo» o «in Lui» – è il cardine che sorregge tutte le fasi della storia della salvezza: in Cristo siamo stati benedetti prima della creazione; in Lui siamo stati chiamati; in Lui siamo stati redenti; in Lui ogni creatura è ricondotta all’unità, e tutti, vicini e lontani, primi e ultimi, siamo destinati, grazie all’opera dello Spirito Santo, ad essere a lode della gloria di Dio.

Di fronte a questo disegno, a noi – come dice la liturgia – «si addice la lode» (Resp.

Lodi lunedì IV sett.): lode, benedizione, adorazione, gratitudine che riconosce l’opera di Dio.

Una lode che vive di stupore, ed è preservata dal rischio di scadere nell’abitudine finché attinge la meraviglia, finché si alimenta con questo atteggiamento fondamentale del cuore e dello spirito: lo stupore.

Io vorrei domandare ad ognuno di noi, a voi cari fratelli Cardinali, a voi Vescovi, sacerdoti, consacrati, consacrate, popolo di Dio: come va il tuo stupore? Tu senti stupore, a volte? O ti sei dimenticato cosa significhi?

Questo clima di stupore è il clima che respiriamo inoltrandoci nel territorio dell’inno paolino.

Se poi ci addentriamo nel breve ma denso racconto evangelico, se insieme ai discepoli rispondiamo all’appello del Signore e ci rechiamo in Galilea – ognuno di noi ha la propria Galilea nella propria storia, quella Galilea nella quale abbiamo sentito la chiamata del Signore, lo sguardo del Signore che ci ha chiamato; tornare a quella Galilea –, se torniamo a quella Galilea, sul monte da Lui indicato, sperimentiamo un nuovo stupore.

Questa volta, a incantarci, non è il piano di salvezza in sé stesso, ma il fatto – ancora più sorprendente – che Dio ci coinvolge, in questo suo disegno: è la realtà della missione degli apostoli con Cristo risorto.

In effetti, possiamo appena immaginare con quale stato d’animo gli «undici discepoli» ascoltarono quelle parole del Signore: «Andate […] fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20); e poi la promessa finale che infonde speranza e consolazione – oggi [nella riunione del mattino] abbiamo parlato della speranza –: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (v.

20).

Queste parole del Risorto hanno ancora la forza di far vibrare i nostri cuori, a duemila anni di distanza.

Non finisce di stupirci l’insondabile decisione divina di evangelizzare il mondo a partire da quel misero gruppo di discepoli, i quali – come annota l’Evangelista – erano ancora dubbiosi (cfr v.

17).

Ma, a ben vedere, non diversa è la meraviglia che ci prende se guardiamo a noi, riuniti qui oggi, ai quali il Signore ha ripetuto quelle stesse parole, quel medesimo invio! Ognuno di noi, e noi come comunità, come Collegio.

Fratelli, questo stupore è una via di salvezza! Che Dio ce lo conservi sempre vivo, perché esso ci libera dalla tentazione di sentirci “all’altezza”, di sentirci “eminentissimi”, di nutrire la falsa sicurezza che oggi, in realtà, è diverso, non è più come agli inizi, oggi la Chiesa è grande, la Chiesa è solida, e noi siamo posti ai gradi eminenti della sua gerarchia – ci chiamano “eminenze” –… Sì, c’è del vero in questo, ma c’è anche tanto inganno, con cui il Menzognero di sempre cerca di mondanizzare i seguaci di Cristo e renderli innocui.

Questa chiamata è sotto la tentazione della mondanità, che passo a passo ti toglie la forza, ti toglie la speranza; ti impedisce di vedere lo sguardo di Gesù che ci chiama per nome e ci invia.

Questo è il tarlo della mondanità spirituale.

In verità, la Parola di Dio oggi risveglia in noi lo stupore di essere nella Chiesa, lo stupore di essere Chiesa! Torniamo a questo stupore iniziale, battesimale! Ed è questo che rende attraente la comunità dei credenti, prima per loro stessi e poi per tutti: il duplice mistero di essere benedetti in Cristo e di andare con Cristo nel mondo.

E tale stupore non diminuisce in noi con il passare degli anni, non viene meno con il crescere delle nostre responsabilità nella Chiesa.

Grazie a Dio no.

Si rafforza, si approfondisce.

Sono certo che è così anche per voi, cari fratelli che siete entrati a far parte del Collegio dei Cardinali.

E ci dà gioia il fatto che questo senso di riconoscenza ci accomuna tutti, tutti noi battezzati.

Dobbiamo essere tanto grati al Papa San Paolo VI, che ha saputo trasmetterci questo amore per la Chiesa, un amore che è prima di tutto riconoscenza, meraviglia grata per il suo mistero e per il dono di esservi ammessi, non solo, di esservi coinvolti, partecipi, di più, di esserne corresponsabili.

Nel Prologo dell’Enciclica Ecclesiam suam – quella programmatica, scritta durante il Concilio – il primo pensiero che anima il Papa è – cito – «che questa sia l’ora in cui la Chiesa deve approfondire la coscienza di se stessa, […] la propria origine, la propria missione»; e fa riferimento proprio alla Lettera agli Efesini, al «“piano provvidenziale del mistero nascosto da secoli in Dio… affinché sia manifestato… per mezzo della Chiesa” (Ef 3,9-10)».

Questo, cari fratelli e sorelle, è un ministro della Chiesa: uno che sa meravigliarsi davanti al disegno di Dio e che con questo spirito ama appassionatamente la Chiesa, pronto a servire la sua missione dove e come vuole lo Spirito Santo.

Così era Paolo apostolo – lo vediamo nelle sue Lettere –: lo slancio apostolico e la preoccupazione per le comunità in lui è sempre accompagnato, anzi, preceduto dalla benedizione piena di grata ammirazione: “Benedetto sia Dio…”, e piena di stupore.

E questo forse è la misura, il termometro della nostra vita spirituale.

Ripeto la domanda, caro fratello, cara sorella – siamo tutti insieme qui –: come va la tua capacità di stupirti? O ti sei abituato, abituata tanto, che l’hai persa? Sei capace di stupirti ancora?

Che possa essere così anche per noi! Stupirci.

Che sia così per ognuno di voi, cari fratelli Cardinali! Ci ottenga questa grazia l’intercessione della Vergine Maria, Madre della Chiesa, che guardava e portava tutte le cose in ammirazione nel suo cuore.

Così sia.

Visita pastorale a L'Aquila: Angelus, 28 Ago 2022
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Cari fratelli e sorelle!

Al termine di questa celebrazione, ci rivolgiamo alla Vergine Maria con la preghiera dell’Angelus.

Prima però desidero salutare tutti voi che avete partecipato, anche quanti hanno dovuto farlo a distanza, a casa o in ospedale o in carcere.

Ringrazio le Autorità civili per la loro presenza e per lo sforzo organizzativo.

Ringrazio di cuore il Cardinale Arcivescovo e gli altri Vescovi, i sacerdoti, le consacrate, i consacrati, le famiglie, il coro e tutti i volontari, come pure le Forze dell’ordine e la Protezione civile.

In questo luogo, che ha patito una dura calamità, voglio assicurare la mia vicinanza alle popolazioni del Pakistan colpite da alluvioni di proporzioni disastrose.

Prego per le numerose vittime, per i feriti e gli sfollati, e perché sia pronta e generosa la solidarietà internazionale.

Ed ora invochiamo la Madonna affinché, come dicevo al termine dell’omelia, ottenga per il mondo intero il perdono e la pace.

Preghiamo per il popolo ucraino e per tutti i popoli che soffrono a causa delle guerre.

Il Dio della pace ravvivi nel cuore dei responsabili delle nazioni il senso umano e cristiano di pietà, di misericordia.

Maria, Madre di misericordia e Regina della pace, prega per noi!

Visita Pastorale a L’Aquila: Santa Messa (28 Ago 2022)
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I Santi sono un’affascinante spiegazione del Vangelo.

La loro vita è il punto di vista privilegiato da cui possiamo scorgere la buona notizia che Gesù è venuto ad annunciare, e cioè che Dio è nostro Padre e ognuno di noi è amato da Lui.

Questo è il cuore del Vangelo, e Gesù è la prova di questo Amore, la sua incarnazione, il suo volto.

Oggi celebriamo l’Eucaristia in un giorno speciale per questa città e per questa Chiesa: la Perdonanza Celestiniana.

Qui sono custodite le reliquie del santo Papa Celestino V.

Quest’uomo sembra realizzare pienamente ciò che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: «Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore» (Sir 3,18).

Erroneamente ricordiamo la figura di Celestino V come “colui che fece il gran rifiuto”, secondo l’espressione di Dante nella Divina Commedia; ma Celestino V non è stato l’uomo del “no”, è stato l’uomo del “sì”.

Infatti, non esiste altro modo di realizzare la volontà di Dio che assumendo la forza degli umili, non ce n’è un altro.

Proprio perché sono tali, gli umili appaiono agli occhi degli uomini deboli e perdenti, ma in realtà sono i veri vincitori, perché sono gli unici che confidano completamente nel Signore e conoscono la sua volontà.

È infatti «ai miti che Dio rivela i suoi segreti.

[…] Dagli umili egli viene glorificato» (Sir 3,19-20).

Nello spirito del mondo, che è dominato dall’orgoglio, la Parola di Dio di oggi ci invita a farci umili e miti.

L’umiltà non consiste nella svalutazione di sé stessi, bensì in quel sano realismo che ci fa riconoscere le nostre potenzialità e anche le nostre miserie.

A partire proprio dalle nostre miserie, l’umiltà ci fa distogliere lo sguardo da noi stessi per rivolgerlo a Dio, Colui che può tutto e ci ottiene anche quanto da soli non riusciamo ad avere.

«Tutto è possibile per chi crede» (Mc 9,23).

La forza degli umili è il Signore, non le strategie, i mezzi umani, le logiche di questo mondo, i calcoli… No, è il Signore.

In tal senso, Celestino V è stato un testimone coraggioso del Vangelo, perché nessuna logica di potere lo ha potuto imprigionare e gestire.

In lui noi ammiriamo una Chiesa libera dalle logiche mondane e pienamente testimone di quel nome di Dio che è Misericordia.

Questa è il cuore stesso del Vangelo, perché la misericordia è saperci amati nella nostra miseria.

Vanno insieme.

Non si può capire la misericordia se non si capisce la propria miseria.

Essere credenti non significa accostarsi a un Dio oscuro e che fa paura.

Ce lo ha ricordato la Lettera agli Ebrei: «Non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola» (12,18-19).

No, cari fratelli e sorelle, noi ci siamo accostati a Gesù, il Figlio di Dio, che è la Misericordia del Padre e l’Amore che salva.

La misericordia è Lui, e con la misericordia può parlare soltanto la nostra miseria.

Se qualcuno di noi pensa di arrivare alla misericordia per un altro cammino che non sia la propria miseria, ha sbagliato strada.

Per questo è importante capire la propria realtà.

L’Aquila, da secoli, mantiene vivo il dono che proprio Papa Celestino V le ha lasciato.

È il privilegio di ricordare a tutti che con la misericordia, e solo con essa, la vita di ogni uomo e di ogni donna può essere vissuta con gioia.

Misericordia è l’esperienza di sentirci accolti, rimessi in piedi, rafforzati, guariti, incoraggiati.

Essere perdonati è sperimentare qui e ora ciò che più si avvicina alla risurrezione.

Il perdono è passare dalla morte alla vita, dall’esperienza dell’angoscia e della colpa a quella della libertà e della gioia.

Che questo tempio sia sempre luogo in cui ci si possa riconciliare, e sperimentare quella Grazia che ci rimette in piedi e ci dà un’altra possibilità.

Il nostro Dio è il Dio delle possibilità: “Quante volte, Signore? Una? Sette?” – “Settante volte sette”.

È il Dio che ti dà sempre un’altra possibilità.

Sia un tempio del perdono, non solo una volta all’anno, ma sempre, tutti i giorni.

È così, infatti, che si costruisce la pace, attraverso il perdono ricevuto e donato.

Partire dalla propria miseria e guardare lì, cercando come arrivare al perdono, perché anche nella propria miseria sempre troveremo una luce che è la strada per andare al Signore.

È Lui che fa la luce nella miseria.

Oggi, al mattino, per esempio, ho pensato a questo, quando eravamo arrivati a L’Aquila e non potevamo atterrare: nebbia fitta, tutto scuro, non si poteva.

Il pilota dell’elicottero girava, girava, girava… Alla fine ha visto un piccolo buco ed è entrato lì: è riuscito, un maestro.

E ho pensato alla miseria: con la miseria succede lo stesso, con la propria miseria.

Tante volte lì, guardando chi siamo, niente, meno di niente; e giriamo, giriamo… Ma a volte il Signore fa un piccolo buco: mettiti lì dentro, sono le piaghe del Signore! Lì è la misericordia, ma è nella tua miseria.

C’è il buco che nella tua miseria il Signore ti fa per potere entrare.

Misericordia che viene nella tua, nella mia, nella nostra miseria.

Cari fratelli e care sorelle, voi avete sofferto molto a causa del terremoto, e come popolo state provando a rialzarvi e a rimettervi in piedi.

Ma chi ha sofferto deve poter fare tesoro della propria sofferenza, deve comprendere che nel buio sperimentato gli è stato fatto anche il dono di capire il dolore degli altri.

Voi potete custodire il dono della misericordia perché conoscete cosa significa perdere tutto, veder crollare ciò che si è costruito, lasciare ciò che vi era più caro, sentire lo strappo dell’assenza di chi si è amato.

Voi potete custodire la misericordia perché avete fatto l’esperienza della miseria.

Ognuno nella vita, senza per forza vivere un terremoto, può, per così dire, fare esperienza di un “terremoto dell’anima”, che lo mette in contatto con la propria fragilità, i propri limiti, la propria miseria.

In questa esperienza si può perdere tutto, ma si può anche imparare la vera umiltà.

In tali circostanze ci si può lasciar incattivire dalla vita, oppure si può imparare la mitezza.

Umiltà e mitezza, allora, sono le caratteristiche di chi ha il compito di custodire e testimoniare la misericordia.

Sì, perché la misericordia, quando viene da noi è perché noi la custodiamo, e anche perché noi possiamo dare testimonianza di questa misericordia.

È un dono per me, la misericordia, per me misero, ma questa misericordia dev’essere anche trasmessa agli altri come dono da parte del Signore.

C’è però un campanello d’allarme che ci dice se stiamo sbagliando strada, e il Vangelo di oggi lo ricorda (cfr Lc 14,1.7-14).

Gesù è invitato a pranzo – abbiamo sentito – a casa di un fariseo e osserva con attenzione come molti corrono a prendere i posti migliori a tavola.

Questo gli dà lo spunto per raccontare una parabola che rimane valida anche per noi oggi: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto, per favore, e tu vai dietro!”.

Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto» (vv.

8-9).

Troppe volte si pensa di valere in base al posto che si occupa in questo mondo.

L’uomo non è il posto che detiene, l’uomo è la libertà di cui è capace e che manifesta pienamente quando occupa l’ultimo posto, o quando gli è riservato un posto sulla Croce.

Il cristiano sa che la sua vita non è una carriera alla maniera di questo mondo, ma una carriera alla maniera di Cristo, che dirà di sé stesso di essere venuto per servire e non per essere servito (cfr Mc 10,45).

Finché non comprenderemo che la rivoluzione del Vangelo sta tutta in questo tipo di libertà, continueremo ad assistere a guerre, violenze e ingiustizie, che altro non sono che il sintomo esterno di una mancanza di libertà interiore.

Lì dove non c’è libertà interiore, si fanno strada l’egoismo, l’individualismo, l’interesse, la sopraffazione e tutte queste miserie.

E prendono il comando, le miserie.

Fratelli e sorelle, che L’Aquila sia davvero capitale di perdono, capitale di pace e di riconciliazione! Che L’Aquila sappia offrire a tutti quella trasformazione che Maria canta nel Magnificat: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52); quella che Gesù ci ha ricordato nel Vangelo di oggi: «Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,11).

E proprio a Maria, da voi venerata con il titolo di Salvezza del popolo aquilano, vogliamo affidare il proposito di vivere secondo il Vangelo.

La sua materna intercessione ottenga per il mondo intero il perdono e la pace.

La consapevolezza della propria miseria e la bellezza della misericordia.

Visita Pastorale a L’Aquila: Saluto ai Familiari delle Vittime, alle Autorità e ai cittadini presenti in Piazza (28 Ago 2022)
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno, buona domenica!

Sono contento di trovarmi tra voi, e ringrazio il Cardinale Arcivescovo per il saluto che mi ha rivolto a nome di tutti.

Insieme con voi qui presenti abbraccio con affetto tutta la città e la diocesi dell’Aquila.

Ringrazio per la vostra presenza, anche delle autorità, dei carcerati, dei bambini, di tutti: il popolo di Dio.

In questo momento di incontro con voi, in particolare con i parenti delle vittime del terremoto, voglio esprimere la mia vicinanza alle loro famiglie e all’intera vostra comunità, che con grande dignità ha affrontato le conseguenze di quel tragico evento.

Anzitutto vi ringrazio per la vostra testimonianza di fede: pur nel dolore e nello smarrimento, che appartengono alla nostra fede di pellegrini, avete fissato lo sguardo in Cristo, crocifisso e risorto, che con il suo amore ha riscattato dal non-senso il dolore e la morte.

E penso a uno di voi, che mi ha scritto tempo fa, e mi diceva che aveva perso i suoi due unici figli adolescenti.

E come questo tanti, tanti.

Gesù vi ha rimessi tra le braccia del Padre, che non lascia cadere invano nemmeno una lacrima, nemmeno una!, ma tutte le raccoglie nel suo cuore misericordioso.

In quel cuore sono scritti i nomi dei vostri cari, che sono passati dal tempo all’eternità.

La comunione con loro è più viva che mai.

La morte non può spezzare l’amore, ce lo ricordo la liturgia dei defunti: “Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata” (Prefazio I).

Ma il dolore c’è, e le belle parole aiutano, ma il dolore rimane.

E con le parole non se ne va il dolore.

Soltanto la vicinanza, l’amicizia, l’affetto: camminare insieme, aiutarci come fratelli e andare avanti.

O siamo un popolo di Dio o non si risolvono i problemi dolorosi, come questo.

Mi congratulo con voi per la cura con cui avete realizzato la Cappella della Memoria.

La memoria è la forza di un popolo, e quando questa memoria è illuminata dalla fede, quel popolo non rimane prigioniero del passato, ma cammina e cammina nel presente rivolto al futuro, sempre rimanendo attaccato alle radici e facendo tesoro delle esperienze passate, buone e cattive.

E con questo tesoro e queste esperienze va avanti! Voi, gente aquilana, avete dimostrato un carattere resiliente.

Radicato nella vostra tradizione cristiana e civica, ha consentito di reggere l’urto del sisma e di avviare subito il lavoro coraggioso e paziente della ricostruzione.

C’era tutto da ricostruire: le case, le scuole, le chiese.

Ma, voi lo sapete bene, questo si fa insieme alla ricostruzione spirituale, culturale e sociale della comunità civica e di quella ecclesiale.

La rinascita personale e collettiva, dopo una tragedia, è dono della Grazia ed è anche frutto dell’impegno di ciascuno e di tutti insieme.

Sottolineo quell’“insieme”: non a piccoli gruppetti, no, insieme, tutti insieme.

È fondamentale attivare e rafforzare la collaborazione organica, in sinergia, delle istituzioni e degli organismi associativi: una concordia laboriosa, un impegno lungimirante, perché stiamo lavorando per i figli, per i nipoti, per il futuro.

Nell’opera di ricostruzione, le chiese meritano un’attenzione particolare.

Sono patrimonio della comunità, non solo in senso storico e culturale, anche in senso identitario.

Quelle pietre sono impregnate della fede e dei valori del popolo; e i templi sono anche luoghi propulsivi della sua vita, della sua speranza.

E a proposito di speranza, voglio salutare e ringraziare la delegazione del mondo carcerario abruzzese, qui presente.

Anche in voi saluto un segno di speranza, perché anche nelle carceri ci sono tante, troppe vittime.

Oggi qui siete segno di speranza nella ricostruzione umana e sociale.

A tutti rinnovo il mio saluto, benedico di cuore voi, le vostre famiglie e l’intera cittadinanza.

Jemonnanzi!

Visita Pastorale del Santo Padre a L’Aquila (28 Ago 2022)
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8.00 Decollo in elicottero dall’eliporto del Vaticano.
8.25 Atterraggio nello Stadio Gran Sasso di L’Aquila (in forma privata); trasferimento in auto a Piazza Duomo
8.45 In piazza Duomo il Santo Padre è accolto da:

- Card.

Giuseppe Petrocchi, Arcivescovo di L’Aquila
- Dott.

Marco Marsilio, Presidente della Regione Abruzzo
- Dr.ssa Cinzia Teresa Torraco, Prefetto di L’Aquila
- Dott.

Pierluigi Biondi, Sindaco di L’Aquila

Accompagnato dal Card.

Petrocchi, il Santo Padre entra in Duomo per una visita privata (la Cattedrale risulta ancora disastrata dopo il terremoto del 2009)

9.15 Sul sagrato del Duomo:

· Il Santo Padre rivolge un saluto ai Familiari delle Vittime, alle Autorità e ai cittadini presenti in Piazza

Al termine, trasferimento in auto alla Basilica di Santa Maria in Collemaggio

10.00 Sul Piazzale della Basilica di Collemaggio: Santa Messa

· Omelia
· Angelus
· Rito dell’apertura della Porta Santa

12.30 Al termine, il Santo Padre si congeda dalle Autorità che Lo hanno accolto; trasferimento in auto allo Stadio Gran Sasso
12.45 Stadio Gran Sasso: decollo da L’Aquila
13.15 Atterraggio all’eliporto del Vaticano

Concistoro Ordinario Pubblico per la creazione di nuovi Cardinali e per il voto su alcune Cause di Canonizzazione (27 Ago 2022)
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Questo detto di Gesù, proprio nel mezzo del Vangelo di Luca, ci colpisce come una freccia: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (12,49).

Mentre è in cammino con i discepoli verso Gerusalemme, il Signore fa un annuncio in tipico stile profetico, usando due immagini: il fuoco e il battesimo (cfr 12,49-50).

Il fuoco deve portarlo nel mondo; il battesimo dovrà riceverlo Lui stesso.

Prendo solo l’immagine del fuoco, che qui è la fiamma potente dello Spirito di Dio, è Dio stesso come «fuoco divorante» (Dt 4,24; Eb 12,29), Amore appassionato che tutto purifica, rigenera e trasfigura.

Questo fuoco – come del resto anche il “battesimo” – si rivela pienamente nel mistero pasquale di Cristo, quando Egli, come colonna ardente, apre la via della vita attraverso il mare tenebroso del peccato e della morte.

C’è però un altro fuoco, quello di brace.

Lo troviamo in Giovanni, nel racconto della terza e ultima apparizione di Gesù risorto ai discepoli, sul lago di Galilea (cfr 21,9-14).

Questo fuocherello lo ha acceso Gesù stesso, vicino alla riva, mentre i discepoli erano sulle barche e tiravano su la rete stracolma di pesci.

E Simon Pietro arrivò per primo, a nuoto, pieno di gioia (cfr v.

7).

Il fuoco di brace è mite, nascosto, ma dura a lungo e serve per cucinare.

E lì, sulla riva del lago, crea un ambiente familiare dove i discepoli gustano stupiti e commossi l’intimità con il loro Signore.

Ci farà bene, cari fratelli e sorelle, in questo giorno, meditare insieme a partire dall’immagine del fuoco, in questa sua duplice forma; e alla sua luce pregare per i Cardinali, in modo particolare per voi, che proprio in questa celebrazione ne ricevete la dignità e il compito.

Con le parole riportate nel Vangelo di Luca, il Signore ci chiama nuovamente a metterci dietro a Lui, a seguirlo sulla via della sua missione.

Una missione di fuoco – come quella di Elia –, sia per quello che è venuto a fare sia per come lo ha fatto.

E a noi, che nella Chiesa siamo stati presi tra il popolo per un ministero di speciale servizio, è come se Gesù consegnasse la fiaccola accesa, dicendo: Prendete, «come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21).

Così il Signore vuole comunicarci il suo coraggio apostolico, il suo zelo per la salvezza di ogni essere umano, nessuno escluso.

Vuole comunicarci la sua magnanimità, il suo amore senza limiti, senza riserve, senza condizioni, perché nel suo cuore brucia la misericordia del Padre.

È quello che brucia nel cuore di Gesù: la misericordia del Padre.

E dentro questo fuoco c’è anche la misteriosa tensione, propria della missione di Cristo, tra la fedeltà al suo popolo, alla terra delle promesse, a coloro che il Padre gli ha dato e, nello stesso tempo, l’apertura a tutti i popoli – quella tensione universale –, all’orizzonte del mondo, alle periferie ancora ignote.

Questo fuoco potente è quello che ha animato l’apostolo Paolo nel suo instancabile servizio al Vangelo, nella sua “corsa” missionaria guidata, spinta sempre in avanti dallo Spirito e dalla Parola.

È anche il fuoco di tanti missionari e missionarie che hanno sperimentato la faticosa e dolce gioia di evangelizzare, e la cui vita stessa è diventata vangelo, perché sono stati anzitutto dei testimoni.

Questo, fratelli e sorelle, è il fuoco che Gesù è venuto a “gettare sulla terra”, e che lo Spirito Santo accende anche nei cuori, nelle mani e nei piedi di coloro che lo seguono.

Il fuoco di Gesù, il fuoco che porta Gesù.

Poi c’è l’altro fuoco, quello di brace.

Anche questo il Signore vuole comunicarci, perché come Lui, con mitezza, con fedeltà, con vicinanza e tenerezza – questo è lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza – possiamo far gustare a molti la presenza di Gesù vivo in mezzo a noi.

Una presenza così evidente, pur nel mistero, che non c’è nemmeno bisogno di chiedere: “Chi sei?”, perché il cuore stesso dice che è Lui, è il Signore.

Questo fuoco arde in modo particolare nella preghiera di adorazione, quando stiamo in silenzio vicino all’Eucaristia e assaporiamo la presenza umile, discreta, nascosta del Signore, come un fuoco di brace, così che questa presenza stessa diventa nutrimento per la nostra vita quotidiana.

Il fuoco di brace fa pensare ad esempio a San Charles de Foucauld: al suo rimanere a lungo in un ambiente non cristiano, nella solitudine del deserto, puntando tutto sulla presenza: la presenza di Gesù vivo, nella Parola e nell’Eucaristia, e la sua stessa presenza fraterna, amichevole, caritatevole.

Ma fa pensare anche a quei fratelli e sorelle che vivono la consacrazione secolare, nel mondo, alimentando il fuoco basso e duraturo negli ambienti di lavoro, nelle relazioni interpersonali, negli incontri di piccole fraternità; oppure, come preti, in un ministero perseverante e generoso, senza clamori, in mezzo alla gente della parrocchia.

Mi diceva un parroco di tre parrocchie, qui in Italia, che aveva tanto lavoro.

“Ma tu sei capace di visitare tutta la gente?”, ho detto.

“Sì, conosco tutti!” – “Ma tu conosci il nome di tutti?” – “Sì, anche il nome dei cani delle famiglie”.

Questo è il fuoco mite che porta l’apostolato alla luce di Gesù.

E poi, non è fuoco di brace quello che ogni giorno riscalda la vita di tanti sposi cristiani? La santità coniugale! Ravvivato con una preghiera semplice, “fatta in casa”, con gesti e sguardi di tenerezza, e con l’amore che pazientemente accompagna i figli nel loro cammino di crescita.

E non dimentichiamo il fuoco di brace custodito dai vecchi – sono un tesoro, tesoro della Chiesa – il focolare della memoria, sia nell’ambito familiare sia in quello sociale e civile.

Quant’è importante questo braciere dei vecchi! Attorno ad esso si radunano le famiglie; permette di leggere il presente alla luce delle esperienze passate, e di fare scelte sagge.

Cari fratelli Cardinali, nella luce e nella forza di questo fuoco cammina il Popolo santo e fedele, dal quale siamo stati tratti noi, da quel popolo di Dio, e al quale siamo stati inviati come ministri di Cristo Signore.

Che cosa dice in particolare a me e a voi questo duplice fuoco di Gesù, il fuoco irruente e il fuoco mite? Mi pare che ci ricordi che un uomo di zelo apostolico è animato dal fuoco dello Spirito a prendersi cura coraggiosamente delle cose grandi come delle piccole, perché “non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo, divinum est”.

Non dimenticare: questo porta San Tommaso nella Prima Primae.

Non coerceri a maximo: avere grandi orizzonti e grande voglia di cose grandi; contineri tamen a minimo, è divino, divinum est.

Un Cardinale ama la Chiesa, sempre con il medesimo fuoco spirituale, sia trattando le grandi questioni sia occupandosi di quelle piccole; sia incontrando i grandi di questo mondo – deve farlo, tante volte –, sia i piccoli, che sono grandi davanti a Dio.

Penso, ad esempio, al Cardinale Casaroli, giustamente celebre per il suo sguardo aperto ad assecondare, con dialogo sapiente e paziente, i nuovi orizzonti dell’Europa dopo la guerra fredda – e Dio non voglia che la miopia umana chiuda di nuovo quegli orizzonti che Lui ha aperto! Ma agli occhi di Dio hanno altrettanto valore le visite che regolarmente egli faceva ai giovani detenuti in un carcere minorile di Roma, dove era chiamato “Don Agostino”.

Faceva la grande diplomazia – il martirio della pazienza, così era la sua vita – insieme alla visita settimanale a Casal del Marmo, con i giovani.

E quanti esempi di questo tipo si potrebbero portare! Mi viene in mente il Cardinale Van Thuân, chiamato a pascere il Popolo di Dio in un altro scenario cruciale del XX secolo, e nello stesso tempo animato dal fuoco dell’amore di Cristo a prendersi cura dell’anima del carceriere che vigilava sulla porta della sua cella.

Questa gente non aveva paura del “grande”, del “massimo”; ma anche prendeva il “piccolo” di ogni giorno.

Dopo un incontro nel quale il [futuro] Cardinale Casaroli aveva informato San Giovanni XXIII della sua ultima missione – non so se in Slovacchia o in Cechia, uno di questi Paesi, si parlava di alta politica –, e quando se ne stava andando il Papa lo chiamò e gli disse: “Ah, una cosa: Lei continua ad andare da quei giovani carcerati?” – “Sì” – “Non li lasci mai!”.

La grande diplomazia e la piccola cosa pastorale.

Questo è il cuore di un prete, il cuore di un Cardinale.

Cari fratelli e sorelle, ritorniamo con lo sguardo a Gesù: solo Lui conosce il segreto di questa magnanimità umile, di questa potenza mite, di questa universalità attenta ai dettagli.

Il segreto del fuoco di Dio, che scende dal cielo rischiarandolo da un estremo all’altro e che cuoce lentamente il cibo delle famiglie povere, delle persone migranti, o senza una casa.

Gesù vuole gettare anche oggi questo fuoco sulla terra; vuole accenderlo ancora sulle rive delle nostre storie quotidiane.

Ci chiama per nome, ognuno di noi, ci chiama per nome: non siamo un numero; ci guarda negli occhi, ognuno di noi, lasciamoci guardare negli occhi, e ci chiede: tu, nuovo Cardinale – e tutti voi, fratelli Cardinali –, posso contare su di te? Quella domanda del Signore.

E non voglio finire senza un ricordo al cardinale Richard Kuuia Baawobr, vescovo di Wa, che ieri, all’arrivo a Roma, si sentiva male ed è stato ricoverato per un problema al cuore e gli hanno fatto, credo, un intervento, qualcosa del genere.

Preghiamo per questo fratello che doveva essere qui ed è ricoverato.

Grazie.

Al Pellegrinaggio di Ministranti della Francia (26 Ago 2022)
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Cari ministranti di Francia, buongiorno e benvenuti!

Sono contento di accogliervi in occasione del vostro pellegrinaggio.

Ringrazio Mons.

de Moulins-Beaufort per le parole che mi ha rivolto a nome vostro e a nome dei Vescovi presenti.

Avete fatto una pausa nelle vostre vacanze per prendere il bastone del pellegrino! Vi siete messi in cammino insieme agli altri, per seguire le orme dei tanti testimoni di Cristo che, nel corso dei secoli, sono venuti a Roma per rigenerarsi nella fede.

Siete venuti numerosi, da diverse parrocchie e regioni della Francia, per vivere questo momento privilegiato di incontro, di condivisione, di preghiera e distensione.

Spero che potrete tornare a casa fortificati da questa bella esperienza di fede, nel cuore della Chiesa.

Il tema del vostro pellegrinaggio – “Vieni, servi e va’!” – è molto bello ed espressivo.

“Vieni”: il Signore ti chiama.

Ti chiama a incontrarlo, e in modo tutto speciale in quell’avvenimento importante che è la Messa domenicale.

Caro giovane, so che, forse, a Messa ti trovi solo della tua età, e che questo ti sembra triste, oppure che a volte ti senti un po’ a disagio in mezzo a persone più grandi.

Sicuramente ti fai delle domande sulla Chiesa, ti chiedi come fare per restituire il gusto di Dio ai giovani della tua età perché possano unirsi a te.

Ma io domando a te, personalmente: come vedi il tuo posto nella Chiesa? Ti senti veramente un membro di questa grande famiglia di Dio? Contribuisci alla sua testimonianza?

Avete scelto di essere ministranti, e vorrei ringraziarvi di cuore per gli sforzi, e a volte le rinunce, che accettate per dedicarvi a questo impegno di ministranti, mentre molti altri vostri amici preferiscono dormire la domenica mattina, o fare sport...

Tu non immagini quanto puoi essere un modello, un punto di riferimento per tanti giovani della tua età.

E puoi davvero essere orgoglioso di quello che fai.

Non vergognarti di servire l’Altare, anche se sei solo, anche se stai crescendo.

È un onore servire Gesù quando dona la sua vita per noi nell’Eucaristia.

Attraverso la tua partecipazione alla liturgia, assicurando il tuo servizio, offri a tutti una testimonianza concreta del Vangelo.

Il tuo atteggiamento durante le celebrazioni è già un apostolato per coloro che ti vedono.

Se svolgete il vostro servizio all’altare con gioia, con dignità e con atteggiamento di preghiera, sicuramente susciterete negli altri giovani un desiderio di impegnarsi anch’essi nella Chiesa.

Ma servire la Messa richiede un seguito: “Servi e va’!”.

Voi sapete che Gesù è presente nelle persone dei fratelli che incontriamo.

Dopo aver servito Gesù alla Messa, Egli vi manda a servirlo nelle persone che incontrate durante la giornata, soprattutto se sono povere e svantaggiate, perché Lui è in modo particolare unito a loro.

Forse voi avete degli amici che abitano in quartieri difficili o che affrontano grandi sofferenze, anche dipendenze; conoscete giovani che sono sradicati, migranti o rifugiati.

Vi esorto ad accoglierli generosamente, a farli uscire dalla loro solitudine e a fare amicizia con loro.

Molti giovani della tua età hanno bisogno che qualcuno dica loro che Gesù li conosce, che li ama, che li perdona, che condivide i loro problemi, che li guarda con tenerezza senza giudicarli.

Con il vostro coraggio, il vostro entusiasmo, la vostra spontaneità, voi potete raggiungerli.

Vi invito ad essere vicini gli uni agli altri.

Insisto su questo: vicinanza tra voi, vicinanza ai membri delle vostre famiglie, vicinanza agli altri giovani.

Evita di cadere nella tentazione del ripiegamento su te stesso, dell’egoismo, del rinchiuderti nel tuo mondo, nei gruppi ristretti, nelle reti sociali virtuali.

Farai meglio a preferire le relazioni amicali reali, non quelle virtuali, che sono illusorie e ti imprigionano e ti separano dalla realtà.

Un’altra cosa altrettanto importante è il vostro rapporto con le persone anziane, con i vostri nonni.

Com’è il vostro sguardo verso gli anziani? Per chi ha la fortuna di avere ancora il nonno o la nonna, è prezioso approfittare della loro presenza, dei loro consigli, delle loro esperienze.

Spesso sono loro che vi accompagnano a Messa e vi parlano di Dio.

Gli anziani sono una risorsa necessaria per la vostra maturità umana.

Oggi, il rischio è di non sapere più da dove vieni, di perdere le tue radici, di perdere l’orientamento.

Dimmi, come pensi di costruire il tuo futuro, di progettare la tua vita, se non hai radici forti che aiutino a rimanere in piedi e attaccato alla terra? È facile “volare via” quando non si ha dove attaccarsi, dove fissarsi (cfr Esort.

ap.

postsin.

Christus vivit, 179).

Cerca le tue radici, impara a conoscere e ad amare la tua cultura, la tua storia, per entrare in dialogo nella verità con quelli che sono diversi da te, forte di ciò che tu sei e rispettoso di ciò che sono gli altri.

Alla vostra età, è il momento di mettere basi solide per una vita che cresce in Cristo, di costruire amicizie stupende, di darsi obiettivi da raggiungere.

Alla vostra età, è il momento in cui si sogna in grande, alla grande, si vuole conquistare il mondo.

Non smetterò di dirlo ai giovani che incontro e oggi lo dico a te, a te, a ognuno di voi, specialmente a te giovane ministrante: «Non rinunciare mai ai tuoi sogni, non seppellire mai definitivamente una vocazione» (ibid., 272).

E proprio il servizio all’Altare potrebbe suscitare in te un desiderio di rispondere alla chiamata del Signore nella vita religiosa o sacerdotale.

Perché no? Non avere paura! Alimenta questa chiamata nel tuo cuore e, un giorno, abbi il coraggio di parlarne con qualcuno di cui ti fidi.

Com’è bello vedere dei giovani impegnarsi con generosità per il Regno di Dio, al servizio della Chiesa! È davvero una bella avventura.

Infine, vi invito fortemente ad affidarvi al Signore per mezzo della Vergine Maria.

Come ogni ragazza, lei aveva i suoi sogni, i suoi progetti.

Ma alla chiamata di Dio, si è fatta serva con il suo “sì” generoso, fecondo, gioioso.

Sulle vostre strade, nei vostri momenti di difficoltà e di solitudine, non dimenticate di affidarvi a lei.

Cari ragazzi, grazie di essere venuti! Vi porto nella preghiera.

Di cuore benedico ciascuno di voi e i vostri cari, come pure i vostri Vescovi, i vostri sacerdoti, i vostri animatori qui presenti e tutti i giovani delle vostre diocesi.

E per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Buon cammino!

Al Pellegrinaggio della Diocesi di Lodi (26 Ago 2022)
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Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Ringrazio il Vescovo per il saluto che mi ha rivolto a nome vostro e dell’intera comunità lodigiana, che voi ben rappresentate sia nella dimensione ecclesiale sia in quella civica.

E ringrazio il Vescovo emerito, perché a me piace che gli emeriti continuino a partecipare alla vita della Chiesa, e non si rinchiudano… Avanti, coraggio! Infatti, siete sacerdoti, consacrate, seminaristi e fedeli laici, delegati sinodali e rappresentanti di parrocchie e associazioni, volontari e operatori della comunicazione, insieme alle pubbliche autorità della Provincia e del territorio lodigiano, con i Sindaci, in particolare quelli della prima “zona rossa” in Occidente per l’epidemia di covid-19.

I motivi che vi hanno spinto a venire sono diversi.

Mi piace ricordare per primo quello che mi lega a voi con una specie di “parentela” che chiamerei “battesimale”.

Come sapete, il prete che mi ha battezzato, padre Enrico Pozzoli, e che poi mi ha aiutato a entrare nella Compagnia [di Gesù] e mi ha seguito tutta la vita, è figlio della vostra terra, nativo di Senna Lodigiana, nella “bassa”, vicino al Po.

Attratto dal carisma di Don Bosco, partì da giovane per Torino e, diventato Salesiano, fu subito inviato in Argentina, dove rimase per tutta la vita.

Divenne amico dei miei genitori e li aiutò anche ad accettare la mia chiamata al sacerdozio.

Sono stato contento quando un vostro bravo conterraneo – che è qui presente – ha raccolto documenti e notizie su di lui e ha scritto la sua biografia.

L’ho avuta subito, naturalmente, ma oggi la ricevo in forma, per così dire, ufficiale e con emozione, perché me la portate voi, amici di Senna Lodigiana, compaesani di Don Pozzoli, che è stato un vero salesiano! Un uomo saggio, buono, lavoratore; un apostolo del confessionale – non si stancava di confessare –, misericordioso, capace di ascoltare e di dare buoni consigli.

Grazie di cuore! Ecco perché dico che siamo un po’ parenti, ma non per via di sangue, no, il filo che ci unisce è ben più forte e sacro perché è quello del Battesimo!

A proposito di legami con la vostra terra lodigiana, non possiamo dimenticare che ce n’è un altro, questa volta per via di una grande santa: Francesca Saverio Cabrini, nativa di Sant’Angelo Lodigiano, che fondò le Missionarie del Sacro Cuore a Codogno ed è la patrona dei migranti.

Io sono figlio di migranti; l’Argentina è diventata patria di tante e tante famiglie di migranti, in gran parte italiani, e Santa Cabrini e le Cabriniane sono una presenza importante a Buenos Aires.

Oggi voglio esprimere a voi la mia ammirazione e la mia riconoscenza per questa donna, che – insieme al Vescovo Scalabrini – è testimone della vicinanza della Chiesa ai migranti: il suo carisma è più che mai attuale! Chiedo la sua intercessione affinché la vostra Comunità diocesana sia sempre attenta ai segni dei tempi e attinga dalla carità di Cristo il coraggio per vivere la missione oggi.

Padre Pozzoli e soprattutto Santa Cabrini ci ricordano che l’evangelizzazione si fa essenzialmente con la santità della vita, testimoniando l’amore nei fatti e nella verità (cfr 1Gv 3,18).

E così avviene anche la trasmissione della fede nelle famiglie, attraverso una testimonianza semplice e convinta.

Penso ai nonni e alle nonne che trasmettono la fede con l’esempio e con la saggezza dei loro consigli.

Perché la fede va trasmessa “in dialetto”, sempre, in nessun altra maniera.

I nonni, papà, mamma… La fede va trasmessa in dialetto.

Sappiamo bene che oggi il mondo è cambiato, anzi, è in continua trasformazione.

C’è bisogno di cercare nuove strade, nuovi metodi, nuovi linguaggi.

La via maestra, tuttavia, rimane la stessa: quella della testimonianza, di una vita plasmata dal Vangelo.

Il Concilio Vaticano II ci ha mostrato questa via, e le Chiese particolari sono chiamate a camminare in essa con atteggiamento estroverso, con una conversione missionaria che coinvolga tutti e tutto.

La vostra Chiesa laudense ha vissuto già due Sinodi dopo il Concilio Vaticano II: il tredicesimo e, recentemente, il quattordicesimo.

Ora, il percorso sinodale che stiamo compiendo come Chiesa universale vorrebbe aiutare tutto il Popolo di Dio a crescere proprio in questa dimensione essenziale, costitutiva, permanente dell’essere Chiesa: il camminare insieme, nell’ascolto reciproco, nella varietà dei carismi e dei ministeri, sotto la guida dello Spirito Santo, che crea armonia e unità a partire dalla diversità.

Accolgo da voi il Libro del vostro recente Sinodo diocesano come segno di comunione, e vi esorto a continuare il cammino, fedeli alle radici e aperti al mondo, con la saggezza e la pazienza dei contadini e la creatività degli artigiani; impegnati nella cura dei poveri e nella cura della terra che Dio ci ha affidato.

Il cammino sinodale è lo sviluppo di una dimensione della Chiesa.

Una volta ho sentito dire: “Noi vogliamo una Chiesa più sinodale e meno istituzionale”: questo non va.

Il cammino sinodale è istituzionale, perché appartiene all’essenza propria della Chiesa.

Siamo in sinodo perché istituzione.

E arriviamo al terzo motivo che vi ha portato qui oggi: l’esperienza traumatica della prima fase della pandemia, che ha colpito il vostro territorio, specialmente la parte sud.

Questa pandemia è stata ed è un’esperienza complessa, anche troppo grande, perché possiamo dominarla pienamente.

Tuttavia, non possiamo e non dobbiamo tralasciare una verifica seria, a tutti i livelli.

Ripartire non vuol dire dare un “colpo di spugna”.

Ma adesso non è questo lo scopo.

Oggi, il segno che date è quello di una comunità che vuole ripartire insieme, facendo tesoro dell’esperienza vissuta, valorizzando i talenti emersi nei momenti più duri della prova, e voi li conoscete bene.

Voglio dire un grazie grande – un grazie grande! – ai medici, agli infermieri, ai volontari, ai cappellani, ai sindaci, per il modo testimoniale in cui avete vissuto questa dolorosa pandemia.

Siete stati un esempio.

E tanti di voi sono rimasti lì, servendo gli ammalati.

Grazie! Grazie per questo che avete fatto.

Cari fratelli e sorelle lodigiani, trent’anni fa San Giovanni Paolo II ha visitato la vostra Diocesi.

Possiamo immaginare di gettare un ponte tra San Bassiano e San Giovanni Paolo II.

Un ponte tra il primo Vescovo, l’evangelizzatore della vostra terra, e il Papa che ha introdotto la Chiesa nel terzo millennio.

Proprio la grande sproporzione tra i due contesti è suggestiva, e questi due “padri” della Chiesa si possono incontrare solo sull’essenziale, cioè Gesù Cristo e la dolce gioia di annunciarlo al mondo.

Il mondo cambia – il mondo cambia! –, ma Cristo no, e nemmeno il suo Vangelo.

Il futuro della Chiesa sta nell’andare all’essenziale, andare alle sorgenti, e da lì prendere per camminare… Come hanno fatto i giovani lodigiani nel recente pellegrinaggio con il Vescovo in Terra Santa.

Sono andati alla fonte, a Gesù Cristo, nato da Maria vergine, vero uomo e vero Dio.

Per intercessione di San Bassiano, chiedo che nella terra lodigiana non manchi mai la sete del Vangelo e non manchino uomini e donne capaci di donarlo a tutti con gioiosa testimonianza.

Vi ringrazio di essere venuti! Di cuore benedico voi e l’intera Comunità diocesana, come pure la vita civile del territorio lodigiano.

E vi chiedo, per favore, di non dimenticatevi di pregare per me, perché questo lavoro non è facile.

Grazie!

Ai Partecipanti al Capitolo Generale delle Figlie della Carità Canossiane (26 Ago 2022)
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Care sorelle, buongiorno e benvenute!

Ringrazio la Superiora Generale per il saluto e per la presentazione di questo Capitolo.

E ringrazio quella che se ne va, dopo otto anni, e torna al Paese.

Vorrei condividere con voi alcune riflessioni suggerite dal tema che guida il vostro lavoro.

Anzitutto, donne della Parola.

Come Maria.

Perché le donne parlano sempre, ma bisogna parlare come Maria, che è un’altra cosa.

Lei è la donna della Parola, è la discepola.

Guardando a lei, e anche dialogando con lei nella preghiera, potete imparare sempre nuovamente che cosa significa essere “donne della Parola”.

Che non ha niente a che vedere con “donne del chiacchiericcio”! per favore, questo non lo confondete, non ci sia il chiacchiericcio tra voi! Le anziane possono testimoniare alle giovani uno stupore che non viene meno, una riconoscenza che cresce con l’età, un’accoglienza della Parola che si fa sempre più piena, più concreta, più incarnata nella vita.

E le giovani possono testimoniare alle anziane l’entusiasmo delle scoperte, gli slanci del cuore che, nel silenzio, impara a risuonare con la Parola, a lasciarsi sorprendere, anche mettere in discussione, per crescere alla scuola del Maestro.

E quelle di mezza età, cosa fanno? Sono più a rischio – state attente! –, sia perché quella è un’età di passaggio, con alcune insidie – le crisi dei 40, 45, voi le conoscete – ; ma soprattutto perché è la fase delle maggiori responsabilità ed è facile scivolare nell’attivismo, anche senza accorgersi.

E allora non si è più donne della Parola, ma donne del computer, donne del telefono, donne dell’agenda, e così via.

Dunque, ben venga questo motto per tutte! Per mettersi nuovamente alla scuola di Maria, ri-centrarsi sulla Parola ed essere donne “che amano senza misura”.

La parola, non l’attivismo, al centro.

Questo è il secondo elemento del tema: amare senza misura.

C’è un detto che dice che “la misura dell’amore è amare senza misura”.

È una capacità che viene dallo Spirito Santo; non viene da noi, dal nostro sforzo; viene da Dio, che sempre ama senza misura.

E sempre ci aspetta.

La pazienza di Dio con noi mi commuove.

Guarda com’è paziente questo Padre che abbiamo! Questa qualità di essere senza misura è propria dell’amore di Dio; eppure questo amore – dice San Paolo – «è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).

Allora è possibile amare senza misura facendo spazio allo Spirito e alla sua azione nella nostra vita.

E questa è la santità.

Donne dello Spirito, come Maria.

Lasciare che sia lo Spirito a portarti avanti.

Cuori aperti allo Spirito.

Infatti il tema del vostro Capitolo parla di “riconfigurazione a una vita di santità” – riconfigurazione: la parola è bella, mi piace – e aggiunge: “nella e per la missione, oggi”.

Santità e missione sono dimensioni costitutive della vita cristiana e sono tra loro inscindibili.

Possiamo dirlo sinteticamente così: ogni santo, ogni santa è una missione (cfr Esort.

ap.

Gaudete et exsultate, 19).

Lo dimostra bene la testimonianza di Maddalena di Canossa.

Lei si sentiva chiamata a donarsi interamente a Dio, ma nello stesso tempo sentiva anche di dover stare vicino ai poveri.

Nel suo cuore di giovane donna c’era questa duplice esigenza, questa duplice appartenenza: a Dio e ai poveri, che nel suo caso erano la gente delle zone periferiche di Verona.

Attenzione: è lo Spirito che la guida, attraverso situazioni concrete, e lei si lascia guidare; cerca la sua strada ma sempre rimanendo docile.

Docilità: niente a che vedere con il capriccio, o con la testardaggine: voglio fare questo… No, docilità allo Spirito.

Questo è il segreto! E così la carità di Cristo plasma il suo cuore, plasma la sua vita; sul modello della Vergine Maria, che disse “sì” fin dall’inizio, pienamente, e poi fece il suo pellegrinaggio nella fede seguendo il Figlio e divenne pienamente madre sotto la Croce.

La vita di Maddalena è stata “configurata” alla santità di Cristo, sul modello di Maria, nella forma missionaria concreta dettata dalla realtà in cui viveva.

E questo suo “sì”, detto non a parole ma con i fatti, è stato generativo: il Signore le mandò alcune compagne con cui condividere il cammino di santità e di missione.

E così siete arrivate a questo momento.

Mi è piaciuto il numero di novizie che avete: questo indica fecondità, fecondità della congregazione.

È un numero della fecondità.

Peccato che qui in Europa sia poca gente, ma è l’inverno demografico europeo: invece dei figli preferiscono avere cani, gatti, che è un po’ l’affetto programmato: io programmo l’affetto, mi danno l’affetto senza problemi.

E se c’è dolore? Beh, c’è il medico veterinario che interviene, punto.

E questa è una cosa brutta.

Per favore, aiutate le famiglie ad avere dei figli.

È un problema umano, e anche un problema patriottico.

Care sorelle, voi volete “ri-configurarvi”, oggi, secondo questa forma di vita.

E il segreto è sempre lo stesso: lasciarsi guidare dallo Spirito Santo per amare Dio e i poveri.

Ma “oggi”: è l’oggi della Chiesa, è l’oggi della società, meglio, delle diverse società nelle quali siete presenti.

Con quelle situazioni di povertà, con quei volti che chiedono vicinanza, compassione e tenerezza.

“Ah, che cosa nuova sta dicendo, Padre!”.

No, questo è lo stile di Dio.

Dio sempre agisce così, con vicinanza, compassione e tenerezza.

Ci avvicina, perdona e accarezza.

Sempre.

Lo stile di Do è vicinanza, compassione e tenerezza.

Non dimenticatevi di questo.

Questo è molto importante.

Vi ringrazio per il vostro coraggio e la vostra generosità.

Vi ringrazio per la gioia dei vostri cuori e dei vostri volti.

La gioia è uno dei frutti dello Spirito ed è segno chiaro del Vangelo, specialmente quando traspare nella condivisione con i fratelli e le sorelle in condizioni di disagio e di emarginazione.

È la gioia.

E anche nella condivisione con le sorelle di comunità.

Sì, perché può capitare che uno appaia pieno di entusiasmo nel servizio ai poveri e poi in casa se ne stia per conto suo e non viva la fraternità… Questo non è un buon segno, perché si lamentano: “Questa superiora…”, quell’altro, quel problema...

Nella diocesi di prima [Buenos Aires] c’era una suora che aveva questo vizio di lamentarsi, e tutti la chiamavano “suor Lamentela”.

Nessuna di voi è “suor lamentela”, ma la tentazione di lamentarsi, di criticare… questo fa male al corpo, fa male.

“Ma, Padre, a me viene!”.

E tu vai, dillo alla persona: “Tu hai questo difetto”; o se no dillo a chi può porre rimedio.

Ma cosa guadagni tu ad andare dalle sorelle e dire: “Ma guarda questo, questo, questo…”! Questo è chiacchiericcio, che fa tanto male e fa morire la Parola di Dio.

“È difficile, Padre, risolvere il problema del chiacchiericcio, perché ti viene, il commento…”.

Sì, è come il dolce, che ti viene… Ma c’è un bel rimedio, contro il chiacchiericcio, ed è molto semplice: se tu hai la tentazione di chiacchierare delle altre, morditi la lingua, così si gonfia bene e non potrai parlare.

Capito? Per favore, niente chiacchiericcio, questo uccide la vita comunitaria.

Vorrei aggiungere due cose.

La prima riguardo alla dimensione comunitaria, e la riprendo dall’Esortazione Gaudete et exsultate.

«La santificazione è un cammino comunitario […].

Vivere e lavorare con altri è senza dubbio una via di crescita spirituale.

[…] Condividere la Parola e celebrare insieme l’Eucaristia ci rende più fratelli [e sorelle] e ci trasforma via via in comunità santa e missionaria» (141-142).

Non pensiamo a grandi cose, ma piuttosto ai dettagli quotidiani.

Come in famiglia, è lì che si vede la carità: «La comunità che custodisce i piccoli particolari dell’amore, dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e custodiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre» (145).

Prendete cura di questo nelle comunità: una dell’altra.

E niente chiacchiericcio.

La seconda sottolineatura, con cui concludo, è quella dell’importanza della preghiera di adorazione.

Noi abbiamo dimenticato la preghiera di adorazione: sappiamo cosa sia, ma non la pratichiamo tanto.

Adorare.

Adorare.

In silenzio, davanti al Signore, davanti al Santissimo Sacramento, adorare.

Preghiera di adorazione.

E qui di nuovo voi potete fare riferimento alla testimonianza della vostra Fondatrice, che, come altre Sante e altri Santi della carità, attingeva lo slancio apostolico specialmente dal rimanere in adorazione alla presenza del Signore.

Non abbiate paura di adorare: andate lì.

“Ma, è noioso …”.

Vai ad adorare.

Lascia che il Signore faccia.

Il movimento dello spirito che si de-centra da sé per centrarsi in Cristo – e questa è l’adorazione: de-centrarsi – è quello che rende possibile un servizio al prossimo che non sia pietismo o assistenzialismo, ma apertura all’altro, prossimità, condivisione; in una parola: carità.

San Paolo direbbe: “L’amore di Cristo ci avvince e ci spinge” (cfr 2 Cor 5,14).

Care sorelle, avanti, coraggio! Vi ringrazio di questa visita, e soprattutto di quello che siete e che fate nella Chiesa.

Chiedo allo Spirito Santo di darvi luce e forza per concludere bene il vostro Capitolo e per il cammino dell’Istituto.

Di cuore benedico voi e tutte le sorelle in ogni parte del mondo.

E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me: pregare a favore, non contro!

Alla Famiglia di Pedro Maria Guimarães de Mello (26 Ago 2022)
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Buongiorno e benvenuti a tutti e tante grazie per la visita!

Siete una famiglia numerosa e unita.

Vi ringrazio per la testimonianza del vostro amore alla Chiesa e per il vostro pellegrinaggio alla tomba di San Pietro.

È la fede in Gesù che vi ha portato qui e vi ha fatto arrivare insieme.

È bello vedere una famiglia unita, una famiglia fortificata dal dono della fede.

Vedendo la vostra famiglia e pensando alle famiglie come la vostra, mi vieni in mente il salmo 133: «Ecco, com'è bello e com'è dolce che i fratelli vivano insieme! Com’è buono e com’è dolce: è bello! È come olio prezioso, l’olio profumato, versato sul capo, che scende (Sl 133,1-2).

L’olio è una bella immagine dell’unione, è un’immagine della felicità di trovarsi in comunione.

Ma l’olio è pure immagine della fede che rafforza i nostri vincoli e, tramite lo Spirito Santo, rende possibile l’armonia nelle famiglie – questo è importante – l’armonia anche nella Chiesa, nel mondo.

Vi incoraggio a non lasciare mai finire l’olio della fede nelle vostre lampade (cfr.Mt 25,1-13).

In questo modo si collabora, in un certo senso, con la grazia di Dio che sperimentiamo nell’incontro con Lui.

E la presenza del Signore la sperimentiamo in tante circostanze, ma specialmente nei sacramenti e nella meditazione della sua Parola.

E non dimentichiamo la preghiera, perché la preghiera ci aiuta a mantenere viva la fede; l’olio della fede si conserva volgendo spesso il nostro pensiero al Signore: ci può aiutare tanto guardare l’immagine del crocifisso, fermare lo sguardo lì.

È un bel modo di pregare.

Come famiglia e come singoli, vi invito ad andare avanti nel vostro cammino di fede, confidando nella bontà del Signore e nella protezione della Santissima Vergine, che voi venerate con tanto amore a Fatima.

Vi chiedo per favore di pregare per me.

E ora, come l’ha chiesto il capo famiglia, preghiamo insieme tre Ave Maria: Ave o Maria, …

[Benedizione]

Giovanni Paolo II
G.P.II: VEGLIA DI PREGHIERA GMG XV


PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE
XV GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ
GIOVANNI PAOLO II

Tor Vergata, sabato 19 agosto 2000

1. "Voi chi dite che io sia?" (Mt 16, 15).

Carissimi giovani e ragazze, con grande gioia mi incontro nuovamente con voi in occasione di questa Veglia di preghiera, durante la quale vogliamo metterci insieme in ascolto di Cristo, che sentiamo presente tra noi. E' Lui che ci parla.

"Voi chi dite che io sia?". Gesù pone questa domanda ai suoi discepoli, nei pressi di Cesarea di Filippo. Risponde Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16, 16). A sua volta il Maestro gli rivolge le sorprendenti parole: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16, 17).

Qual è il significato di questo dialogo? Perché Gesù vuole sentire ciò che gli uomini pensano di Lui? Perché vuol sapere che cosa pensano di Lui i suoi discepoli?

Gesù vuole che i discepoli si rendano conto di ciò che è nascosto nelle loro menti e nei loro cuori e che esprimano la loro convinzione. Allo stesso tempo, tuttavia, egli sa che il giudizio che manifesteranno non sarà soltanto loro, perché vi si rivelerà ciò che Dio ha versato nei loro cuori con la grazia della fede.

Questo evento nei pressi di Cesarea di Filippo ci introduce in un certo senso nel "laboratorio della fede". Vi si svela il mistero dell'inizio e della maturazione della fede. Prima c'è la grazia della rivelazione: un intimo, un inesprimibile concedersi di Dio all'uomo. Segue poi la chiamata a dare una risposta. Infine, c'è la risposta dell'uomo, una risposta che d'ora in poi dovrà dare senso e forma a tutta la sua vita.

Ecco che cosa è la fede! E' la risposta dell'uomo ragionevole e libero alla parola del Dio vivente. Le domande che Cristo pone, le risposte che vengono date dagli Apostoli, e infine da Simon Pietro, costituiscono quasi una verifica della maturità della fede di coloro che sono più vicini a Cristo.

2. Il colloquio presso Cesarea di Filippo ebbe luogo nel periodo prepasquale, cioè prima della passione e della resurrezione di Cristo. Bisognerebbe richiamare ancora un altro evento, durante il quale Cristo, ormai risorto, verificò la maturità della fede dei suoi Apostoli. Si tratta dell'incontro con Tommaso apostolo. Era l'unico assente quando, dopo la resurrezione, Cristo venne per la prima volta nel Cenacolo. Quando gli altri discepoli gli dissero di aver visto il Signore, egli non volle credere. Diceva: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò" (Gv 20, 25). Dopo otto giorni i discepoli si trovarono nuovamente radunati e Tommaso era con loro. Venne Gesù attraverso la porta chiusa, salutò gli Apostoli con le parole: "Pace a voi!" (Gv 20, 26) e subito dopo si rivolse a Tommaso: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!" (Gv 20, 27). E allora Tommaso rispose: "Mio Signore e mio Dio!" (Gv 20, 28).

Anche il Cenacolo di Gerusalemme fu per gli Apostoli una sorta di "laboratorio della fede". Tuttavia quanto lì avvenne con Tommaso va, in un certo senso, oltre quello che successe nei pressi di Cesarea di Filippo. Nel Cenacolo ci troviamo di fronte ad una dialettica della fede e dell'incredulità più radicale e, allo stesso tempo, di fronte ad una ancor più profonda confessione della verità su Cristo. Non era davvero facile credere che fosse nuovamente vivo Colui che avevano deposto nel sepolcro tre giorni prima.

Il Maestro divino aveva più volte preannunciato che sarebbe risuscitato dai morti e più volte aveva dato le prove di essere il Signore della vita. E tuttavia l'esperienza della sua morte era stata così forte, che tutti avevano bisogno di un incontro diretto con Lui, per credere nella sua resurrezione: gli Apostoli nel Cenacolo, i discepoli sulla via per Emmaus, le pie donne accanto al sepolcro... Ne aveva bisogno anche Tommaso. Ma quando la sua incredulità si incontrò con l'esperienza diretta della presenza di Cristo, l'Apostolo dubbioso pronunciò quelle parole in cui si esprime il nucleo più intimo della fede: Se è così, se Tu davvero sei vivo pur essendo stato ucciso, vuol dire che sei "il mio Signore e il mio Dio".

Con la vicenda di Tommaso, il "laboratorio della fede" si è arricchito di un nuovo elemento. La Rivelazione divina, la domanda di Cristo e la risposta dell'uomo si sono completate nell'incontro personale del discepolo col Cristo vivente, con il Risorto. Quell'incontro divenne l'inizio di una nuova relazione tra l'uomo e Cristo, una relazione in cui l'uomo riconosce esistenzialmente che Cristo è Signore e Dio; non soltanto Signore e Dio del mondo e dell'umanità, ma Signore e Dio di questa mia concreta esistenza umana. Un giorno san Paolo scriverà: "Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo" (Rm 10, 8-9).

3. Nelle Letture dell'odierna Liturgia troviamo descritti gli elementi di cui si compone quel "laboratorio della fede", dal quale gli Apostoli uscirono come uomini pienamente consapevoli della verità che Dio aveva rivelato in Gesù Cristo, verità che avrebbe modellato la loro vita personale e quella della Chiesa nel corso della storia. L'odierno incontro romano, carissimi giovani, è anch'esso una sorta di "laboratorio della fede" per voi, discepoli di oggi, per i confessori di Cristo alla soglia del terzo millennio.

Ognuno di voi può ritrovare in se stesso la dialettica di domande e risposte che abbiamo sopra rilevato. Ognuno può vagliare le proprie difficoltà a credere e sperimentare anche la tentazione dell'incredulità. Al tempo stesso, però, può anche sperimentare una graduale maturazione nella consapevolezza e nella convinzione della propria adesione di fede. Sempre, infatti, in questo mirabile laboratorio dello spirito umano, il laboratorio appunto della fede, s'incontrano tra loro Dio e l'uomo. Sempre il Cristo risorto entra nel cenacolo della nostra vita e permette a ciascuno di sperimentare la sua presenza e di confessare: Tu, o Cristo, sei "il mio Signore e il mio Dio".

Cristo disse a Tommaso: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno" (Gv 20, 29). Ogni essere umano ha dentro di sé qualcosa dell'apostolo Tommaso. E' tentato dall'incredulità e pone le domande di fondo: E' vero che c'è Dio? E' vero che il mondo è stato creato da Lui? E' vero che il Figlio di Dio si è fatto uomo, è morto ed è risorto? La risposta si impone insieme con l'esperienza che la persona fa della Sua presenza. Occorre aprire gli occhi e il cuore alla luce dello Spirito Santo. Allora parleranno a ciascuno le ferite aperte di Cristo risorto: "Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno".

4. Carissimi amici, anche oggi credere in Gesù, seguire Gesù sulle orme di Pietro, di Tommaso, dei primi apostoli e testimoni, comporta una presa di posizione per Lui e non di rado quasi un nuovo martirio: il martirio di chi, oggi come ieri, è chiamato ad andare contro corrente per seguire il Maestro divino, per seguire "l'Agnello dovunque va" (Ap 14,4). Non per caso, carissimi giovani, ho voluto che durante l'Anno Santo fossero ricordati presso il Colosseo i testimoni della fede del ventesimo secolo.

Forse a voi non verrà chiesto il sangue, ma la fedeltà a Cristo certamente sì! Una fedeltà da vivere nelle situazioni di ogni giorno: penso ai fidanzati ed alla difficoltà di vivere, entro il mondo di oggi, la purezza nell'attesa del matrimonio. Penso alle giovani coppie e alle prove a cui è esposto il loro impegno di reciproca fedeltà. Penso ai rapporti tra amici e alla tentazione della slealtà che può insinuarsi tra loro.

Penso anche a chi ha intrapreso un cammino di speciale consacrazione ed alla fatica che deve a volte affrontare per perseverare nella dedizione a Dio e ai fratelli. Penso ancora a chi vuol vivere rapporti di solidarietà e di amore in un mondo dove sembra valere soltanto la logica del profitto e dell'interesse personale o di gruppo.

Penso altresì a chi opera per la pace e vede nascere e svilupparsi in varie parti del mondo nuovi focolai di guerra; penso a chi opera per la libertà dell'uomo e lo vede ancora schiavo di se stesso e degli altri; penso a chi lotta per far amare e rispettare la vita umana e deve assistere a frequenti attentati contro di essa, contro il rispetto ad essa dovuto.

5. Cari giovani, è difficile credere in un mondo così? Nel Duemila è difficile credere? Sì! E' difficile. Non è il caso di nasconderlo. E' difficile, ma con l'aiuto della grazia è possibile, come Gesù spiegò a Pietro: "Né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli" (Mt 16,17).

Questa sera vi consegnerò il Vangelo. E' il dono che il Papa vi lascia in questa veglia indimenticabile. La parola contenuta in esso è la parola di Gesù. Se l'ascolterete nel silenzio, nella preghiera, facendovi aiutare a comprenderla per la vostra vita dal consiglio saggio dei vostri sacerdoti ed educatori, allora incontrerete Cristo e lo seguirete, impegnando giorno dopo giorno la vita per Lui!

In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. E' Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna.

Carissimi giovani, in questi nobili compiti non siete soli. Con voi ci sono le vostre famiglie, ci sono le vostre comunità, ci sono i vostri sacerdoti ed educatori, ci sono tanti di voi che nel nascondimento non si stancano di amare Cristo e di credere in Lui. Nella lotta contro il peccato non siete soli: tanti come voi lottano e con la grazia del Signore vincono!

6. Cari amici, vedo in voi le "sentinelle del mattino" (cfr Is 21,11-12) in quest'alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti.

Cari giovani del secolo che inizia, dicendo «sì» a Cristo, voi dite «sì» ad ogni vostro più nobile ideale. Io prego perché Egli regni nei vostri cuori e nell'umanità del nuovo secolo e millennio. Non abbiate paura di affidarvi a Lui. Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione.

Maria Santissima, la Vergine che ha detto «sì» a Dio durante tutta la sua vita, i Santi Apostoli Pietro e Paolo e tutti i Santi e le Sante che hanno segnato attraverso i secoli il cammino della Chiesa, vi conservino sempre in questo santo proposito!

A tutti ed a ciascuno offro con affetto la mia Benedizione.

Alla fine del suo discorso ai giovani, Giovanni Paolo II ha così proseguito:

Voglio concludere questo mio discorso, questo mio messaggio, dicendovi che ho aspettato tanto di potervi incontrare, vedere, prima nella notte e poi nel giorno. Vi ringrazio per questo dialogo, scandito con grida ed applausi. Grazie per questo dialogo. In virtù della vostra iniziativa, della vostra intelligenza, non è stato un monologo, è stato un vero dialogo.

Al termine della celebrazione il Papa ha salutato i giovani con queste parole:

C’è un proverbio polacco che dice: "Kto z kim przestaje, takim si? staje". Vuol dire: se vivi con i giovani, dovrai diventare anche tu giovane. Così ritorno ringiovanito. E saluto ancora una volta tutti voi, specialmente quelli che sono più indietro, in ombra, e non vedono niente. Ma se non hanno potuto vedere, certamente hanno potuto sentire questo "chiasso". Questo "chiasso" ha colpito Roma e Roma non lo dimenticherà mai!

G.P.II: Ho aspettato tanto
Alla fine del suo discorso ai giovani, Giovanni Paolo II ha così proseguito:

Voglio concludere questo mio discorso, questo mio messaggio, dicendovi che ho aspettato tanto di potervi incontrare, vedere, prima nella notte e poi nel giorno. Vi ringrazio per questo dialogo, scandito con grida ed applausi. Grazie per questo dialogo. In virtù della vostra iniziativa, della vostra intelligenza, non è stato un monologo, è stato un vero dialogo.

Al termine della celebrazione il Papa ha salutato i giovani con queste parole:

C’è un proverbio polacco che dice: "Kto z kim przestaje, takim si? staje". Vuol dire: se vivi con i giovani, dovrai diventare anche tu giovane. Così ritorno ringiovanito. E saluto ancora una volta tutti voi, specialmente quelli che sono più indietro, in ombra, e non vedono niente. Ma se non hanno potuto vedere, certamente hanno potuto sentire questo "chiasso". Questo "chiasso" ha colpito Roma e Roma non lo dimenticherà mai!

G.P.II: Preghiera per i giovani nel mondo.

Dio, nostro Padre, Ti affidiamo i giovani e le giovani del mondo, con i loro problemi, aspirazioni e speranze. Ferma su di loro il tuo sguardo d'amore e rendili operatori di pace e costruttori della civiltà dell'amore. Chiamali a seguire Gesù, tuo Figlio. Fa' loro comprendere che vale la pena di donare interamente la vita per Te e per l'umanità. Concedi generosità e prontezza nella risposta. Accogli, Signore, la nostra lode e la nostra preghiera anche per i giovani che, sull'esempio di Maria, Madre della Chiesa, hanno creduto alla tua parola e si stanno preparando ai sacri Ordini, alla professione dei consigli evangelici, all'impegno missionario. Aiutali a comprendere che la chiamata che Tu hai dato loro è sempre attuale e urgente. Amen!

G.P.II: Le sentinelle del mattino
Cari amici, vedo in voi le "sentinelle del mattino" (cfr Is 21,11-12) in quest'alba del terzo millennio. Nel corso del secolo che muore, giovani come voi venivano convocati in adunate oceaniche per imparare ad odiare, venivano mandati a combattere gli uni contro gli altri. I diversi messianismi secolarizzati, che hanno tentato di sostituire la speranza cristiana, si sono poi rivelati veri e propri inferni. Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti.

Cari giovani del secolo che inizia, dicendo «sì» a Cristo, voi dite «sì» ad ogni vostro più nobile ideale. Io prego perché Egli regni nei vostri cuori e nell'umanità del nuovo secolo e millennio. Non abbiate paura di affidarvi a Lui. Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione.

Maria Santissima, la Vergine che ha detto «sì» a Dio durante tutta la sua vita, i Santi Apostoli Pietro e Paolo e tutti i Santi e le Sante che hanno segnato attraverso i secoli il cammino della Chiesa, vi conservino sempre in questo santo proposito!

G.P.II: Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo


OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
PER L'INIZIO DEL PONTIFICATO

Domenica, 22 ottobre 1978



1. “Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16).

Queste parole ha pronunciato Simone figlio di Giona, nella regione di Cesarea di Filippo. Sì, le ha espresse con la propria lingua, con una profonda, vissuta, sentita convinzione, ma esse non trovano in lui la loro fonte, la loro sorgente: “...perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17). Queste erano parole di Fede.

Esse segnano l’inizio della missione di Pietro nella storia della salvezza, nella storia del Popolo di Dio. Da allora, da tale confessione di Fede, la storia sacra della salvezza e del Popolo di Dio doveva acquisire una nuova dimensione: esprimersi nella storica dimensione della Chiesa. Questa dimensione ecclesiale della storia del Popolo di Dio trae le sue origini, nasce infatti da queste parole di Fede e si allaccia all’uomo che le ha pronunciate: “Tu sei Pietro – roccia, pietra – e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa”.

2. Quest’oggi e in questo luogo bisogna che di nuovo siano pronunciate ed ascoltate le stesse parole: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Sì, Fratelli e Figli, prima di tutto queste parole.

Il loro contenuto dischiude ai nostri occhi il mistero di Dio vivente, mistero che il Figlio conosce e che ci ha avvicinato. Nessuno, infatti, ha avvicinato il Dio vivente agli uomini, nessuno Lo ha rivelato come l’ha fatto solo lui stesso. Nella nostra conoscenza di Dio, nel nostro cammino verso Dio siamo totalmente legati alla potenza di queste parole “Chi vede me, vede pure il Padre”. Colui che è Infinito, inscrutabile, ineffabile si è fatto vicino a noi in Gesù Cristo, il Figlio unigenito, nato da Maria Vergine nella stalla di Betlemme.

– Voi tutti che già avete la inestimabile ventura di credere,

– voi tutti che ancora cercate Dio,

– e pure voi tormentati dal dubbio:

vogliate accogliere ancora una volta – oggi e in questo sacro luogo – le parole pronunciate da Simon Pietro. In quelle parole è la fede della Chiesa. In quelle stesse parole è la nuova verità, anzi, l’ultima e definitiva verità sull’uomo: il figlio del Dio vivente. “Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente”!

3. Oggi il nuovo Vescovo di Roma inizia solennemente il suo ministero e la missione di Pietro. In questa Città, infatti, Pietro ha espletato e ha compiuto la missione affidatagli dal Signore.

Il Signore si rivolse a lui dicendo: “...quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18).

Pietro è venuto a Roma!

Cosa lo ha guidato e condotto a questa Urbe, cuore dell’Impero Romano, se non l’obbedienza all’ispirazione ricevuta dal Signore? Forse questo pescatore di Galilea non avrebbe voluto venire fin qui. Forse avrebbe preferito restare là, sulle rive del lago di Genesaret, con la sua barca, con le sue reti. Ma, guidato dal Signore, obbediente alla sua ispirazione, è giunto qui!

Secondo un’antica tradizione (che ha trovato anche una sua magnifica espressione letteraria in un romanzo di Henryk Sienkiewicz), durante la persecuzione di Nerone, Pietro voleva abbandonare Roma. Ma il Signore è intervenuto: gli è andato incontro. Pietro si rivolse a lui chiedendo: “Quo vadis, Domine?” (Dove vai, Signore?). E il Signore gli rispose subito: “Vado a Roma per essere crocifisso per la seconda volta”. Pietro tornò a Roma ed è rimasto qui fino alla sua crocifissione.

Sì, Fratelli e Figli, Roma è la Sede di Pietro. Nei secoli gli sono succeduti in questa Sede sempre nuovi Vescovi. Oggi un nuovo Vescovo sale sulla Cattedra Romana di Pietro, un Vescovo pieno di trepidazione, consapevole della sua indegnità. E come non trepidare di fronte alla grandezza di tale chiamata e di fronte alla missione universale di questa Sede Romana?!

Alla Sede di Pietro a Roma sale oggi un Vescovo che non è romano. Un Vescovo che è figlio della Polonia. Ma da questo momento diventa pure lui romano. Sì, romano! Anche perché figlio di una nazione la cui storia, dai suoi primi albori, e le cui millenarie tradizioni sono segnate da un legame vivo, forte, mai interrotto, sentito e vissuto con la Sede di Pietro, una nazione che a questa Sede di Roma è rimasta sempre fedele. Oh, inscrutabile è il disegno della divina Provvidenza!

4. Nei secoli passati, quando il Successore di Pietro prendeva possesso della sua Sede, si deponeva sul suo capo il triregno, la tiara. L’ultimo incoronato è stato Papa Paolo VI nel 1963, il quale, però, dopo il solenne rito di incoronazione non ha mai più usato il triregno lasciando ai suoi Successori la libertà di decidere al riguardo.

Il Papa Giovanni Paolo I, il cui ricordo è così vivo nei nostri cuori, non ha voluto il triregno e oggi non lo vuole il suo Successore. Non è il tempo, infatti, di tornare ad un rito e a quello che, forse ingiustamente, è stato considerato come simbolo del potere temporale dei Papi.

Il nostro tempo ci invita, ci spinge, ci obbliga a guardare il Signore e ad immergere in una umile e devota meditazione del mistero della suprema potestà dello stesso Cristo.

Colui che è nato dalla Vergine Maria, il Figlio del falegname – come si riteneva –, il Figlio del Dio vivente, come ha confessato Pietro, è venuto per fare di tutti noi “un regno di sacerdoti”.

Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato il mistero di questa potestà e il fatto che la missione di Cristo – Sacerdote, Profeta-Maestro, Re – continua nella Chiesa. Tutti, tutto il Popolo di Dio è partecipe di questa triplice missione. E forse nel passato si deponeva sul capo del Papa il triregno, quella triplice corona, per esprimere, attraverso tale simbolo, che tutto l’ordine gerarchico della Chiesa di Cristo, tutta la sua “sacra potestà” in essa esercitata non è altro che il servizio, servizio che ha per scopo una sola cosa: che tutto il Popolo di Dio sia partecipe di questa triplice missione di Cristo e rimanga sempre sotto la potestà del Signore, la quale trae le sue origini non dalle potenze di questo mondo, ma dal Padre celeste e dal mistero della Croce e della Risurrezione.

La potestà assoluta e pure dolce e soave del Signore risponde a tutto il profondo dell’uomo, alle sue più elevate aspirazioni di intelletto, di volontà, di cuore. Essa non parla con un linguaggio di forza, ma si esprime nella carità e nella verità.

Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: “O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi”.

5. Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!

Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera!

Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!

Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!

Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.

Proprio oggi la Chiesa intera celebra la sua “Giornata Missionaria Mondiale”, prega, cioè, medita, agisce perché le parole di vita del Cristo giungano a tutti gli uomini e siano da essi accolte come messaggio di speranza, di salvezza, di liberazione totale.

6. Ringrazio tutti i presenti che hanno voluto partecipare a questa solenne inaugurazione del ministero del nuovo Successore di Pietro.

Ringrazio di cuore i Capi di Stato, i Rappresentanti delle Autorità, le Delegazioni di Governi per la loro presenza che mi onora tanto.

Grazie a voi, Eminentissimi Cardinali della Santa Chiesa Romana!

Vi ringrazio, diletti Fratelli nell’Episcopato!

Grazie a voi, Sacerdoti!

A voi Sorelle e Fratelli, Religiose e Religiosi degli Ordini e delle Congregazioni! Grazie!

Grazie a voi, Romani!

Grazie ai pellegrini convenuti da tutto il mondo!

Grazie a quanti sono collegati a questo Sacro Rito attraverso la Radio e la Televisione!

7. Do Was sie zwracam umilowani moi Rodacy, Pielgrzymi z Polski, Bracia Biskupi z Waszym Wspanialym Prymasem na czele, Kaplani, Siostry i Bracia polskich Zakonów – do Was, Przedstawiciele Polonii z calego swiata.

A cóz powiedziec do Was, którzy tu przybyliscie z mojego Krakowa, od stolicy sw. Stanislawa, ktorego bylem niegodnym nastepca przez lat czternascie. Coz powiedziec? Wszystko co bym mogl powiedziec bedzie blade w stosunku do tego, co czuje w tej chwili mofe serce. A takze w stosunku do tego, co czuja Wasze serca.

Wiec oszczedzmy slów. Niech pozostanie tylko wielkie milczenie przed Bogiem, ktore jest sama modlitwa.

Prosze Was! Badzcie ze mna! Na Jasnej Gorze i wszedzie! Nie przestawajcie byc z Papiezem, który dzis prosi slowami poety “Matko Boza, co Jasnej bronisz Czestochowy i w Ostrej swiecisz Bramie”!i do Was kieruie te slowa w takiej niezwyklej chwili.

È stato questo un appello ed un invito alla preghiera per il nuovo Papa, appello espresso in lingua polacca. Con lo stesso appello mi rivolgo a tutti i figli ed a tutte le figlie della Chiesa Cattolica. Ricordatemi oggi e sempre nella vostra preghiera.

Aux catholiques des pays de langue française, j’exprime toute mon affection et tout mon dévouement! Et je me permets de compter sur votre soutien filial et sans réserve! Puissiez-vous progresser dans la foi! A ceux qui ne partagent pas cette foi, j’adresse aussi mon salut respectueux et cordial. J’espère que leurs sentiments de bienveillance faciliteront la mission spirituelle qui m’incombe et qui n’est pas sans retentissements sur le bonheur et la paix du monde!

To all of you who speak English I offer in the name of Christ a cordial greeting. I count on the support of your prayers and your good will in carrying out my mission of service to the Church and mankind. May Christ give you his grace and his peace, overturning the barriers of division and making all things one in him.

Einen herzlichen Gruss richte ich an die hier anwesenden Vertreter und alle Menschen aus den Ländern deutscher Sprache. Verschiedene Male – und erst kürzlich durch meinen Besuch in der Bundersrepublik Deutschland – hatte ich Gelegenheit, das segensreiche Wirken der Kirche und Ihrer Gläubigen persönlich kennen und Schätzen zu lernen. Lassen Sie Ihren opferbereiten Einsatz für Christus auch weiterhin fruchtbar werden für die grossen Anliegen und Note der Kirche in aller Welt. Darum bitte ich Sie und empfehle meinen neuen apostolischen Dienst auch Ihrem besonderen Gebet.

Mi pensamiento se dirige ahora hacia el mundo de la lengua española, una porción tan considerable de la Iglesia de Cristo. A vosotros, Hermanos e hijos queridos, llegue en este momento solemne el afectuoso saludo del nuevo Papa. Unidos por los vínculos de una común fe católica, sed fieles a vuestra tradición cristiana, hecha vida en un clima cada vez más justo y solidario, mantened vuestra conocida cercanía al Vicario de Cristo y cultivad intensamente la devoción a nuestra Madre, María Santísima.

Irmaos e Filhos de língua portuguesa: como “servo dos servos de Deus”, eu vos saúdo afectuosamente no Senhor. Abenoando-vos, confio na caridade da vossa oraao, e na vossa fidelidade para viverdes sempre a mensagem deste dia e deste rito: “Tu és o Cristo, o Filho de Deus vivo!”.

[Omissis, testo in lingua russa]

Apro il cuore a tutti i Fratelli delle Chiese e delle Comunità Cristiane, salutando, in particolare, voi che qui siete presenti, nell’attesa del prossimo incontro personale; ma fin d’ora vi esprimo sincero apprezzamento per aver voluto assistere a questo solenne rito.

E ancora mi rivolgo a tutti gli uomini, ad ogni uomo (e con quale venerazione l’apostolo di Cristo deve pronunciare questa parola: uomo!).

Pregate per me!

Aiutatemi perché io vi possa servire! Amen.

da Vatican.va
G.P.II: Preghiere per i giovani alla Madonna Nera

Preghiera con i Giovani.
Madonna Nera della «Chiara Montagna», volgi il tuo sguardo materno ai giovani di tutto il mondo, a chi già crede nel tuo Figlio e a chi non l'ha ancora incontrato sul suo cammino. Ascolta, o Maria, le loro aspirazioni, chiarisci i loro dubbi, da' vigore ai loro propositi, fa' che vivano in se stessi i sentimenti di un vero «spirito da figli», per contribuire efficacemente all'edificazione di un mondo più giusto. Tu vedi la loro disponibilità, tu conosci il loro cuore. Tu sei Madre di tutti! In questa collina di luce, dove forte è l'invito alla fede e alla conversione del cuore, Maria vi accoglie con Materna premura. Madonna «dal dolce volto», ella distende da questo antico Santuario il suo sguardo vigile e provvidente su tutti i popoli del mondo, desideroso di pace. Di questo mondo voi, giovani, siete l'avvenire e la speranza. Proprio per questo Cristo ha bisogno di voi: per far giungere in ogni angolo della terra il Vangelo della salvezza. Siate disposti e pronti a compiere tale missione con vero «spirito di figli». Siate gli apostoli, siate i messaggeri generosi della soprannaturale speranza che dà nuovo slancio al cammino dell'uomo
G.P.II: Il senso della vita
G.P.II
Pensieri per la gioventù.
Certamente è un periodo della vita, in cui ciascuno di noi scopre molto. Era ancora un'età tranquilla, ma già si avvicinava un grande cataclisma europeo. Ora tutto questo appartiene alla storia del nostro secolo. E questa storia io l'ho vissuta negli anni giovanili. Tanti miei amici hanno perso la vita, nelle guerre, nella II guerra mondiale, in diversi fronti, hanno dato, donato la vita, in campi di concentramento... Ho imparato attraverso queste sofferenze a vedere la realtà del mondo in modo più profondo. Si è dovuto cercare più profondamente una luce. In queste tenebre c'era la luce. La luce era il Vangelo, la luce era Cristo. Io vorrei augurarvi di trovare questa luce con cui si può camminare.

G.P.II ai giovani cilenti 1987


DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI GIOVANI

Stadio Nazionale di Santiago (Cile) Giovedì, 2 aprile 1987







Cari giovani del Cile,



1. Ho desiderato vivamente questo incontro che mi offre l’opportunità di condividere direttamente la vostra gioia, il vostro affetto, il vostro desiderio di una società più conforme alla dignità propria dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1, 26). So che sono queste le aspirazioni dei giovani cileni e per questo rendo grazie a Dio.



Ho letto le vostre lettere e ascoltato con grande attenzione e commozione le vostre testimonianze, da cui non emergono solo le inquietudini, i problemi e le speranze della gioventù cilena nelle diverse regioni, ambienti e condizioni sociali.



Avete voluto manifestare quello che pensate della nostra società e del nostro mondo, indicando i sintomi di debolezza, di infermità e perfino di morte spirituale. Certo: il nostro mondo ha bisogno di un profondo miglioramento, di una profonda resurrezione spirituale. Anche se il Signore sa tutto questo, vuole che, con la stessa fede del capo della Sinagoga Giairo - che gli comunica la gravità dello stato di suo figlia: “la mia figlioletta è agli estremi” (Mc 5, 23) - gli diciamo quali sono i nostri problemi tutto quello che ci preoccupa o ci rattrista. E il Signore spera che gli rivolgiamo la stessa supplica di Giairo, quando gli chiedeva la salute di sua figlia: “Vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva” (Mc 5, 23). Vi invito, dunque, ad unirvi alla preghiera per la salvezza del mondo intero, affinché tutti gli uomini rinascano ad una vita nuova in Cristo Gesù. Esiste il Cile, ma esiste anche tutto il mondo; esistono tanti paesi, tanti popoli, tante nazioni che non possono morire. Si deve pregare per vincere la morte. Si deve pregare per ottenere una vita nuova in Cristo Gesù. Egli è la vita; Egli è la verità; Egli è la via.



2. Desidero ricordarvi che Dio conta sui giovani e le giovani del Cile per cambiare il mondo. Il futuro della vostra patria dipende da voi. Voi stessi siete il futuro, che si configurerà come presente secondo come si configura ora la vostra vita. Nella lettera che indirizzai ai giovani e alle giovani di tutto il mondo in occasione dell’Anno Internazionale della Gioventù, vi dicevo: “Da voi dipende il futuro, da voi dipende il termine di questo Millennio e l’inizio del nuovo. Non siate, dunque, passivi; assumetevi le vostre responsabilità in tutti i campi a voi aperti nel nostro mondo!” (Ioannes Pauli PP. II, Epistula Apostolica ad iuvenes Internationali vertente Anno Iuventuti dicato, 16, die 31 mar. 1985: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII/1 [1985] 800). Ora, in questo stadio, luogo di competizioni, ma anche di dolore e sofferenza in epoche passate, desidero tornare a ripetere ai giovani cileni: assumetevi le vostre responsabilità! Siate disposti, animati dalla fede nel Signore, a dare ragione della vostra speranza (cf. 1 Pt 3, 15).



Il vostro sguardo attento al mondo e alle realtà sociali, come pure il vostro autentico senso cristiano che deve portarvi ad analizzare e a valutare con discernimento le condizioni attuali del vostro Paese, non possono esaurirsi nella semplice denuncia dei mali esistenti. Nella vostra mente giovane devono nascere, e prendere forma, proposte di soluzioni, anche audaci, non solo compatibili con la vostra fede, ma anche richieste da essa. Un sano ottimismo cristiano sottrarrà in questo modo il terreno al pessimismo sterile e vi darà fiducia nel Signore.



3. Qual è il motivo della vostra fiducia? La vostra fede, il riconoscimento e l’accettazione dell’immenso amore che Dio continuamente manifesta agli uomini: “Dio Padre che ama ciascuno di noi da tutta l’eternità, che ci ha creato per amore e tanto ha amato noi peccatori fino a dare il suo figlio unigenito perché fossero perdonati i nostri peccati, e potessimo essere riconciliati con Lui, e vivere con Lui una comunione di amore che non avrà mai fine” (Ioannis Pauli PP. II, Nuntius ad iuvenes, 2, die 30 nov. 1986: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/2 [1986] 1820). Sì, Gesù Cristo morto, Gesù Cristo risorto è per noi la prova definitiva dell’amore di Dio per tutti gli uomini. Gesù Cristo, “è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8), continua a mostrare per i giovani lo stesso amore che descrive il Vangelo quando si incontra con un giovane e una giovane.



Così possiamo contemplarlo nella lettura biblica che abbiamo ascoltato: la resurrezione della figlia di Giairo, la quale - puntualizza San Marco - “aveva dodici anni” (Mc 5, 42). Vale la pena di soffermarsi a contemplare tutta la scena. Gesù, come in tante altre occasioni, stava lungo il mare, circondato dalla folla. Dalla moltitudine esce Giairo, che con franchezza espone al Maestro la sua pena, l’infermità di sua figlia e con insistenza supplica la sua guarigione: “La mia figlioletta è agli estremi: vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva” (Mc 5, 23).



“Gesù andò con lui” (Mc 5, 24). Il cuore di Cristo, che si commuove di fronte al dolore umano di quest’uomo e della sua giovane figlia, non resta indifferente di fronte alle nostre sofferenze. Cristo ci ascolta sempre, ma ci chiede che ricorriamo a lui con fede.



Poco più tardi vennero a dire a Giairo che sua figlia era morta. Umanamente non vi era più rimedio. “Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?” (Mc 5, 36).



L’amore che Gesù sente per gli uomini, per noi, lo spinge ad andare alla casa del capo della sinagoga. Tutti i gesti e le parole del Signore esprimono questo amore. Vorrei soffermarmi particolarmente sulle testuali parole uscite dalla bocca di Gesù: “La bambina non è morta, ma dorme”. Queste parole, profondamente rivelatrici, mi inducono a pensare alla misteriosa presenza del Signore della vita in un mondo che sembra soccombere all’impulso distruttore dell’odio, della violenza e dell’ingiustizia; ma no. Questo mondo, che è vostro, non è morto, ma dorme. Nel vostro cuore, cari giovani si avverte il forte palpito della vita, dell’amore di Dio. La gioventù non è morta quando è vicina al Maestro. Sì, quando è vicina a Gesù: voi tutti siete vicini a Gesù. Ascoltate tutte le sue parole, tutte le parole, tutto. Giovane, ama Gesù, cerca Gesù. Incontrati con Gesù.



Successivamente Cristo entrò nell’abitazione dove ella giaceva, le prese la mano e le disse: “Fanciulla, io ti dico, alzati!” (Mc 5, 41). Tutto l’amore e tutta la potenza di Cristo - la potenza del suo amore - ci si rivelano in questa delicatezza e in questa autorità con cui Gesù ridà la vita a questa bambina e le ordina di alzarsi. Ci commuove il constatare l’efficacia della parola di Cristo: “Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare” (Mc 5, 42). In quest’ultima disposizione di Gesù, prima di congedarsi - “di darle da mangiare” (Mc 5, 43) - scopriamo fino a che punto Cristo, vero Dio e vero uomo, conosce e si preoccupa di tutte le nostre necessità spirituali e materiali.



Dalla fede nell’amore di Cristo per i giovani nasce l’ottimismo cristiano che manifestate in questo incontro.



4. Solo Cristo può dare la vera risposta alle vostre difficoltà! Il mondo ha bisogno della vostra risposta personale alle Parole di vita del Maestro: “Io ti dico, alzati!”.



Vediamo come Gesù va incontro all’umanità, nelle situazioni più difficili e penose. Il miracolo compiuto nella casa di Giairo ci mostra il suo potere sul male. È il Signore della vita, il vincitore della morte.



Paragoniamo il caso della figlia di Giairo con la situazione dell’attuale società. Tuttavia non possiamo dimenticare che, secondo quanto ci insegna la fede, la causa prima del male, dell’infermità, della stessa morte, è il peccato sotto le sue diverse forme.



Nel cuore di ciascuno e di ciascuna sta questa infermità che ci colpisce tutti: il peccato personale, sempre più radicato nelle coscienze, nella misura in cui si perde il senso di Dio; nella misura in cui si perde il senso di Dio! Non si può vincere il male con il bene se non si ha questo senso di Dio, della sua azione, della sua presenza che ci invita a scommettere sempre per la grazia, per la vita, contro il peccato, contro la morte. È in gioco la sorte dell’umanità: “L’uomo può costruire un mondo senza Dio, ma questo mondo finirà per ritorcersi contro l’uomo” (Ioannis Pauli PP. II, Reconciliatio et Paenitentia, 18).



Da qui la necessità di vedere le implicazioni sociali del peccato per edificare un mondo degno dell’uomo. Vi sono mali sociali che danno vita ad una vera e propria “comunione del peccato”, in quanto, insieme all’anima, avviliscono la Chiesa e in certo qual modo il mondo intero (cf. Ivi, 16). È giusta la reazione dei giovani di fronte a questa funesta comunione nel peccato che avvelena il mondo.



Amati giovani. Lottate con coraggio contro il peccato, contro le forze del male in tutte le sue forme, lottate contro il peccato. Combattete la buona battaglia della fede per la dignità dell’uomo, per la dignità dell’amore, per una vita nobile, di figli di Dio. Vincere il peccato mediante il perdono di Dio è una guarigione, una risurrezione. Fatelo con piena coscienza della vostra responsabilità irrinunciabile.



5. Se sondate il vostro intimo scoprirete senza dubbio difetti, desideri di bene non soddisfatti peccati, ma vi accorgerete anche che nella vostra intimità giacciono forze rimaste inattive, virtù non esercitate a sufficienza, capacità di reazione non esaurite.



Queste energie sono come nascoste nell’anima di un giovane o di una giovane; quante aspirazioni giuste e profondi aneliti che è necessario ridestare, portare alla luce! energie e valori che molte volte i comportamenti e le pressioni che vengono dalla secolarizzazione soffocano, e che possono essere ridestati solo dall’esperienza di fede, dall’esperienza di Cristo vivo, di Cristo crocifisso, di Cristo morto e risorto.



Giovani cileni non abbiate paura di guardare a Lui! Guardate al Signore: che cosa vedete? È solo un uomo saggio? No! È più di questo! È un profeta? Sì! Ma è ancora di più! È un riformatore sociale? Molto più di un riformatore, molto di più. Guardate al Signore con sguardo attento e scoprirete in Lui il volto stesso di Dio. Gesù è la Parola che Dio doveva dire al mondo. È Dio stesso che è venuto a condividere la nostra esistenza, l’esistenza di ciascuno di noi.



Al contatto di Gesù germoglia la vita. Lontano da Lui non vi è che oscurità e morte. Voi avete sete di vita. Di vita eterna! Di vita eterna? Cercatela e trovatela in Colui che non solo dà la vita ma è la Vita stessa.



6. Questo è, amici miei, il messaggio di vita che il Papa vuole trasmettere ai giovani cileni: cercate Cristo! guardate a Cristo! vivete in Cristo! Questo è il mio messaggio: “Che Gesù sia “la pietra angolare (cf. Ef 2, 20) della vostra vita e della nuova civiltà che nella solidarietà generosa e condivisa dovete costruire. Non vi può essere autentico sviluppo umano nella pace e nella giustizia, nella verità e nella libertà, se Cristo non si fa presente con la sua forza salvifica” (Ioannis Pauli PP. II, Nuntius ad iuvenes, 3, die 30 nov. 1986, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX/2 [1986] 1821). Che cosa significa costruire la vostra vita in Cristo? Significa lasciarvi impegnare dal suo amore. Un amore che chiede coerenza nel proprio comportamento, che esige l’adeguare la propria condotta alla dottrina e ai comandamenti di Gesù Cristo e della sua Chiesa; un amore che riempie la nostra vita di una felicità e di una pace che il mondo non può dare (cf. Gv 14, 27), malgrado ne abbia tanto bisogno. Non abbiate paura delle esigenze dell’amore di Cristo. Temete, al contrario, la pusillanimità, la leggerezza, la comodità, l’egoismo; tutto quello che vuole ridurre al silenzio la voce di Cristo che, rivolgendosi a ciascuno, ripete “Io ti dico, alzati!” (Mc 5, 41).



Guardate a Cristo con coraggio, contemplando la sua vita attraverso la lettura serena del Vangelo; cercandolo con fiducia nell’intimità della vostra preghiera, nei sacramenti, specialmente nell’Eucaristia, dove offre se stesso per noi ed è realmente presente. Non trascurate di formare la vostra coscienza in profondità, seriamente, sulla base degli insegnamenti che Cristo ci ha lasciato e che la sua Chiesa conserva e interpreta con l’autorità che da lui ha ricevuto.



Se cercate Cristo, anche voi udrete nell’intimo della vostra anima le richieste del Signore, le sue continue esortazioni. Gesù continua a rivolgersi a voi ripetendovi: “lo ti dico, alzati!” (Mc 5, 41), specialmente quando non siete fedeli alle opere che professate con le parole. Cercate, dunque, di non allontanarvi da Cristo, conservando nella vostra anima la grazia divina che riceveste nel Battesimo, ricorrendo, quando è necessario, al sacramento della riconciliazione e del perdono.



7. Se lottate per mettere in pratica questo programma di vita radicato nella fede e nell’amore a Gesù Cristo, sarete in grado di trasformare la società, di costruire un Cile più umano, più fraterno, più cristiano. Tutto questo sembra essere sintetizzato nella schietta frase del Vangelo: “Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare” (Mc 5, 42). Con Cristo anche voi camminerete sicuri e porterete la sua presenza in tutte le strade, in tutte le attività di questo mondo, in mezzo a tutte le ingiustizie di questo mondo. Con Cristo riuscirete a far sì che la vostra società cominci a percorrere nuove vie, fino a fare di essa la nuova civiltà della verità e dell’amore, ancorata ai valori propri del Vangelo e soprattutto al precetto della carità, il precetto che è il più divino e il più umano.



Cristo ci chiede di non restare indifferenti di fronte all’ingiustizia, di impegnarci responsabilmente nella costruzione di una società più cristiana, di una società migliore. Per questo è necessario che allontaniamo dalla nostra vita l’odio: che riconosciamo come ingannevole, falsa, incompatibile con la sua sequela, ogni ideologia che proclami la violenza e l’odio come rimedi per conseguire la giustizia. L’amore vince sempre, come Cristo ha vinto; l’amore ha vinto, sebbene talvolta, di fronte ad avvenimenti e a situazioni concrete, possa sembrarci inefficace. Anche Cristo dava l’impressione di non potercela fare. Dio sempre può di più.



Nell’esperienza di fede con il Signore, scoprite il volto di colui che, essendo nostro maestro, è l’unico che può esigere totalmente, senza limiti. Optate per Gesù e rifiutate le idolatrie del mondo, gli idoli che cercano di sedurre la gioventù. Solo Dio è adorabile. Solo Lui merita il vostro dono totale.



È vero che volete rinunciare all’idolo della ricchezza, alla brama di possedere, al consumismo, al denaro facile?



È vero che volete rifiutare l’idolo del potere, come dominio sugli altri invece dell’atteggiamento di servizio fraterno di cui Gesù diede l’esempio? È vero?



È vero che volete rifiutare l’idolo del sesso, del piacere, che frena il vostro desiderio di seguire Cristo per il cammino della croce che porta alla vita? L’idolo che può distruggere l’amore.



Con Cristo, con la sua grazia, saprete essere generosi perché tutti i vostri fratelli gli uomini, e specialmente i più bisognosi, partecipino dei beni materiali e di una formazione e di una cultura adeguata al nostro tempo, che permetta loro di sviluppare i talenti naturali che Dio ha loro concesso. In questo modo sarà più facile conseguire quegli obiettivi di sviluppo e benessere imprescindibili perché tutti possano condurre una vita degna e propria dei figli di Dio.



8. Giovane, alzati e partecipa, insieme alle molte migliaia di uomini e donne nella Chiesa, nell’infaticabile missione di annunciare il Vangelo, di guidare con tenerezza coloro che soffrono in questa terra e cercare modi di costruire un paese giusto, un paese che viva nella pace. La fede in Cristo ci insegna che vale la pena di lavorare per una società più giusta, che vale la pena di difendere l’innocente, l’oppresso e il povero, che vale la pena di soffrire per alleviare la altrui sofferenza.



Giovane, alzati! sei chiamato a cercare appassionatamente la verità, a coltivare instancabilmente la bontà, un uomo o una donna con vocazione di santità. Che le difficoltà che ti trovi a vivere non siano di ostacolo al tuo amore e alla tua generosità, ma una forte sfida. Non stancarti di servire, non tacere la verità, supera i tuoi timori, sii cosciente dei tuoi limiti personali. Devi essere forte e coraggioso, lucido e perseverante in questo lungo cammino.



Non lasciarti sedurre dalla violenza e dalle mille ragioni che sembrano giustificarla. Sbaglia chi afferma che solo passando attraverso di essa si conseguiranno la giustizia e la pace.



Giovane, alzati, abbi fede nella pace, compito arduo, compito di tutti. Non cadere nell’apatia di fronte a quello che sembra impossibile. In te germogliano i semi della vita per il Cile del domani. Il futuro della giustizia, il futuro della pace passa per le tue mani e nasce dal profondo del tuo cuore. Sii protagonista nella costruzione di una nuova convivenza di una società più giusta, sana e fraterna.



9. Concludo invocando nostra Madre. Maria Santissima, sotto la protezione della Vergine del Carmine, Patrona della vostra Patria. Tradizionalmente a questa protezione sono ricorsi sempre gli uomini del mare, chiedendo alla Madre di Dio asilo e protezione per le loro lunghe e spesso difficili traversate. Mettete anche voi sotto la sua protezione la “navigazione” della vostra vita, della vostra vita giovane non esente da difficoltà ed Ella vi condurrà al porto della Vita vera. Amen.

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